I problemi di gioco della Nazionale sono evidenti, le ultime partite li hanno portati alla luce in modo lampante. Sconfitta umiliante contro la Spagna, pareggio in casa contro la modesta Macedonia, e vittorie sofferte e risicate contro Israele e Albania. Gli infortuni non aiutano, ma ciò che sembra mancare è un’identità, un’idea di quello che i giocatori devono fare in campo.

Sia chiaro, l’Italia non ha mai avuto un gioco spettacolare, ma ogni commissario tecnico ha formato la sua squadra attraverso dettami precisi. I ragazzi di Conte, ad esempio, impostavano la partita sul pressing alto ed asfissiante, sul lavoro di sponda della prima punta (e l’appoggio della seconda), sugli inserimenti degli interni di centrocampo. Il primo Prandelli aveva la fortuna di avere ancora Pirlo, che faceva giocare come vertice basso del suo rombo, equilibrando il centrocampo con un trequartista atipico, ma ordinato, come Montolivo.

E l’Italia di Ventura? L’attuale commissario tecnico ha cercato di “insegnare” ai suoi calciatori i movimenti del suo amato 4-2-4, nonostante quasi tutti gli azzurri siano abituati a pensare il calcio in modo diverso. Non esiste un vero regista, spesso è un Bonucci fuori forma a cercare l’imbucata per i due attaccanti, saltando di netto il centrocampo. Il possesso palla e il controllo della gara sono totalmente assenti, la Nazionale vive di fiammate incostanti, che portano ad azioni concrete solo quando la palla riesce ad essere controllata dagli attaccanti.

Perché, se quasi tutti gli interpreti sono abituati al 4-3-3 con il regista basso, Ventura si ostina a proporre soluzioni diverse? Perché Verratti non gioca nella posizione che gli compete e Jorginho addirittura viene lasciato a casa?

POSTMETODISMO

La risposta ce l’ha già data il ct stesso, che alla domanda sulla mancata convocazione dell’italo-brasiliano ha risposto: “Non mi serve un metodista”. Vero, nel suo gioco il regista-metodista non esiste. Peccato che esista in quasi tutte le squadre della Serie A, a partire dal Napoli di Sarri (proprio con Jorginho), proseguendo con la Roma di Di Francesco (De Rossi), fino anche alla Lazio di Inzaghi (Leiva). L’elenco continua, anche se con qualche differenza, citando la Juventus di Allegri (Pjanic) fino all’Inter di Spalletti, che ha acquistato Borja Valero proprio per avere un faro che illuminasse il gioco dei nerazzurri.

Il metodista, tanto per intenderci, non è il regista talentuoso alla Pirlo, non è il centrocampista che manda in porta gli attaccanti con una verticalizzazione improvvisa. Il metodista è colui che lega i reparti, che attraverso passaggi brevi muove il pallone da una porzione di campo all’altra. Jorginho nel Napoli fa proprio questo: non è quello che dà la svolta all’azione offensiva (Hamsik), ma è colui che raccoglie la palla dalla difesa, che “pulisce” le situazioni intricate, che rappresenta il centro strategico intorno al quale si sviluppa tutta l’organizzazione di squadra.

Si tratta di una nuova versione del metodista – una sorta di postmetodismo –  complice lo spostamento del regista in diverse zone del campo, a seconda delle situazioni (ad esempio il centro nevralgico della manovra dell’Atalanta è Gomez, che fa l’esterno).

IL CENTROCAMPO DI VENTURA

Il CT dell’Italia ha deciso di non avere questo tipo di giocatore tra i suoi convocati. O meglio, ce li avrebbe anche, ma assegna loro compiti diversi. Jorginho si può anche non chiamare, ma lasciare a case due come De Rossi e Verratti sarebbe impossibile, e quindi i due sono costretti a giocare in un centrocampo a quattro, formando una specie di diga lì in mezzo. Nelle ultime partite, causa l’assenza dei due, questo compito è stato svolto da Gagliardini e da Parolo; se l’interista in quella posizione ci può anche stare, un giocatore amante degli inserimenti come il laziale non può rimanere statico in quel ruolo per tutta la partita.

Mancanza di un’idea di gioco e calciatori fuori posizione: i due problemi principali della Nazionale, che potrebbero essere entrambi risolti adottando il 4-3-3. Aggiungendo un centrocampista infatti, oltre a creare maggiore densità in mezzo al campo, gli azzurri avrebbero la possibilità di legare maggiormente i reparti tra loro, di avere un centro nevralgico del gioco, e di costruire l’azione passando dai centrocampisti. Inoltre, inutile dirlo, Insigne tornerebbe nel ruolo che lo esalta, e Belotti e Immobile potrebbero alternarsi in modo efficace nel ruolo di prima punta.

Le indicazioni che la Serie A fornisce sono quelle del 4-3-3, del possesso palla, del regista basso con le due mezzali, degli esterni offensivi che si stringono in mezzo al campo (invece che allargarsi come nel 4-2-4).

I concetti verticali di Ventura sembrano invece legati ad un calcio un po’ vecchio, che predilige distanze lunghe e una squadra sviluppata in ampiezza, piuttosto che l’occupazione stretta degli spazi e la compattezza dei reparti (aiutata dal metodista e dalle mezzali) del calcio moderno.

JORGINHO SÌ O JORGINHO NO?

La questione sul perché Ventura non convochi Jorginho non si risolve dunque nella valutazione del calciatore, ma deve per forza comprendere una visione più ampia legata all’idea di gioco che il CT ha in testa. Dal punto di vista della coerenza dunque, il tecnico fa bene a non chiamarlo, visto che già è “costretto” a convocare due come Verratti e De Rossi, solo per certi versi adattabili in un centrocampo a due.

Se però l’idea di gioco che il ct ha in testa non funziona, sia perché i giocatori non sono abituati a quei movimenti, sia perché il calcio moderno si muove in modo diverso, forse si dovrebbe cambiare qualcosa. Forse il centrocampo a tre sarebbe la soluzione, e in quel caso Jorginho potrebbe essere la riserva di De Rossi o di Verratti, a seconda delle situazioni.

Un’identità a questa Nazionale serve come il pane, altrimenti ai Mondiali (spareggi permettendo) si rischia di fare una brutta figura. La gestione della partita passa soprattutto dal possesso palla, per due motivi principali: il più ovvio è legato all’aspetto calcistico, ovvero se tieni palla comandi anche il gioco; il secondo invece riguarda l’aspetto mentale, perché fare in modo che il pallone passi a più giocatori possibili durante l’azione, aumenta l’autostima dei singoli, e contribuisce a creare un’identità di gruppo.

Le partite quasi sempre si vincono a centrocampo, e le più grandi squadre in quel reparto hanno almeno tre uomini. Forse sarebbe meglio adattarsi, prima che alle grandi Nazionali, soprattutto alle idee del calcio moderno.

Forse, dunque, un metodista (o un postmetodista) a questa Nazionale serve.