Le ultime sessioni di calciomercato ci hanno dato un’immagine nuova del rapporto società-calciatore. Un rapporto in cui il “dipendente” ha sempre più voce in capitolo, fino a poter forzare la mano circa il suo futuro. Vale sempre meno il valore del rispetto, nei confronti dell’ambiente in cui si lavora ma anche nei confronti del contratto, sempre più trattato alla stregua di un pezzo di carta che del simbolo di un impegno. L’ultimo esempio in ordine cronologico è stato Kondogbia, ma di casi simili, nelle ultime due estati, possiamo citarne a bizzeffe. Siamo di fronte ad un’altra, antipatica moda.

A MAI PIÙ

Il feeling tra il centrocampista francese e la Milano nerazzurra non è mai sbocciato. Una prima, opaca stagione con Mancini, poi quella disastrosa, la scorsa, in cui un paio di mesi sotto la guida di Pioli avevano dato l’illusione di un Kondogbia diverso. Forse non è mai stato capito, forse lui non ha mai capito il calcio italiano, sta di fatto che dell’uomo da quasi 40 milioni di euro si sono visti solo alcuni sprazzi di talento. Per il resto, troppa lentezza di azione e di pensiero, troppi tocchi prima di scaricare il pallone, troppo grezze quelle lunghe leve, tanto potenti e al tempo stesso leggiadre quando il francese si invola palla al piede, ma troppo impacciate anche nel fare le cose più semplici.

L’Inter lo ha tenuto, ben conscia che un allenatore come Spalletti lo avrebbe potuto finalmente valorizzare. Ma ha tenuto sempre un orecchio pronto a captare una possibile offerta. Ecco che negli ultimi giorni si è fatto avanti il Valencia. Una squadra, come lui, in cerca del rilancio. Troppo bassa però la proposta del club spagnolo, intorno ai 20 milioni di euro. I nerazzurri chiedono una cifra il più possibile vicina ai 30. Per non avere una minusvalenza, certo, ma anche per il discorso di cui sopra sul valore del giocatore. Senza contare che i nerazzurri non hanno fatto sconti praticamente a nessuno per le loro cessioni (il caso Perisic è emblematico in questo senso).

Spalletti non gli ha certo chiuso la porta in faccia. Ma anzi, gli ha concesso il suo spazio nel pre-campionato (come a tutti i membri della rosa) e ne ha ribadito, ieri, quella che è (o meglio, era) la sua importanza:

“Per me Kondogbia è un giocatore importante, un giocatore forte e ci vuole un certo numero di centrocampisti per affrontare la stagione”.

Già, era. Perché il francese, che evidentemente non si sente apprezzato e forse anche motivato a continuare la sua esperienza a Milano, ieri non si è presentato alla seduta di allenamento. Una mossa chiara per forzare la mano all’Inter. Che non è andata giù al tecnico toscano.

“Così non si può fare, il ragazzo avrà dei ripensamenti. Vogliamo capire cosa gli è successo e al momento non pensiamo di rivolgerci al mercato per sostituirlo”. 

Cosa aspetta il giocatore? Probabilmente una multa. Poi si vedrà per la cessione, che molto probabilmente si farà ma non senza accontentare, almeno in parte, le condizioni dei nerazzurri.

VOGLIA DI BARÇA

Perso Neymar, il Barcellona deve pensare a un sostituto. Forse anche due. Sì perché, ora che il O Ney ha lasciato, il blaugrana sembra aver attirato l’attenzione di ben due giocatori seguiti dai catalani. Trattasi di Ousmane Dembelé e Philippe Coutinho.

Il francese classe ’97 è seguito dal Barça già da diverso tempo, prima ancora che scoppiasse la bomba Neymar. Le due parti potrebbero essersi avvicinate in maniera decisiva nelle ultime ore. Nella giornata di giovedì, il ragazzo è letteralmente sparito: non si è presentato agli allenamenti e qualunque tentativo da parte dell’allenatore del Dortmund, Bosz, di contattarlo è stato vano. E ancora oggi non si hanno notizie su di lui. Difficile non pensare a scenari di mercato. Considerando che Aubameyang è ormai destinato a rimanere un altro anno con la maglia giallonera, la cessione del francese sembra un sacrificio sempre più vicino alla realizzazione.

Più complicata, forse, la situazione del trequartista brasiliano. Il favorito numero 1 per sostituire Neymar, per esperienza e caratura, è lui. E nelle scorse ore Coutinho avrebbe chiesto espressamente di essere ceduto. Dagli alti gradi dei Reds però filtra la voglia di fare muro, sia nei confronti della richiesta del brasiliano che delle offerte del Barcellona. Non è un caso, però, che per la gara odierna contro il Watford il brasiliano non sia stato convocato (ufficialmente per infortunio).

Che parta uno solo dei diretti interessati, o entrambi, la rottura con i rispettivi club è evidente.

IN CASA NOSTRA

Tornando al nostro campionato, i casi di “ammutinamento” sono diventati quasi una consuetudine. Di pochi mesi fa la rottura tra Bernardeschi e la Fiorentina, con il giocatore che aveva disertato il ritiro di Moena lasciando, come motivazione, un certificato medico che registrava una gastroenterite acuta.

Andando indietro alla scorsa estate, sembrava ormai conclusa la relazione tra la Lazio e Keita, con il giocatore che non si era presentato per la partenza della squadra verso il ritiro ad Oronzo. Giocatore che poi si unì in un secondo momento e, come sappiamo, alla fine è rimasto in biancoceleste.

Rottura effettiva che si ebbe invece tra il Torino e Maksimovic. Il difensore serbo disertò più sessioni di allenamento fino ad ottenere la cessione al Napoli, lasciandosi al veleno con Mihajlovic (in una conferenza dichiarò: “Maksimovic? Per me è morto…”). Caso analogo per Diawara e il Bologna, con il classe ’97 che inizialmente aveva disertato la partenza per il ritiro per poi presentarsi con ritardo.

Anche nel passato meno recente, esempi di disertori non mancano: da Anelka, che lasciò il ritiro della Francia durante il Mondiale del 2010 per rapporti aspri con il ct Domenech, a Gascoigne, che con la scusa di recuperare un pallone uscito dal campo di allenamento si ripresentò con la sfera 24 ore dopo, fino a George Best, che durante una trasferta a Londra per giocare contro il Chelsea si intrattenne con una delle sue tante fiamme.

 

Insomma, a maggior ragione nel calcio di oggi, sempre più dominato dal denaro e dalla figura del procuratore, le società si trovano sempre più frequentemente con le mani legate. Di fronte al rischio di trattenere un giocatore con la testa verso altri lidi, la cessione è praticamente inevitabile. Tutto a vantaggio del giocatore e a svantaggio delle società, che devono abbassare le pretese per non mandare all’aria il trasferimento. Siamo di fronte a calciatori, e professionisti, diversi. A un calcio diverso, un calcio più antipatico.