“UTEP Two-Step”. Se sentite qualcuno dire qualcosa del genere, qualcun altro è appena sparito dal campo, o finito per terra con le caviglie intrecciate. University Texas El Paso è forse l’unica Università al mondo a vantare il suo nome su una delle trademark moves più imitate nella storia del basket. Il motivo ha un nome ed un cognome: Tim Hardaway. Tim è stato un po’ Allen Iverson prima di Allen Iverson, un giocatore immarcabile 1 v 1, grande realizzatore attaccando il ferro, eccellente assistman (anche e soprattutto per la sua insita di far collassare tutta la difesa su di lui, creando tiri facili per i compagni) ed un bagaglio di finte infinito.

Lo UTEP Two-Step è semplicemente la più famosa, Hardaway aveva in faretra di tutto, dalle hesitation alle spin move, un palleggio quasi rasoterra ed un’esplosività pazzesca. Faro offensivo della Run-TMC (Tim, Mitch e Chris, dove gli altri due sono Richmond e Mullin), uno degli attacchi più assortiti e completi della Lega, Hardaway ricevette il 10 durante la sua seconda stagione con i Golden State Warriors come omaggio dall’ex possessore, il gigante sudanese Manute Bol, e lo tenne per tutta la carriera in NBA.

“Bug”, il soprannome che i ragazzi di Chicago che giocavano con lui gli affibbiarono per via della sua altezza, comunque un rispettabilissimo 1.83.

I just wanted to prove to them that I could… I wasn’t going to be one of the guys who gooff on drugs or drinking or doing some stupid stuff in school where I wouldn’t be able to get myself in this position, playing in the NBA. (Volevo solo dimostrargli che potevo farcela… Non ero uno di quei ragazzi che si drogava o beveva o faceva cose stupide a scuola in quanto non sarei riuscito ad arrivare dove volevo, a giocare in NBA).

Il basket è stato subito il suo primo ed unico pensiero: si racconta che da ragazzino, il babbo gli regalò una macchina giocattolo ed una palla da basket e glieli mise dentro al box. Lui gettò via la macchina e cominciò a giocare con la palla da basket. Quella che poi diventò un’ancora per superare le difficoltà, un modo per scaricare la tensione, una storia che tantissimi altri giocatori hanno già vissuto, da Jimmy Butler a Tim Duncan per citarne due, seppur con modalità diverse. In questo “contesto” storico nasce l’Hardaway fenomeno dello street basket, resistente ai contatti, rapidissimo, atletico e con un ball-handling quasi ipnotico. Quello che però differenziava Tim da altri giocatori di simile estrazione cestistica era la concretezza verso l’obiettivo: vedendolo giocare non si ha l’impressione di avere a che fare con un talento tatticamente frivolo, un giocatore da “art pour l’art” ma piuttosto si nota una lettura dello spazio e dell’azione che ne hanno fatto un playmaker da 20 punti e 10 assist a sera, una specie di grimaldello in mano alle altre due lettere del TMC di cui sopra. Un John Locke venuto dal mondo di Oscar Wilde. In NBA la sua carriera parte fortissimo, inserito nel primo team dei Rookie, primo in assist dei californiani, poco tempo dopo (262 partite ad essere precisi) diventa il secondo giocatore nella storia a raggiungere i 5000 punti e 2500 assist, una manciata di partite di troppo rispetto ad Oscar Robertson, “Mr. Triple Double” ancora prima di Rondo e Westbrook.

Gli infortuni però si misero in mezzo ad una carriera fino a quel momento brillantissima quando nel 1993 si ruppe un crociato e saltò tutta la stagione successiva, con i Mondiali 1994 alle porte. Al ritorno dall’infortunio, Golden State non fu in grado di ripetere le prestazione degli anni precedenti, con Tim e Sprewell falcidiati dagli infortuni. Successivamente a dissidi interni con il coach Rick Adelman, Miami spedisce Bimbo Coles e Kevin Willis ad Oakland in cambio di Chris Gatling e del nostro 10. Il primo anno in Florida, con Pat Riley in panchina ed Alonzo Mourning sul suo stesso asse, Miami arriva a vincere 61 partite in RS ma in Finale di Conference trova un ex giocatore di baseball di nome Michael Jordan, un altro Diez di cui abbiamo già parlato non molto tempo fa ed uno Scottie Pippen in versione piovra. Da qui in poi le sue ginocchia malandate cominciano a tormentarlo fino al ritiro con la canotta dei Nuggets dopo aver riportato una frattura al piede in seguito ad un brusco contrasto con Randy Livingston. Se la sua carriera cestistica finisce qua (almeno in NBA) la sua legacy è ancora ben presente negli occhi di chi ha visto giocare tutti i più grandi handlers da venti anni a questa parte, Allen Iverson, Kyrie Irving, Rafer Alston, John Wall, Chris Paul e tanti altri, Tim è un po’ il professore per tutti loro. Il Two-Step il suo esame finale. A suo modo ha condizionato il basket degli anni a venire negli anni con Golden State, ha sdoganato il concetto di combo guard, portato poi all’estremo della sua forma da Allen Iverson e Russell Westbrook, e ha messo a sedere mezza America con una palla in mano. In un certo senso, fu un “Bug” a tutti i livelli, un bug per lo stesso sistema NBA che, illuminato dalle sfide tra Magic, Larry e Michael, gli ha concesso forse troppo poco spazio.