Non poteva essere realtà, non poteva nemmeno avvicinarvisi. Non si poteva immaginare un Mondiale senza l’Argentina, senza la Selección, senza quella maglia a strisce biancocelesti che sono storia calcistica, magia a disposizione di uno stadio, e passione allo stato puro. E no, non si sarebbe potuto accettare un Mondiale senza il numero 10 più forte del pianeta, senza quel giocatore che, per quanto se ne voglia parlare, lo zampino quando conta ce lo mette. Sempre.

Non era pensabile un Mondiale senza l’Argentina di Lionel Andrés Messi.

In questi giorni stiamo vivendo il trionfo di colui che al momento è riconosciuto come il più grande portatore di talento calcistico sulla Terra, senza nulla togliere a Cristiano Ronaldo che rappresenta maggiormente lo spirito di sacrificio e la capacità di allenamento messa accanto ad una tecnica sopraffina. Messi si è dovuto prendere sulle spalle un popolo, un modo di vivere la propria nazionale, un sentimento patriottico che esiste da poche parti come in Argentina; quando tutto sembrava andare dalla parte opposta rispetto al giusto, la Pulga ha illuminato Quito con una tripletta da urlo, trascinando l’Albiceleste a Russia 2018, quasi a voler zittire i soliti mugugni “perché al Barça sì e qui no?“. Dopo il pareggio della Bombonera contro il Perù, gli sguardi degli argentini sembravano assorti, persi nel vuoto nonostante uno stadio strapieno, quasi come quello di un bambino che ha perso di vista il suo punto di riferimento.

Quel riferimento era proprio Leo, che grazie al suo senso di appartenenza ha richiamato a gran voce i compagni per poi trascinarli con il suo mancino divino; per poi essere il primo ad aprire le danze nei festeggiamenti sulla cancha di Quito, e poi negli stessi spogliatoi dell’Olímpico Atahualpa.

Tutto bello, passionale, pieno di quel romanticismo sudamericano che nel calcio si esprime ancor meglio che in tutto il resto. Pensate che sarebbe potuto succedere tutto il contrario.

TODO NEGRO

27/06/16, New Jersey, MetLife Stadium. Argentina 0-0 Cile. Ci si gioca la finale di Copa America. Ai rigori.

Anche qua Messi ha trascinato la sua Nazionale a suon di gol e giocate da urlo, raggiungendo l’ennesima finale che potrebbe rendere al popolo argentino un titolo che manca da un’eternità, da una vita: dal 1993, quando a dominare in Sudamerica erano dei giovincelli quali Batistuta, Simeone e Redondo.

La conclusione di quel match la sapete benissimo, Messi fallisce dal dischetto, come fallisce l’ennesima occasione di portare a casa un titolo. Gli unici titoli sembrano essere quelli di coda, quelli dopo la scritta the end. La stessa scritta che viene pronunciata dalla pulga, stanco di essere additato come principale responsabile delle sconfitte argentine, colui che non è mai in grado di decidere le partite quando indossa la maglia della sua nazionale, il giocatore che ha perso tre finali negli ultimi tre anni (un Mondiale e due volte la Copa America).

Incredibile, perdiamo un’altra volta e di nuovo ai calci di rigore. (…) Avrei voluto tanto portare un titolo alla mia Nazionale, ho fatto tutto quello che potevo ma abbiamo perso di nuovo. Lascio l’Argentina, la decisione è presa.

Un fulmine a ciel sereno per un paese che nell’epoca d.M., dopo Diego Armando Maradona, aveva riposto tutte le sue speranze di vittoria su di un nuovo numero 10. Si dice che campioni come El Pibe de Oro appaiano una volta ogni 100 anni, se non di più: l’Argentina ha avuto la fortuna di averne ben due, e nel giro di molto meno tempo, e fare a meno proprio sul più bello di Lionel fa veramente male. Tutto ciò è quello che ogni appassionato di calcio non merita, perché essere privati di un talento del genere è troppo duro, è un boccone troppo amaro da digerire. Pensiamo a cos’è successo solo qualche mese fa con Francesco Totti: chiunque, romanisti e non, hanno versato una lacrima per l’addio al calcio di un giocatore che ha rappresentato per una generazione “l’ultima vera bandiera”. E se n’è andato solo perché il tempo è rapido ed incalzante, e in uno sport purtroppo arriva sempre troppo velocemente il momento di appendere gli scarpini al chiodo.

Ma perdere una liaison come Messi-Argentina per la troppa delusione post finali perse no, non è giusto per coloro che amano il calcio.

Tante lettere, tante parole, tanti commenti: qualcuno lo incoraggia a tornare, a ripensarci, non tanto per sé quanto per tutto il paese che lo ama alla follia. Altri continuano a criticarlo dandogli del codardo e del viziato, a tal punto da sminuirlo non solo come giocatore (“non ti avvicini nemmeno a Diego”) ma anche come uomo. L’unico che però si mette a tavolino con lui è Edgardo Bauza, nuovo CT dell’Argentina.

“Non ho dubbi, Leo ha tantissima voglia di tornare ad indossare la maglia del suo Paese”.

NUEVAMENTE TODO BLANCO (Y CELESTE)

Il 1° di settembre, a Mendoza, è di nuovo lì: fascia al braccio, maglia albiceleste e la sua numero diez sulle spalle. Proprio lì, dove ha deciso di caricarsi di nuovo il suo popolo, la sua gente, e forse anche la sua enorme voglia di diventare decisivo con quella bella quanto maledetta camiseta.

Bauza l’ha convinto a tornare, ma non ha convinto la Federazione a causa di prestazioni pessime, noiose e oltretutto senza risultati. Se possibile, una nazionale così romantica ha scelto un allenatore altrettanto romantico, quel Jorge Sampaoli che, dopo aver fatto i miracoli con il Cile e dopo aver conquistato anche l’Europa a suon di verticalizzazioni e calcio spettacolo con il suo Siviglia, si è seduto sulla panchina del suo paese. Se Bielsa era già stato CT, non c’era niente di più vicino a lui da mettere sul banco.

El Hombrecito, uno che prima di arrivare dov’è oggi ha fatto tanta gavetta e tanta fatica, non è uno che parla a sproposito. Sa benissimo di aver proposto un gioco ancora abbastanza sterile, sa che le sue idee di calcio non andranno bene a tutti (una su tutte, lasciar fuori Higuain per gente come Pratto o Benedetto) e che per metterle in atto ci vorrà ancora tanto tempo. Ma se dice qualcosa, è quello che pensa.

Ha parlato della bronca, della rabbia che i giocatori argentini avevano dopo il pareggio col Perù, e difatti non è mancata contro l’Ecuador. Ha parlato di volere una squadra forte, che deve essere organizzata e solida dietro e creativa davanti, e così è stato. E quella stessa squadra, se si fosse comportata così, avrebbe vinto senza problemi: perché quando hai Messi tutto diventa più facile, perché hai un fuoriclasse che le altre squadre non hanno.

“L’ho detto ai ragazzi negli spogliatoi, e lo ripeto anche qua: troppo spesso sento dire che Messi deve un Mondiale al suo paese, all’Argentina, ma credo che si sbagli a dire così. Non è che Leo ci deve un Mondiale, è il Calcio che deve un Mondiale a Leo”.

Messi ce li ha portati al Mondiale. A fatica, ma ha messo tutto al suo posto: sia la sua Nazionale che sé stesso. Perché un mundial senza el genio del fútbol, o semplicemente el fútbol, non avrebbe alcun senso.

Ed in Argentina lo sanno bene.