“Fifty percent of life in the NBA is sex. The other fifty percent is money.”

Benvenuti nel fantastico mondo di Dennis Rodman, uno dei giocatori più iconici della storia. Nonchè wrestler, rapper, attore, attivista per gli animali e diplomatico (avete presente Kim Jong Un? Indovinate chi era il tramite tra lui ed Obama). Fare un viaggio dentro la sua mente è come buttarsi da un aereo senza paracadute, sempre in pericolo ma vivo come non mai. Insomma, una personalità (o più di una volete) fuori da ogni logica. Anche lui è un Diez, seppure lo ricordiamo meglio con il 91 che ha vestito durante il secondo three-peat dei Bulls in compagnia di Scottie Pippen e Michael Jordan. Come tante storie nel basket, anche lui è stato uno dei “late blossom” più incredibili, sovrastato inizialmente dalle sue sorelle Debra e Kim sia in altezza che a livello di gioco. Come dice lui, “non ero capace di piazzare un lay-up”, anche perchè era alto ben 168 centimetri a 15 anni, non certo una torre. Potevamo conoscerlo come uno dei più iconici giocatori di football della storia ma non venne accettato neanche lì.

Da quel momento in avanti la dea bendata incominciò a ricordarsi di lui e gli donò 2,01 metri di altezza, una possibilità di giocare prima a Gainesville, in Texas, e successivamente in Oklahoma, dove vinse tutto il possibile e si guadagnò l’interesse dei Detroit Pistons da lì a poco. Nel frattempo c’è da raccontare una storia su di lui ed il suo amico Bryne Rich: conosciuto durante un training camp, i due divennero molto amici, tanto che Dennis si trasferì a casa sua, entrando informalmente a far parte della famiglia Rich. Ora, due cose da mettere in conto: Bryne era un tipo molto taciturno, shockato da un incidente di caccia occorsogli assieme ad un suo amico e Dennis era semplicemente un nero a casa di contadini texani. Ecco, i genitori di Bryne non la presero proprio bene, almeno finchè non videro in loro figlio “rinascere” una vitalità che gli trasmetteva la vicinanza del suo “nuovo” amico che, nel frattempo, si dedicava a guidare trattori nei campi. Tutto molto strano, se non fosse che stiamo parlando di Dennis Rodman. Arriviamo al Draft, i Pistons si ricordano di lui e Chuck Daly (coach poi del Dream Team 1992) spende un secondo giro sulle sue potenzialità. Siamo nel 1986, i Bad Boys sono al completo e la squadra è una di quelle che può guardare in alto senza sentire le vertigini.

Del resto, un quintetto formato da Isiah Thomas-Joe Dumars-Sidney Green-Adrian Dantley e Bill Laimbeer fa paura sia a livello tecnico che ad un livello strettamente più mentale, non erano chiamati Bad Boys per caso, insomma, erano pur sempre quelli delle “Jordan Rules”. Per Rodman (con il 10 sulle spalle) è un po’ come essere a casa: primo anno ottimo da 5 punti, 7 rimbalzi e un’intensità difensiva (spesso anche sopra le righe come l’anno dopo proverà Dennis Johnson in uno dei Celtics-Pistons più accesi della storia) senza eguali in soli 15 minuti di impego. Anche la sua lingua senza freni trovò echi migliori di qualsiasi microfono: affermò che Larry Bird era un giocatore sopravvalutato (cambierà poi idea durante la sua carriera) solo perchè era bianco. Le sue parole passarono in secondo piano, in fondo era ancora un sophomore panchinaro un po’ pazzo, almeno finchè Isiah Thomas pensò bene di dargli ragione pubblicamente. Tutto il “rodmanismo” in un anno solo. Arrivò anche l’anello nel 1989, ancora da energy guy e difensore di altissimo livello, con la prima di una lunga serie (otto, per la precisione) di presenze nel primo quintetto difensivo. Rimbalzista semplicemente fenomenale, scientifico: durante gli shootaround prima della partita lui non partecipa mai in prima persona ma si siede per terra e guarda. Un giorno Isiah gli parla: “Dennis, vieni anche te!” “Sto guardando le rotazioni della palla” “Che fai?” “Allora, quando tiri te la palla fa tre giri in aria, quando per esempio tira Joe ne fa tre e mezzo, così mi viene più facile capire dove va a finire la palla”.

Quando Chuck Daly lascia i Pistons, prima pensa al suicidio poi torna a più miti consigli e finisce agli Spurs in cambio di Sean Elliott. Lo scambio non giova a nessuno, Rodman litiga con chiunque (uno dei più frequenti bersagli delle sue parole è quel David Robinson ex ammiraglio della Marina Militare nonché parte del Dream Team 1992), l’era dei Bad Boys andrà lentamente scemando e da lì a poco scoprirà di avere un grave male ai reni che richiederanno un trapianto.

Dennis agli Spurs dura due anni poi viene scambiato per Will Perdue (un affronto bello gorro, secondo lui Perdue “non sapeva proprio giocare a basket”) ma con il rientrante Michael Jordan e Phil Jackson trova l’ambiente giusto per esprimersi come nei suoi giorni migliori. 6 punti di media e 15 rimbalzi, ala titolare al posto dell’uscente Horace Grant. “On the court, me and Michael are pretty calm and we can handle conversation. But as far as our lives go, I think he is moving in one direction and I’m going in the other. I mean, he’s goin’ north, I’m goin’ south. And then you’ve got Scottie Pippen right in the middle. He’s sort of the equator.” (“in campo, io e Michael siamo piuttosto calmi e possiamo anche sostenere una conversazione. Andando avanti poi, penso che lui stia andando in una direzione ed io in un’altra, come se lui andasse a nord ed io a sud. E poi c’è Scottie Pippen in mezzo, il nostro equatore.”)

Loro tre saranno comunque contemporaneamente nel primo quintetto difensivo nel 1996, anno del primo anello dei tre che arriveranno in totale. I suoi sempre più stravaganti comportamenti non intaccarono il suo livello in campo che rimase di èlite, anche se poi è il caso di aggiungere la love story con Madonna o le svariate multe prese dentro e fuori dal campo o anche la Gara 4 saltata nelle NBA Finals 1998 quando andò a combattere in WWF con Hulk Hogan. La sua storia in NBA finisce praticamente qua, una manciata di partite con Mavericks e Lakers ed addio al basket giocato. Piccolo aneddoto da spiegare sulla scelta del 91: il 10 era ritirato quindi non poteva prenderlo, la Lega non accettò la sua proposta di indossare lo 01 (un 10 rovesciato) quindi scelse il 91, come le prime due cifre che digiti quando vedi un incendio e come basilare somma aritmetica, 9+1=10. Facile. “La quinta persona più identificabile del mondo dopo Dio, Gesù, Muhammad Alì e Barack Obama” come si definisce lui, un posto più che meritato, no?