Una scommessa con gli amici”.

Dal 1998 al 2015.

La carriera di Cristiano Lupatelli fra i professionisti è lunga diciassette anni. Quasi un ventennio passato a girovagare per l’Italia, alternandosi sulle panchine di Roma, Fiorentina, Genoa, Bologna, Parma, Cagliari e Palermo.

Una carriera che lo ha visto sempre come seconda o terza scelta.

Beh, quasi sempre.

IL MIRACOLO

Quasi sempre perché nell’estate del 2001 succede qualcosa che cambierà per sempre la carriera dell’estremo difensore perugino: nell’annata precedente una piccola squadra rappresentativa di una frazione di Verona, il Chievo, compie l’impresa. Ribaltando i pronostici, i clivensi di Gigi Del Neri centrano la Serie A.

Impossibile, secondo molti, che un piccolo quartiere di soli 4500 abitanti possa avere il privilegio di giocarsi il massimo campionato italiano di calcio.

Trascinati da bomber Bernardo Corradi, che metterà a segno ben dodici reti stagionali – moltissime in un’epoca storica nella quale in Serie B la prima in classifica (il Torino) vinceva il torneo con solamente 48 reti all’attivo.

E alla fine di quell’annata strabiliante sulla riva del fiume Adige giunse il nostro folle eroe: Cristiano Lupatelli.

FOLLE DIEZ

Portiere spavaldo quanto pazzo fra i pali, Lupatelli ben presto per tutti è “il Lupo”. Prelevato dalla Roma campione d’Italia diverrà immediatamente un pilastro centrale dei mussi volanti e il centro di un calciomercato che lo vedrà essere l’acquisto migliore di quel Chievo assieme al giovane Si

mone Perrotta, prelevato dal Bari.

Una scommessa con gli amici. E’ nato tutto per scherzo, ed è diventato realtà. Una cosa credo divertente e simpatica”.

Così la definisce il Lupo la scelta di prendere la maglia numero 10 nonostante l’insolito ruolo. Pensare infatti che il giocatore ex Fiorentina, oggi preparatore dei portieri della Juventus, è stato l’unico estremo difensore ad indossare quella maglia, portata sulle spalle di leggende del calcio come Francesco Totti, Maradona, Pelè e Zidane.

 

 

MUSSI VOLANTI

“Il Chievo giocherà in Serie A quando i mussi voleranno”.

Così i clivensi venivano scherniti dai tifosi scaligeri, vedendo impossibile una loro promozione. E così quando il Ceo (così “Chievo” in veneto) approda nella massima serie, quel soprannome fatto a mo’ di sfottò diventa presto un segno caratteristico.

Nella stagione 2001-02 il Chievo presenta una squadra che molti ancora oggi ricordano a memoria: un imprevedibile 4-4-2 con Lupatelli fra i pali, difesa schierata con Moro, D’anna, D’angelo e Lanna. Centrocampo formato da Eriberto (poi Luciano), Corini, Perrotta e Manfredini, tutti a supporto del duo d’attacco Marazzina-Corradi.

Mister Del Neri punta tutto sulla solidità difensiva, dando quindi al Diez del gruppo un ruolo cardine, sfruttando, inoltre, la velocità sulle fasce di Eriberto e Manfredini. Ad impostare il gioco il metronomo Eugenio Corini, dai cui piedi partivano le maggiori offensive gialloblu.

Otto partite nelle quali il Chievo ha comandato la classifica del torneo, con le fondamentali vittorie al Meazza contro un’Inter di Ronaldo e Vieri, così come gli importanti risultati ottenuti contro la Lazio (3-1), il Milan (1-1) e soprattutto grazie al cinismo contro le medio-piccole della Serie A, che fecero chiudere ai clivensi la prima stagione fra i grandi con 14 vittorie, 12 pareggi e solo 8 sconfitte, conquistando, perciò, un quinto posto oltre ogni aspettativa.

UN DIEZ NON POSSIBILE PRIMA

Si apprestava ad iniziare la stagione 1995-96: in italia la Juventus aveva vinto il suo ventitrèsimo scudetto e Batistuta vinceva il titolo di capocannoniere segnando 26 reti con la casacca della neopromossa Fiorentina. A tenergli testa solo un altro argentino, il puntero romanista Abel Balbo che ne fece 22 di gol.

Erano anni di cambiamenti: se la stagione prima si era assistito ad una svolta epocale col passaggio dell’assegnazione dei punti-vittoria da due a tre, stavolta fu il momento delle maglie da calcio.

Fino a quel momento i titolari potevano indossare solo le maglie con i primi undici numeri: numero 1 per il portiere, fino alla 5 per i difensori, 6,7,8 per i giocatori sulla mediana, mentre il 9, il 10 e l’11 venivano assegnati a giocatori prettamente offensivi.

La svolta fu epocale: ogni giocatore da quel momento avrebbe potuto scegliere la maglia che preferiva.

GLI ALTRI FOLLI

Lupatelli, però, non fu l’unico ad avere un numero di maglia molto molto insolito: alcuni giocatori sono stati spinti da motivi più che morali.

Si fa riferimento a Salah che a Firenze prese il 74 in onore della strage di Port Said, nella quale proprio 74 persone persero la vita. Per ragioni molto simili Fabio Quagliarella, oggi in forza alla Sampdoria, scelse la 27 in onore di Niccolò Galli, suo compagno di squadra morto nel 2001 per colpa di un incidente stradale.

Ci sono però giocatori che hanno scelto un numero particolarmente buffo: è il caso di Zamorano, centravanti nerazzurro che volendo il numero nove, già preso, scelse il 18, inserendo un “+” fra i due numeri.

O ancora il buffissimo Fortin. Estremo difensore del Vicenza, scelse il numero 14 per via del suo cognome.

E perché no Fabio Gatti? Consapevole di dover scegliere un numero da inserire sotto il nome, scelse il 44, scherzando sul gioco di parole e rifacendosi alla canzone dello Zecchino D’oro.

Insomma: se non son folli non ce li vogliamo.

E vogliamo ricordarcelo così Lupatelli, aldilà della carriera svolta: il padre dei folli.

Un dieci per scommessa.