«Il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile»

E allora a chi importa di quello che è avvenuto in passato o di quello che credi potrà avvenire in futuro. Importa il tragitto. Perché quando meno te lo aspetti può capitare qualcosa di bello, ancora più importante di quello che avevi programmato.

Felipe Anderson è capitato qualcosa di bello. Di lui ce ne siamo accorti tutti. E sembrava impossibile.

SAUDADE

È il 2013. Sono le 7.20 del mattino e Felipe Anderson è appena arrivato a Roma. Ha l’aria di chi non ha dormito molto e la cresta rovinata dalle ore di volo. Nella sua prima stagione con la Lazio gioca poco, e di gol ne segna ancora meno. Convince poco. Sembra destinato ad essere dimenticato prima ancora che qualcuno si ricordi di lui. E intanto c’è già chi pensa che lasciare la Lazio sia l’idea giusta e che non ci sia più il tempo per aspettare un giocatore che sembra non decidersi mai.

L’ARTE DELL’IMPREVISTO

Nella storia di Felipe Anderson c’è un po’ di tutto. È una storia di karma, di tenacia e di destino. Coppa Italia contro il Varese: a dieci minuti dalla fine Anderson segna. Tenacia. Alle volte basta davvero un attimo per capovolgere le cose, basta segnare una volta per ricominciare a farlo e non smettere più. L’infortunio di Candreva poi diventa l’occasione per entrare in campo nelle gare successive come titolare. Destino. Ora la fiducia di Pioli se la sente tutta e Lotito riconosce in lui quegli otto milioni investiti. È la svolta, è il karma, che prima o poi colpisce. Che ti ripaga, che ti fa felice di non aver mollato quando stavi per farlo. Quattro partite, quattro gol e quattro assist. Il brasiliano è veloce e ha una grande capacità di allungarsi e deformare il proprio corpo, come se fosse fatto di gomma. Quando ha il pallone tra i piedi sa fare la differenza, e non importa neanche quale dei due piedi sia. È bravo con entrambi.

IL DERBY NON È COSA DA IGNAVI

Quando Anderson è arrivato a Roma i suoi compagni gli avranno sicuramente spiegato come si sopravvive in una città così. Poi gli avranno anche detto che il derby è una cosa seria. Rappresenta un bivio: è infamia o lode. Al termine di una gara in cui segna e fa segnare, riceve la benedizione dei laziali. Davanti alla Roma si eleva. Ha capito la città, ha capito il derby, «mi piace il clima. A parte l’inverno, il resto dell’anno sembra come in Brasile. Le persone sono molto calorose, mi hanno accolto molto bene».

Nella sua attuale stagione segna meno rispetto a prima ma allo stesso tempo sta giocando il miglior campionato della sua carriera. Segna meno ma cresce continuamente negli altri aspetti del gioco: partecipa alla manovra, favorisce i passaggi e grazie al gioco di Inzaghi che punta sulle fasce, è totalmente coinvolto. In un calcio che ruota sempre di più attorno agli spostamenti degli uomini senza palla, avere Felipe Anderson è un enorme vantaggio.

Karma, tenacia e destino. Perché a volte ci preoccupiamo troppo di quello che era o di quello che sarà, senza considerare che il calcio è l’arte dell’imprevisto.

Il calcio ci pensa da solo.