Il calcio è da sempre un indicatore socio-politico: declini e successi di grandi squadre nazionali sono spesso passati dalle sorti del paese per la quale giocavano, secondo una relazione mai scontata ma sempre viva e presente tra calcio e politica. L’eccezione è però dietro l’angolo, perché questo sport veicola un incredibile massa di tifosi, soldi e sponsor tanto da definirsi un microcosmo a parte e Nasser Al-Khelaifi, proprietario del Paris Saint Germain e del gruppo BeIN Media, lo sa bene. Ecco perché nell’estate 2016 Digiturk, gruppo satellitare turco di proprietà BeIN, ha acquisito i diritti del campionato turco firmando un contratto da 500 milioni annuali, divenendo così il sesto campionato europeo per diritti tv, non molto distante dalla Bundesliga e dalla Ligue 1. “La Turchia è un paese in continua crescita, con un grosso potenziale ed una popolazione giovane e dinamica. Speriamo che il campionato turco fiorisca nel panorama mondiale e faremo tutto il necessario per permetterlo. Investiremo nella Turchia come abbiamo già fatto in tanti altri ambiti”  sono state le parole del qatariota che nella sua carriera non ha mai investito invano.

Stadi di proprietà e società ricche, un calcio nuovo, veloce e tecnico e tanti giocatori che decidono di costruirsi o rilanciare la propria carriera in Turchia nonostante un’ingarbugliata situazione storico-politica, sempre a cavallo tra Europa ed Asia per antonomasia. Il mondo del calcio sembra però credere fermamente in una nazione che da anni produce ed esporta il suo pensiero calcistico, talvolta con merito, come ad Euro 2008, talvolta con demerito, provando sempre a proporre, anche a livello di calcio giovanile. Tra i tanti ragazzi che si stanno facendo notare in terra turca non potevano mancare i fieri scudieri italiani, in questo caso due “corazzieri” viste le origini capitali: l’italiano è per eccellenza un cacciatore di sensazioni, preferisce partire per provare nuove esperienze e per divenire un riferimento ed un esempio in terra estera piuttosto che valutare solo i fattori economici. I nostri Davide Petrucci e Stefano Napoleoni non si sono fatti sfuggire quest’occasione per imporsi nelle loro rispettive squadre, il Rizespor ed il Başakşehir. Intervistandoli in esclusiva per Numero Diez, i due mi hanno raccontato la loro carriera spiegandomi le reazioni provate all’approdo in Turchia, il livello di questo nuovo giocattolino da 500 milioni e le loro sensazioni a contatto con la nazione .

ROMAN(Z)I

La storia ha sempre avuto in Roma ed Istanbul due poli fondamentali di cultura, innovazione ed arte. Città-stato che hanno cambiato la visione culturale, artistica, morale e geografica del mondo passato, aspetti rimasti intatti ai giorni nostri. Non è un caso che questa relazione tra le due città continui a mantenersi ben salda, tanto che i due calciatori, entrambi romani e romanisti, si sono trovati perfettamente a loro agio nella terra del Bosforo pur avendo lasciato la madrepatria. Punto di partenza comune per due storie completamente diverse che potrebbero benissimo essere considerate due opere letterarie.

Davide Petrucci, centrocampista del Rizespor, in provenienza dal Cluj quest’estate, è diventato in pochissimo tempo un pilastro del centrocampo di Hikmet Karaman dopo anni di sfortune alle spalle. Storia ovidiana la sua, visti i fasti del Manchester United: è lì che inizia la sua carriera professionistica dopo anni di infanzia alla Roma, la squadra del cuore dove diventa anche capitano che però, ad un certo punto, quel cuore lo spezza. “Nonostante giocassi in nazionale già a 15 anni, farmi un contratto non rientrava nella politica societaria, mi dissero”. Il Manchester United allora ne approfitta, lo monitora e decide di metterlo sotto contratto grazie anche all’intermediario Federico Macheda, amico d’infanzia di Davide. La Roma prova a fare in extremis un’offerta  ma le cifre non possono minimamente competere con il club di Sir Alex.“La Roma era il mio sogno ma lo United di quei tempi era la migliore squadra al mondo, avevano vinto Champions League e Campionato per club, impossibile rifiutare”. Anche in Inghilterra la scalata è rapida perché Petrucci parte dalla primavera e dopo sei mesi viene spedito per direttissima squadra riserve, giocando con tantissimi talenti del calcio mondiale, da Lingard a Pogba, suo coinquilino ai tempi delle giovanili. Entra anche in lista Champions essendo il più giovane della rosa, ma un infortunio lo tiene fuori per ben due anni. “A quell’età bisognava spingere e purtroppo ho perso tempo, hanno puntato su gente più giovane. Ma sono contro chi mi dice che non ho fatto nulla: per sei anni ho giocato con dei campioni internazionali e per quattro sono stato addirittura il capitano. Per me Manchester è stata come una grande università, mi ha insegnato tanto: ho capito come gestirmi e come essere più forte e costante”.

Dopo una girandola di prestiti, utili “per formarsi caratterialmente” ma molto poco per ritrovare minuti, a causa di ulteriori infortuni, nel 2014 Davide arriva in Romania, sponda Cluj-Napoca, non lontana da quella Tomi(oggi Costanza) che fu il terreno ideale della relegatio del poeta Ovidio nell’8 d.C. “Avevo bisogno di un cambiamento radicale: in Inghilterra avevo fatto il mio percorso ma non avevo intenzione di fare il giro in seconda divisione. Se non sei motivato al 100% il clima non aiuta a riprenderti se le cose non vanno bene. Il Cluj credeva tantissimo in me”.  Dopo un anno di problemi societari, il secondo si rivela il migliore e Petrucci gioca 45 partite sulle 48 totali in maglia granata, mostrando grande qualità al servizio dei compagni e tanta duttilità. Gli infortuni smettono di tormentarlo, si prende la maglia Numero Diez ed aiuta il club a vincere anche la coppa nazionale nel 2016. Il Mar Nero lo accoglie a braccia aperte per davvero perché il Rizespor lo acquista nell’estate 2016.

“Loro mi volevano fortemente, i contratti in Turchia sono importanti ed i tifosi sono calorosissimi. Ti trovi a giocare contro campioni come Sneijder. Era la scelta giusta da fare.” Parlando di Turchia, Davide ci racconta: “Certamente in Italia ci sono quelle 5/6 big che sono superiori a qualsiasi squadra turca. Ma per il resto non c’è tantissima differenza, basti pensare al confronto Besiktas-Napoli di quest’anno. Hanno dimostrato quasi di equivalersi. Per il resto fare un paragone è difficile, ma a livello di strutture sono rimasto stupito anche io! Ci sono degli stadi incredibili e molto più moderni di quelli italiani”. Facendo il punto, Petrucci milita in una squadra che si trova attualmente nella parte bassa della classifica ed è in lotta per la retrocessione. Il club però ha un’organizzazione perfetta e strutture modello: “Il nostro centro sportivo è qualcosa di incredibile! Piscine, palestre, sauna. Io non conoscevo tantissimo Rize ed il Rizespor, ma quando sono arrivato qui ho notato il livello di organizzazione. Abbiamo il nostro ristorante nel centro d’allenamento e le nostre camere con vista mare per quando siamo in ritiro. Quasi tutti i club in Turchia raggiungono questo livello di qualità“. La struttura a cui si riferisce è il nuovo gioiellino del club, ovvero il Yeni Rize Sehir Stadi, opera da 15.000 posti da 22 milioni di lire turche, circa 5 milioni e mezzo di euro.

Parlando di calcio giocato, in Turchia nulla è scontato per il romano: “Non trovo grandissime differenze. Puoi vincere con la prima e perdere con l’ultima tranquillamente, solo alcuni dettagli fanno la differenza.  Arrivano un sacco di ragazzi giovani oltre ai big con cui ti ritrovi a giocare, non è più come un tempo dove si diceva che i vecchi venissero a prendersi i soldi. Chi segue questa competizione ha avuto modo di conoscerne il livello.”

Esperienza itinerante la sua: Rize è infatti la capitale della regione del Mar Nero, conosciuta soprattutto per la produzione del classico çay té, la bevanda più comune del paese, e per aver dato i natali al premier Erdogan. Di fondazione greco-bizantina, è una città ricca di natura incastonata tra il mare ed i monti delle Alpi Pontiche: “Qui è davvero tutto molto tranquillo. Tanta natura e null’altro, non è come Istanbul! Per giocare a calcio è perfetto, puoi allenarti e giocare bene senza distrazioni. Come pubblico non saremo di certo tra le più importanti tifoserie del paese, come possono esserlo Galatasaray o Fenerbahçe, però allo stadio viene tanta gente. Avremo un 10.000 spettatori a partita“. Tranquillità, lavoro quotidiano, quello insegnatogli a Manchester, e la piena disponibilità del club che si affida alla sua esperienza per organizzare il gioco della squadra.

Vedendolo giocare, ho potuto notare quanto Petrucci sia importante per la squadra: il fatto di essere uno dei mediani nel 4-2-3-1 o un interno in caso di 4-3-3 cambia poco la sua duttilità ed il suo modo di proporsi per la squadra, cercando di essere sempre lucido per permettere agli attaccanti di arrivare al gol. Ogni tanto si toglie qualche soddisfazione personale nonostante segnare non sia propriamente il suo mestiere. Vada come vada, che il Rizespor si salvi o no, possiamo affermare di aver recuperato a pieno un ragazzo di 25 anni che ha potuto riprendere le redini della sua carriera e dimostrare il suo valore tecnico-tattico in un campionato complicato come quello turco, che ha saputo capire prontamente. “Un giorno mi piacerebbe tornare in Italia, ma dovrò avvertire la fiducia massima per farlo”.


Se Petrucci è un personaggio ovidiano per vissuto geografico, Stefano Napoleoni è il classico protagonista da romanzo alla Carlo Alberto Salutri, in arte Trilussa, scrittore popolare romano vissuto tra fine ottocento e metà novecento, che amava scrivere relazionandosi alla realtà popolare romana. La sua scalata al successo è una storia verace e sentimentale ma estremamente concreta. Di quelle storie che ti fanno brillare gli occhi tanto da non crederci. A 19 anni Stefano, attaccante ancora in bilico tra calcio amatoriale e professionistico da giocatore del Tor di Quinto, non avrebbe potuto immaginare il suo futuro: parliamo di un punto cruciale della vita di un ragazzo, che deve capire se virare verso altre prospettive o continuare a pazientare. Napoleoni, da buon condottiero come cognome non mente, ha saputo avercela questa pazienza. Durante le finali nazionali, in cui Stefano giocava per l’appunto con la juniores del Tor di Quinto, disputò la semifinale e la finale regionale. Zbigniew Boniek ebbe modo di visionarlo e di proporgli un contratto da professionista al Widzew Łódź. “Non ci ho pensato due volte, era l’occasione che aspettavo da tanto” mi racconta. Da lì un crescendo: dopo il biennio polacco, i suoi 8 anni in Grecia tra Levadiakos e Atromitos saranno più che positivi, con più di 60 gol all’attivo. Particolarmente fortunata la parentesi dell’Atromitos di Atene, dove Stefano lascerà un grandissimo ricordo. Se vi imbattete nei suoi profili social infatti, potrete facilmente trovare migliaia di commenti in Greco dei suoi ex tifosi, ancora innamoratissimi di lui. La consacrazione ha una data ben precisa: 31 Gennaio 2016, quando il Başakşehir lo acquista per 400.000 euro. “Chi ama il calcio pensa a pochissime cose” mi confida “io ci ho sempre creduto fino alla fine, anche se poi sono arrivato tardi in questo mondo“.

Il matrimonio tra l’italiano e la squadra turca non è un caso, perché accomuna due vissuti estremamente simili in cui sono degli attimi a creare indissoubilmente i momenti migliori di una vita: il Başakşehir nasce dalle ceneri dell’Istanbul Buyuksehir Belediyesi, la squadra della municipalità di Istanbul che pur giocando nello Stadio Olimpico Ataturk disputava i suoi match quasi fosse a porte chiuse, senza catturare alcun tipo di pubblico. Nell’estate 2014 chiude battenti nonostante la promozione in prima divisione. Fu fatto dietrofront e all’insaputa di tutti nacque l’Istanbul Başakşehir  , che andò a giocare i suoi match nell’omonimo quartiere, situato a 30km a nord del centro città, nella bomboniera del Fatih Terim Stadium. Un quartiere puramente residenziale, secondo alcuni conservatore, su cui la critica si divide perché frutto di una politica di ampliamento cittadino che porterà anche alla costruzione del terzo aereoporto della città, nella vicina Arnavutkoy. Dal fallimento al ritrovarsi una nuova società, con un nuovo stadio da 47 milioni di euro che rispetta tutte le normative UEFA. Il primo anno è di assestamento e la squadra cattura l’occhio della critica soprattutto perché il capo di stato Erdogan scende in campo personalmente per il giorno inaugurativo del club scatenando le risposte dei tifosi delle rivali capitoline.

Napoleoni gioca la seconda parte di stagione firmando 17 presenze, 3 gol e 2 assist. Il Basaksehir dei miracoli, grazie anche al vate turco Abdullah Avci, termina quarto e raggiunge l’Europa League, dove però esce con lo Shaktar Donetsk durante i preliminari. “Non ci è andata bene in quel caso, siamo stati sfortunati a beccare una squadra che aveva l’organico per fare la Champions League” commenta Stefano. Ma qualcosa di grande era dietro l’angolo, questione di attimi e di pazienza, la stessa che il romano ha dovuto avere mentre sgomitava tra i campi di provincia. Ora si ritrova a lottare per il campionato contro il Besiktas, già qualificato per la Champions League, con la critica che ha definito la sua squadra il Leicester del 2017. “Le basi c’erano tutte: l’allenatore ed il 90% della squadra attuale erano gli stessi di quando sono arrivato. Certo, stiamo stupendo perché nessuno si sarebbe aspettato un campionato simile da parte nostra. Anche dal punto di vista societario, vedo che hanno grandi progetti. Abbiamo un presidente dietro che sta lavorando tanto sullo sviluppo societario. Vedrete, è una squadra in crescendo che diventerà una grande di Turchia!”. Sulla falsariga di quando mi aveva raccontato Petrucci, anche l’attaccante è rimasto piacevolmente stupito dal fatto che le società turche abbiano tutte uno stadio di proprietà, aspetto che dovrebbe farci riflettere su cosa realmente l’Italia stia facendo per poter tornare un campionato ricco ed affascinante. “Non è più il campionato a tre squadre: se rivediamo a ritroso il calendario di quest’anno, ad ogni giornata c’era una sopresa.”

Il Başakşehir è poi la dimostrazione perfetta del cambiamento tendenziale di questo calcio: se Fenerbahce, Galatasaray e Besiktas hanno sempre mantenuto un alone di fascino nelle scelte dei calciatori, viste le tifoserie e le grandi società, questa piccola realtà ha dovuto fare la “gavetta”: il bosniaco Edin Visca, già presente in rosa prima che la squadra cambiasse il nome, è arrivato in Turchia poco più che ventenne. Joseph Attamah, promettente centrocampista ghanese, di anni ne ha solo 23 ma conosce questo campionato da ormai tre anni, da quando lasciò il club del suo paese, il Tema Youth. Fino ad arrivare ai due big della squadra, Emre ed Adebayor, due grandi calciatori ma più che altro due grandissimi uomini che hanno portato il team ad avere un vero e proprio risalto mediatico: “Emre è il più rispettato: è l’uomo con più personalità e carattere, nonché il più tecnico. Da attaccante posso dirti che sa ancora mettere il pallone dove vuole. Parlando italiano, mi ha aiutato tantissimo all’arrivo ad Istanbul”. 

“Adebayor invece è entrato subito in squadra. Un ragazzo solare che però ha saputo stupirci: uno del suo calibro, con il suo nome e con la sua carriera, si è rivelato una persona davvero alla mano. Avendo giocato più da esterno che da punta, non mi sono neanche sentito in competizione con lui. Per la squadra è stato un grande arrivo, anche per me a livello di esperienze: sono cose da ricordare quando smetterò”. Proprio per non sprecare alcun minuto che gli viene concesso, Stefano ha saputo trasformarsi in ala e rispondere presente ogni volta che Avci ha avuto bisogno di lui nell’ormai consueto 4-2-3-1. L’esempio lampante, poche settimane fa, ad Antalya, quando la squadra stagnava contro Eto’o e compagni sullo 0-0. Entrato all’87esimo, dopo due minuti ha deciso la partita su grande assist proprio di Emre. La scorsa settimana, nella trasferta di Trebisonda, Stefano è partito titolare da ala sinistra.

Parlando di vita quotidiana ad Istanbul, città spesso sulle prime pagine dei giornali per motivi non proprio rosei, il calciatore appare convinto: “Non ho pensato a fattori esterni al campo quando ho preso questa decisione. Bisogna certamente scegliere una città dove stare bene ed io ho visto quest’opportunità come un ulteriore step per la mia carriera, tanto da non poter rifiutare. I risultati mi hanno aiutato a stare ancor meglio. Sono uno istintivo e ho continuato a seguire l’istinto anche quando ho firmato qui. Questa è una città bellissima, grandissima e trafficatissima(ride), sto continuando a scoprirla tutt’ora”.

Come Davide, anche Stefano mi lascia così: “Tornare in Italia? Perché no, semmai arriverà un’offerta adatta. Non voglio però tornare a tutti i costi partendo da divisioni inferiori. Ho fatto tanto per arrivare dove sono. Poi nella vita mai dire mai, è comunque un sogno nel cassetto anche se ora ci penso di meno“.


Due ragazzi, due storie, due profili e vissuti differenti che hanno un punto in comune: la Turchia. Un campionato che hanno scelto per dimostrare la loro maturazione calcistica ed interiore ai danni di un’Italia che non ha saputo capirli come avrebbero voluto. Dei tramite radicati più ad est, che hanno saputo spiegarmi, dalla particolarissima e fortunatissima visuale di un atleta, come questo calcio si stia realmente evolvendo, non solo in testa alla classifica ma anche a livello di movimento e di ricchezza tout-court, andando anche oltre lo stereotipo della Turchia come paese  invivibile come spesso la gente potrebbe pensare.

Iyi şanslar oglan!