“God save the queen!” urlano a gran voce gli inglesi in occasione del loro inno, calcisticamente questo inno potrebbe trasformarsi in: “Someone save the football”. Perché gli inglesi rivendicano sempre la creazione dello sport più conosciuto al mondo, la loro presunzione però li porta a ritenersi sempre i migliori al mondo. I fatti invece dimostrano il contrario perciò, tranne che nel ’66, l’inglese è alla continua ricerca di un messia che riporti l’Inghilterra sul tetto del mondo.

Le speranze si sono riversate su chiunque mostrasse, anche solo per qualche mese, un potenziale sconfinato. Ma la speranza è arrivata ad incrociarsi verosimilmente con la realtà quando un esile ragazzino di Chester ha iniziato a dare qualche calcio ad un pallone. Quel ragazzino è Michael Owen.

TRA IL SACCO E I RECORD CON IL PALLONE

Michale Owen nasce nel 1979, quintogenito della famiglia. Michael è figlio d’arte: papà Terry, nato a Liverpool, è stato attaccante nelle divisioni inferiori inglesi e ha deciso di stabilirsi a Chester dopo gli anni passati da calciatore proprio in questa città al confine con il Galles.

“Fly like a butterfly sting like a bee”

Come potrebbe collegarsi la frase iconica di Ali con un ragazzo gracilino con Owen? Lo sport fa da base nella famiglia Owen, ma paradossalmente lo sport principale di Michael non era il calcio bensì il pugilato. Fu proprio Terry ad iscriverlo e ad infilargli i guantoni, ma quando il piccolino indossava gli scarpini chiodati era tutta un’altra storia. Il cambio di sport fu repentino, già ad 8 anni, Michael giocava con quelli di undici anni, nonostante il suo corpo estremamente esile era decisamente qualche spanna sopra i suoi compagni e avversari. Il piccolo Owen divora i propri avversari, dopo 3 anni demolisce il record di Ian Rush e diventa il miglior marcatore di una singola stagione del campionato del Galles settentrionale con ben 92 (!) gol.

DALL’ALTRO LATO DEL MERSEY

Il suo nome riecheggia nei settori giovanili inglesi, a 12 anni si affacciano i grandi club d’Inghilterra per fargli la corte. Michael, data la provenienza del padre, è un grande tifoso dell’Everton, dunque il sogno sarebbe proprio quello di vestire la maglia dei toffees per sognare un esordio al Goodison Park. L’Everton però non si fa molto avanti, a differenza del Manchester United che sfodera la sua arma migliore: Sir Alex Ferguson. Probabilmente quasi nessun ragazzino a 12 anni è stato corteggiato direttamente da Ferguson. Certamente solo uno ha avuto il coraggio di dirgli di no, ed è stato proprio Michael. Ironicamente infatti, Owen ha accettato il nemico sia dell’Everton che dello United: il Liverpool. Da quel momento inizia probabilmente l’ascesa più incredibile della storia del calcio.

Come con Ian Rush, Michael inizia a detronizzare anche i record di Robbie Fowler. Nelle giovanili diventa lui il bomber più prolifico della storia delle giovanili del Liverpool, rincorrendo sempre di più “The God” fino a fargli da riserva, solo per poco in prima squadra.

 

IL FUTURO IN UNA NOTTE

Prima di arrivare all’esordio in prima squadra, nel ’96 arriva uno scontro che fa prefigurare il futuro dell’Inghilterra: il Liverpool arriva in finale della FA Youth cup. I reds sfidano il West Ham nella doppia sfida finale. I londinesi hanno tra le proprie fila 2 giovani dalle belle speranze: Rio Ferdinand e Frank Lampard. Il Liverpool invece ha tra i suoi anche Jamie Carragher, e alla fine la spuntano loro, guarda caso con un gol di Owen. L’Inghilterra ammira i fenomeni del futuro, sempre più convinti che la rivalsa sia imminente.

GOLDEN BOY

A suon di gol, Michael brucia tutte le tappe e arriva fino all’esordio agrodolce per i tifosi del Liverpool. La data è 6 Maggio 1997: il Liverpool si gioca una grande fetta della Premier League contro il modesto Wimbledon che però gli tende la trappola. La partita si chiude sul 2-1 per i londinesi, la Premier va nelle mani del Manchester United. Nella disperazione generale però appare una luce di speranza quasi accecante, ed è proprio Michael che ha bagnato il debutto con un gol. Gli infortunii e l’arrivo di Owen scalzano in malomodo “The God” dal suo posto di stella del Liverpool. Owen si prende tutti gli allori con le sue reti.

La frase di Ali ritorna nel modus operandi del giovane inglese. Owen è sempre gracilino, ma nel campo vola realmente come una farfalla, la sua rapidità stende gli avversari. Ogni contropiede è un gol di Owen che punge proprio come un’ape, in maniera cinica e soprattutto fredda, come solo lui è.

La prima stagione da titolare, 1997/98, la segna con il titolo di capocannoniere della Premier League. L’Inghilterra lo invoca a gran voce, Glen Hoodle lo convoca ovviamente per il mondiale in Francia ma non lo schiera inizialmente come titolare. Infatti è Sheringham ad affiancare Shearer per le prima due partite del girone. La seconda si conclude con la sconfitta ai danni della Romania dove però l’entrate Owen ha marcato il tabellino. Arriva così lo spartiacque che porta ovviamente Hoodle a scegliere a furor di popolo Owen come compagno di Shearer.

Agli ottavi c’è l’Argentina di Passarella, uno di quelli che c’era nell’86, quando gli inglesi furono umiliati dalla furbizia e il genio del divino Maradona. A distanza di 12 anni c’era da rivendicare quello sgarro incredibile. La partita inizia con il botto, Batistuta e Shearer segnano nel giro di 10 minuti. Al sedicesimo minuto la speranza degli inglesi arriva al punto più alto della propria storia. In 6,38 secondi viene racchiusa tutta l’essenza di Michael Owen tecnicamente e simbolicamente. La sua corsa sembra rispondere a quel barrilete cosmico che ha fatto inginocchiare l’Inghilterra sul suolo messicano. Beckham lancia Owen che si porta avanti con il tacco, fa a sportellate con Chamot, arriva barcollante a tu per tu con Ayala e lo fa secco. L’esecuzione è quasi una formalità.

Sembra tutto perfetto, l’Inghilterra sembra volare sulle ali dell’entusiasmo grazie ad un 19enne. Zanetti riporta tutti sulla terra con il 2-2; Beckham tradisce la regina con un calcetto galeotto che gli costa l’espulsione. Si va ai rigori, Ince e Batty condannano l’Inghilterra ad un’altra delusione. Resta però ancora la speranza di Owen come futuro trascinatore dei tre leoni.

E come se si stesse parlando di un calciatore che ha già vissuto il suo miglior momento di forma, ma invece Owen ha ancora 19 anni. Continua a segnare con costanza, nonostante l’infortunio al tendine rotuleo. Sorpassato poi il disastro dell’Europeo di Belgio e Olanda, Michael arriva a disputare la stagione migliore della sua carriera, quella che lo porterà alle luci della ribalta come il golden boy. Il Liverpool di Houllier non viene ricordato solo per Owen. Oltre il ragazzo di Chester ci sono anche Gerrard, Carragher, Fowler, Smicer, Hyypia, Redknapp ed Heskey. Dei 5 trofei vinti in quella stagione, di cui una Coppa Uefa vinta battendo Olympiakos, Roma, Porto, Barcellona ed infine Alaves, Michael verrà ricordato per la Supercoppa Europea e la FA cup.

Contro l’Arsenal, nella finale di FA cup, ha risollevato la squadra totalmente da solo, i reds erano in balia del gioco di Wenger e anche 1-0 sotto. Michael però negli ultimi 10 minuti mette in ridicolo i gunners con una doppietta che porta al trionfo la squadra del Mersey. In Supercoppa invece firma la terza rete degli inglesi contro il Bayern campione d’Europa. Eppure la partita con i tedeschi sembra un deja-vu recente. Kahn è già stato infilzato qualche giorno prima in occasione del 5-1 degli inglesi in terra teutonica. Quella vittoria varrà il pass per il mondiale del 2002.

GIOIA SEGRETA E INASPETTATA

Il coronamento di una stagione stratosferica giunge il 5 Dicembre del 2001. Si gioca all’Olimpico Roma-Liverpool, valevole per il secondo girone di Champions League. Nel prepartita Owen viene distratto da una telefonata incredibile: “Hai vinto il pallone d’oro, ma non dirlo ancora a nessuno”. La partita dell’inglese è confusionaria, è quasi un fantasma che si aggira per l’Olimpico. Come dargli tutti i torti, anche se la sua vittoria resta una delle più controverse in assoluto, inferiore solo al Pallone d’oro di Messi nel 2010. Paradossalmente dall’altra parte del campo c’era chi forse lo meritava un po’ di più. Quel Francesco Totti che ha portato Roma sul tetto d’Italia con le sue giocate belle quanto decisive. Come Xavi e Iniesta, probabilmente anche lui starà gridando ancora vendetta.

TRA I GALATTICI

Liverpool sembra stargli stretta e dopo lo stranissimo europeo portoghese, il Real di Florentino Perez bussa alla sua porta. Michael non esita un secondo e vola in Spagna per completare il circolo dei GalacticosLa sua spedizione in terra spagnola però non va proprio a buon fine. L’inglese non è sempre titolare ma segna comunque con estrema naturalezza, infatti ne fa 17 in 45 partite. Il Real però non se la passa benissimo, in un anno si susseguono ben 3 allenatori, con l’ultimo, Vanderlei Luxemburgo, che non lo ha mai ritenuto nei propri piani.

BACK IN THE UK

Il Real così lo mette all’asta dopo un anno e le sirene inglesi squillano fortissimo. Il ritorno al Liverpool sarebbe l’apice del romanticismo,  ma in amore alcune volte contano anche i soldi. I reds offrono 12 milioni, mentre il Newcastle ne mette sul piatto 18. Michael approda al St. James Park al fianco di Shearer ma con la Kop decisamente contro. I tifosi del Liverpool si sentono estremamente traditi e al ritorno all’Anfield il clima è infermale. “Where were you in Istanbul?”, viene così sbeffeggiato dai suoi vecchi tifosi. L’ombra degli infortunii ritorna, nel Dicembre del 2005 arriva il primo, ma Michael riesce a recuperare per il mondiale tedesco.

Dopo quattro minuti di gioco della terza partita del girone, il clima diventa surreale, il suo ginocchio fa crack. L’infortunio al ginocchio non gli darà pace e lascerà ai box per un intero anno. Quello è il momento della fine del golden boy, anche se siamo solo a 27 anni. Michael non è più lo stesso, è quasi disinteressato al calcio, pensa più alla sua figura che a quanti gol fare.

FINALMENTE INSIEME

Nel 2009 Sir Alex Ferguson riesce a chiudere ciò che aveva iniziato 15 anni prima. Owen arriva all’Old Trafford con la 7 del partente Cristiano Ronaldo. Fergie ha un grandissimo rimpianto: a suo modo di vedere se Michael avesse accettato l’offerta da piccolo, sarebbe stato veramente uno dei migliori al  mondo per molto tempo. Ma nel frattempo ci saremmo persi questa incredibile storia. Nello United non agisce da protagonista, viene preferito come panchinaro nella sciagurata finale di Wembley del 2011, scatenando l’ira di Berbatov nei confronti di Ferguson. Il bulgaro fu lasciato in tribuna dal tecnico scozzese che riteneva Owen più adatto per entrare a partita in corso. Alla fine non ce ne fu bisogno poiché Pedro, Villa e Messi sovrastarono gli inglesi. Il suo trasferimento allo United segnò la definitiva frattura con la Kop che gli urlava contro: “Once a manc, never a red”

L’ULTIMO TRISTE ATTO

Nel 2012 si sposta allo Stoke City, ma è più una scelta di marketing che un valore aggiunto per i Potters. Dopo solo 8 partite in tutta la stagione ed un solo gol, Michael decide di abbandonare la palla di cuoio a 33 anni. Anche se il vero ritiro lo si è avuto nel mondiale del 2006 perché il ragazzo di Chester non è stato più lo stesso. Quella corsa sfrontata, anche irrisoria nei confronti di Chamot, è il simbolo di quel talento cristallino, innocente e devastante allo stesso tempo. Quel gol è speranza, inossidabile per gli inglesi, perché prima o poi quel riscatto arriverà, purtroppo non è stato quel ragazzino esile con le ambizioni da boxeur. Qualcuno arriverà.

“OH SOMEONE SAVE THE FOOTBALL”