La Ligue 1 viene considerata un campionato trampolino, nonostante negli ultimi anni le presenze costanti di Paris Saint Germain e Monaco tra le otto migliori d’Europa abbiano permesso a tanti giocatori di scegliere la Francia per affermarsi, trovando poi un grande riscontro tecnico-tattico nel campionato transalpino, chiedere a Mario Balotelli. Ma c’è un giocatore che ha completamente ribaltato le logiche gerarchiche di queste competizioni dal valore socio-sportivo elevatissimo, decidendo di partire in Messico dopo una parentesi eccezionale a Marsiglia, in cui ha avuto modo di vivere il “Bielsismo” che sulla costa Azzurra era diventata una corrente di pensiero. Parliamo dell’attaccante del Tigres di Monterrey, André-Pierre Gignac, partito da Marsiglia come numero 9 e diventato ben presto un 10 della Liga Bancomer. Le ragioni di questo cambio, translato di conseguenza anche ad Euro 2016 dove Dédé era il numero diez, sono da imputare a varie scelte mediatiche, tecniche ed economiche che hanno permesso al nativo di Martigues, cittadina della costa azzurra conosciuta anche come La Venice Provençale, di devenire una vera e propria star. Come fossero note olfattive, come se Gignac non fosse solo un giocatore ma una fragranza, è possibile dividere note capitali, note di cuore e note di fondo, che ne fanno indissolubilmente un’essenza dal profumo esotico come le coste del Nuovo Léon ma di classe come bersi un cocktail sulla Costa Azzurra.

CONCRETAMENTE SICURO (nota di fondo)

Concretezza e sicurezza sono due aggettivi spesso richiesti da un allenatore, anche se del secondo spesso si tende ad abusare senza una vera e propria ragione. Con le telecamere sempre puntate addosso ed i social 2.0 che hanno sostituito i comunicati stampa, i calciatori appaiono troppo sicuri di sè stessi senza poi provare la loro supremazia in campo. Beh Gignac non è uno di quelli, ed i suoi esordi in Ligue 1 lo dimostrano: fisicamente prorompente, dopo aver danzato a cavallo di Ligue 2 e National tra Lorient e Pau, nel 2006 si ritrova nella prima squadra dei merluzzi e ci mette poco a farsi notare. Siamo alla quarta giornata di Ligue 1 ed il giovane Gignac, con il numero 21, viene schierato titolare polverizzando in 45 minuti il Nantes con una tripletta. All’intervallo, intervistato, risponderà semplicemente e velocemente:

“Proveremo a fare il quarto ed il quinto”

Poche parole, quelle giuste, per farsi conoscere. Rispetto per tutti, ovviamente, timore di nessuno. Un ragazzone che sa trattare la palla come il velluto, ben lontano dal concetto arcaico di centravanti. Fa nove gol in 37 presenze che gli valgono il primo grande contratto di Ligue 1 con il Tolosa, pur scatenando una bufera a causa di una firma su un pre-contratto con il Lille. Alla fine sceglierà la capitale della Lingua d’Oca.

In tre anni a Tolosa segna 45 gol, con il 2008/2009 che si rivela un anno d’oro: 26 realizzazioni, una più bella dell’altra. Da punta centrale arretra, gioca con la squadra, calcia le punizioni ed i rigori ma sa accartocciarsi in area per segnare dei facili tap-in. Resta tre anni ed arriva a giocare l’Europa con i viola, ma qualcosa inizia ad andargli stretto e il ritorno, questa volta da grande, nella sua amata Marsiglia, arriva nel 2010. 12,18,22,24. Non parliamo di un calcolo combinatorio ma della sua crescita al Vélodrome, nonostante un 2011-2012 da 2 soli gol: il motivo? Accusato spesso di essere sopra il peso limite che l’OM impone ai suoi atleti, Dédé viene mandato a Merano durante il mese di Agosto a causa del suo regime alimentare. Una perdita di convinzione letale, perché il francese si sente meno importante per una squadra che senza il suo apporto arriverà decima alla fine del campionato. Un anno per preparare l’ascesa.

BIELSISMO (nota di cuore)

Che il rapporto Gignac-Bielsa sia stato come quello tra padre e figlio nonostante la durata limitata, è certo. Padre sportivo, spirituale e concettuale per el Galo, come lo chiamano oggi in Messico, che dal Loco ha appreso tanto: come segnare di testa e come essere decisivo anche in fase difensiva tanto per citarne due. Ma è anche il modo di approcciarsi agli atleti, di parlargli e di insergnargli le cose che lo ha colpito. In un’intervista a Biarritz, durante la preparazione della squadra francese ad Euro 2016, Gignac dirà:

“Si dice che non si smetta mai di imparare ad ogni età, ed è vero. Quello che ho vissuto con Bielsa in un anno non mi era mai capitato in tutta una carriera. I suoi modi di allenare, di parlarci, i tantissimi video che ci mostrava. Psicologicamente ti stanca ma allo stesso tempo ti arricchisce. Penso di esser migliorato in tante cose, il pressing, i colpi di testa.. Prima non segnavo tanto con la testa. Non è stata una trasformazione ma quasi.”

Con Bielsa firma la migliore stagione e capisce che forse non ce ne potrà essere un’altra a quei livelli dalle parti del Prado. Così, mentre inizia a scatenarsi l’asta tra le big di Premier League, il 18 Giugno 2015 lui spiazza tutti e vola a Monterrey per sostenere le visite mediche e firmare con il Tigres. L’allievo che supera il maestro?

ICONA POP (nota capitale)

Nella cultura dell’immagine, l’icona pop è un personaggio emblematico, seguito dai media e dal pubblico, in voga, che fonda uno stile, un look o un modo di vita diverso tanto da essere invidiato o criticato. Di Gignac potremmo dire tante cose, ma egli rappresenta innanzitutto a pieno un’icona pop. È il primo francese della storia ad aver giocato una finale di Copa Libertadores, nel 2015 contro l’Internacional di Porto Alegre, nonché il più grande straniero ad aver mai disputato il campionato messicano. A Monterrey, città non lontana dal mare i cui abitanti sono veraci e sanguigni come i marsigliesi, Gignac ha trovato la sua dimensione. Capelli castani, poi biondi da supersayan, poi grigi, sempre conditi da valanghe di gol quando conta.

Un servizio televisivo del 2016, dei messicani di DTV, ha provato a spiegare le mille sfaccettature del personaggio francese, il più amato e seguito di tutto il paese: la sua maglia va a ruba nello store adiacente allo stadio Universitario, mentre nei dintorni è possibile acquistare il suo muñeco, ovvero il pupazzo.

Un ristorante gli ha dedicato un particolare tipo di tacos, fatti da diversi tagli di carne di elevata qualità, come il suo estilo de juego, conquistandosi poi il rispetto dei tifosi grazie a gesti altruisti ed assolutamente naturali, come l’aiutare un avversario gravemente infortunato o il calmare il proprio allenatore ed i tifosi ospiti, che lo accusavano di averli attaccati, mentre a Veracruz scoppiavano dei veri e propri tafferugli all’interno dello stadio mentre c’erano i suoi amici.

Per provare a battere il suo digiuno da gol, alla fine del 2016 ha deciso quindi di affidarsi ad un ipnotizzatore, il mago John Milton, un’altra icona pop del paese tricolor. Risultato? Dopo aver ritrovato il cammino della rete, il francese ha creato la sua nuova e personalissima esultanza in semifinale di Apertura contro il Leon , in cui “ipnotizza” i suoi compagni di squadra, che stramazzano al suolo come posseduti, mentre El Tuca Ferretti, allenatore del Tigres e guru brasiliano del calcio messicano, se la rideva sotto i baffi.

Il murales di San Nicolas de la Garza, zona metropolitana di Monterrey, dove ad APG è stato dedicato un dipinto con su scritto “Merci beaucoup”(grazie mille) è una delle cose più belle ed emozionanti che un calciatore possa ricevere dai suoi tifosi.

Verrebbe da dire che il numero 10 del Tigres ha praticamente fatto tutto quello che c’era da compiere per conquistare il Messico, ma in realtà ne mancava una. Una cosa semplice che può però rivelarsi un’arma a doppio taglio: concedere interviste con i media locali. Dopo un’attesa lunga due anni, Gignac ha deciso di “concedersi” con chi si sentiva più a suo agio, in questo caso la rivista messicana Life and Style. In un bel racconto della sua vita, le parole che anche in Europa son rimbombate come uno squillo di trombe dei Sonoro Satanera, sono queste:

“Non mi interessa la MLS. Preferisco restare con la mia gente e perché no finire la carriera qui in Messico. A Monterrey mi sento bene, però chiaramente dovrò parlare con i dirigenti.”

Una vera e propria dichiarazione per i gialloblu, che non aspettavano altro. Le male lingue diranno che non è mai riuscito ad imporsi a livello continentale, perdendo una finale di Libertadores ed una di CONCACAF Champions League, nonché l’Europeo dove se non avesse colpito il palo sarebbe stato un’eroe, ma l’apporto di Gignac alla notorietà di un campionato che naviga sulle cifre “monster” delle competizioni europee è qualcosa di inimmaginabile. E se pensate sia facile, chiedetelo ad Andy Delort: arrivato a Settembre di quest’anno dal Caen con la volontà di essere il nuovo idolo dei tifosi, a Gennaio si è ritrovato in Ligue 1, questa volta a Tolosa, ex fiamma proprio di Gignac.

Non sapremmo riassumervi la sua storia, come sia possibile arrivare così lontano ed imporsi così velocemente: diventare un’icona è un qualcosa di difficile a qualsiasi latitudine, vincere dei titoli ed adattarsi ad un calcio e ad una mentalità differente tantomeno. Vi lasciamo allora agli highlights della sua nuova carriera, con un sottofondo particolare: una canzone dei pocanzi citati Sonoro Satanera, un quartetto che nel 1993 fece uscire la canzone “Bomboro Quiña Quiña”, che sembra maledettamente dire Gignac-Gignac quasi fosse un preludio. Da questa base, 24 anni dopo, è stato poi realizzato un remix con il nome del calciatore.

Come fosse un profumo, che da Marsiglia si è diffuso poi a Monterrey, el bomboro Gignac ne ha fatta di strada. Comunque vada, sarà ricordato per aver finalmente distrutto gli schemi geografici di un calcio che deve essere una storia, un itinerario, prima di trasformarsi in pura e mera statistica.