Never too small to dream big.
Non si è mai troppo piccoli per sognare in grande, tantomeno per comandare.
Alessandro Magno, Napoleone Bonaparte e CP3, Christopher Emmanuel Paul. Devi essere una persona speciale che si fanno rispettare con la loro presenza, innato carisma e rispetto.
E, se Madre Natura ti ha dato anche un cervello che “vede autostrade dove gli altri vedono sentieri”, sei un predestinato.
Che sia la battaglia di Isso, quella di Austerlitz o Gara 7 contro gli Spurs a chi importa, storie diverse ma stesso DNA, quello del comandante in prima fila che non molla un centimetro, che va avanti anche senza una gamba, una spalla o qualcos’altro, che riceve gli onori della vittorie e le infamie della sconfitta più di chiunque altro.
La vita è ingiusta a volte Chris, non basta essere i migliori se poi ai tuoi compagni, a quelli che combattono fianco a fianco con te, succede di tutto ogni volta che si varca la benedetta soglia della post-season. Anzi, piuttosto spesso succede anche a te. Chris nasce nell’1985 a Lewisville, North Carolina , figlio di Charles Paul (CP1) e fratello di CJ Paul (CP2).
Per una volta nella sua storia entra in gioco la logica e l’ultimo arrivato diventa automaticamente CP3, da ora in poi di logico non ci sarà più niente.
La triade di famiglia se la spassa con lo sport: babbo allena, i figli giocano e si vede subito che Chris non è uno qualsiasi, fa direttamente il quarterback, il linebacker(?) e il playmaker indifferentemente e nel frattempo sempre con il fratello lavora in un’officina, neanche adolescente.
Quella officina però non è una come le altre: è proprietà Nathaniel Jones, PaPa Chili per intenderci, babbo della mamma nonchè primo afroamericano ad aprire qualcosa del genere negli Stati Uniti, in piena epoca Martin Luther King, nella North Carolina.
Chris e CJ fanno un po’ di tutto, la cassa, le gomme, la pressione, due frugoletti che vorticano nel garage e danno una mano.
Con il nonno ha un rapporto speciale, lo considera come un amico, un babbo, un consigliere, di lui dirà: “Mi ha insegnato più cose di quante potrò mai saperne con un dottorato di ricerca”.
Chiarito questo concetto, ne rimane un altro da sottoscrivere e fissare.
Mai mettersi contro Chris Paul.
Basta una semplice rimessa dal fondo per sintetizzarlo, la famosa rimessa bowling: lui decide quando inizia l’azione, non gli arbitri, non gli spettatori, non i compagni, non gli avversari, nessuno. Chi ha osato sfidarlo sta ancora cercando le sue caviglie in giro per i palazzetti di mezza America.

C’è poi qualcun altro che ancora non ce l’aveva presente, ma parliamo di molto tempo fa.
1999, Paul ha 14 anni, titolare della West Forsyth e sogna di giocare per l’UNC Tar Heels, come ogni ragazzo della North Carolina.
Un’occasione gli farà cambiare idea: Matt Doherty, allenatore capo per l’appunto di UNC, viene a vedere una partita del suo liceo.
Chris gioca poco e a fine partita, imbestialito come pochi, scavalca le gradinate e ferma il coach.
“Grazie dell’interessamento, continua a tifare per noi”, a nulla valgono le sue promesse, un play di 1,60 a Doherty non serve.
O almeno sembra.
Dall’altra parte invece lo accolgono a braccia aperte Wake Forest e Skip Prosser, il suo destino al College è già tracciato.
Tutto va come dovrebbe, Chris firma la lettera di intenti per Winston-Salem davanti a tutta la famiglia, il nonno in particolare, e nel frattempo è diventato un ragazzo di 1,80 che a basket ci gioca divinamente, comincia a diventare il CP3 che conosciamo noi.
Il nonno però non lo vedrà mai, almeno dalle gradinate di un palazzetto.
Una serie di coincidenze porta PaPa Chili, sulla strada di casa un po’ più tardi del solito e con qualche cassetta di frutta da riportare alla famiglia, sulla stessa di cinque ragazzi che quella sera avevano voglia di fare un po’ di soldi e non lavorando. Il buio fa il resto, Nathaniel è una quercia d’uomo ma non può nulla contro la furia di quei ragazzi, muore per aritmia dentro il bagagliaio della sua auto, dopo essere stato imbavagliato e preso a sprangate. Per un portafogli.
Solo per farvi capire che persona fosse, 2000 persone si presentano al funerale, 2000, un quarto di quella cittadina.
Paul è a pezzi, non c’è bisogno di spiegarlo, ci sarebbe una partita da giocare domani ma non è il caso. La zia ha un’altra idea: Nate aveva 61 anni, ce la faresti a fare 61 punti? Il record collegiale in quel momento era di 67, apparteneva a Bob Poole di Clayton da 50 anni, farne 61 non è uno scherzo.
Il giorno dopo, Chris parla con coach Laton, lo convince a fargli giocare tutta la partita e comincia a tirare, segnare, segnare, segnare.
Saranno 32 a fine primo tempo, qualcosa comincia a farsi strada tra le idee del pubblico perchè la sua versione scorer non l’avevano mai vista.
Dove vuole arrivare Chris Paul? A meno di due minuti dalla fine Paul è a 59, scherza il suo marcatore e si prende un potenziale gioco da 3.
Il tabellino recita 61, basta così.
Airball al libero supplementare e pianto liberatorio, Nate che se la ride da su in alto.

Alla fine dell’anno, riappare il redento Doherty:

“Senti, ho sbagliato in passato. Sono pronto a fare il gioco sporco per te” gli dice il coach “Posso annullare una borsa di studio che ho già assegnato ad un altro ragazzo e la faccio arrivare a te, così puoi giocare per noi”
“Me ne vado a Wake Forest, stronzo!”Ci vediamo tra 3 settimane, preparati”

Così è, Wake si fa due volte l’NCAA, una le Sweet Sixteen e riaggiorna record su record, tutti con scritto a fianco Chris Paul. Tempo di NBA, Draft 2005: i Bucks vanno su Bogut, gli Hawks su Marvin Williams.
Ora, i prossimi due sono verosimilmente Deron Williams e CP, uno a Utah, uno a NOLA. Stern chiama Williams alla 3, New Orleans festeggia: Paul arriva a New Orleans.  Il resto è storia da annali NBA, gli Hornets che contro tutti i pronostici diventano quasi da titolo, il Rookie of the Year, l’All Star Game a casa dopo la temporanea rilocazione ad OKC a causa dei strascichi dell’uragano Kathrina, West, Chandler e Stojakovic dall’arco, i Clippers che da ultimi degli ultimi guardano dall’alto in basso i Lakers. Oggi il suo futuro è a Houston, al fianco di un altro fenomeno che parla la sua stessa lingua. Una delle coppie con più hype e fascino della storia, in mano ad un coach che ha tracciato un autostrada dove gli altri vedevano sentieri. Lui stesso in campo è un spettacolo: dalla tecnica alle letture, dalla difesa al tiro, a volte sembra che un palazzetto intero si muova esattamente quando e come dice lui, senza che neanche apra bocca. Forse una delle ultimissime opportunità di trascinare una squadra ai Playoffs e sognare di andare ancora più lontano gli si è presentata davanti, in un contesto tanto estremo quanto affascinante da vedere. Comunque vada, Chris Paul è già una leggenda vivente.