Big. Grande, immenso. Immenso come il talento che gli ha dato Madre Natura, immensa la sua mole fisica, il suo carattere e la sua lingua tagliente oggi, mattacchiona domani, in una scala confinata dalle Filippiche di Demostene a sud e dalle battute di Bill Hicks a nord.

Lui è un po’ il personaggio più “over” della Lega, fuori scala in tutti i sensi, a cominciare dal suo gioco semplicemente implacabile e limitato, per quanto possibile, soltanto da quella work ethic che mandava in bestia Kobe. Le sue barre, i videogiochi (Shaq-Fu comunque è stato uno dei picchiaduri più brutti della storia, chiusa parentesi videoludica), l’Inside the NBA con un altro vulcano in continua eruzione, il Sire Charles Barkley, l’assurda quanto spettacolare raccolta di bloopers dal mondo del basket, quello Shaqtin’ A Fool che vede “He’s my boy, Javaaaaaaaaaaale McGeeeeeeeeeee” onnipresente protagonista, mascotte e plurivincitore a cadenza annuale, attore, wrestler, lottatore di MMA a tempo perso. Un umano normale, ammesso e non concesso che creda nella reincarnazione, ci metterebbe 10 vite a fare tutto quanto, lui 25 anni scarsi.

Sarebbe potuto anche essere a Barcellona nell’estate ’92 tra le altre cose. Comunque, la sua consacrazione nella storia del basket è legata a doppio filo a Kobe, a Phil Jackson e quella magica stagione a cavallo tra i due millenni che lo ha visto vincere il possibile e l’impossibile, la prima del three-peat targato Lakers. Alla quarta stagione a LA (dopo aver lasciato Orlando nell’estate ’96 da free-agent) i Lakers sono una di quelle squadre a cui manca un centesimo per fare un dollaro, RS ottime e Playoffs buoni ma non abbastanza.  L’ultima stagione (tagliata dal lockout) chiusa a 31-19 e uno sweep preso in faccia dagli Spurs di Duncan e Robinson, lanciati verso l’ultimo anello che inizia con 19 alla voce “anno” nonchè primo della dinastia Spurs. Si cambia coach: Kurt Rambis, ex Lakers ai tempi dello Showtime, famoso per essere stato quasi eliminato dal mondo terreno da Kevin McHale ormai 30 anni fa, chiude la stagione come sostituto di Del Harris. A fine anno arriva Phil Jackson, a cui mancavano ancora una manciata di anelli per scrivere “Eleven Rings”.

La sua “triangle offense” con giocatori come Shaq appunto, Kobe, Derek Fisher, Robert Horry tra gli altri è una degna erede di quella che ha reso i Bulls anni ’90 la squadra più forte del pianeta. Avendo a sua disposizioni interpreti dotati di ottima court vision e QI cestistico, le combinazioni del triangolo erano spesso illeggibili dalle difese avversarie. I veri e propri muri (piuttosto che blocchi) ed il gioco in post di Shaq, le abilità di scorer di Kobe (eccezionale il modo in cui il suo fadeaway si sposa benissimo con un sistema perfetto per togliere tempo e spazio alla difesa avversaria) e Horry ed un professore del gioco come Fisher (non a caso coach dei Knicks all’arrivo di Jackson nel front-office di NY) hanno fatto il resto.

Il risultato è una regular season da 67 vittorie, due All-Star (due a caso) e un trionfale arrivo ai Playoff. Shaq in quest’annata è “il coltello più affilato della cucina”, record sulle sue stats riscritti da capo. Mancano giusti stoppate e rimbalzi (fermi alla sua stagione da “rookie”): 30 punti, 13,6 rimbalzi, quasi 4 assist, una steal e 3 stoppate a partite, con 17 partite chiuse a più di 5 difese nel pitturato. Come fai a giocare contro uno così? Premi personali: MVP della RS quasi unanime (un voto andò ad Allen Iverson), MVP dell’All-Star Game in coabitazione con Duncan, primo quintetto, secondo quintetto difensivo. Ancora: come fai a giocare contro uno così? Statistica bonus: il win shares percentage di questa stagione è imbarazzante, 11.7 per quello offensivo e un 8 tondo in quello difensivo per un combinato che sfiora le vette dei 20. In soldoni, 18.7 vittorie di quell’anno vengono solo ed esclusivamente dall’apporto di Shaq. Capitolo Playoff: 46 punti ai Kings alla prima ed il preludio ad una cavalcata semplice verso le Finals che semplice poi non sarà, per niente. Comunque i Kings, con il vecchio turno alla meglio di 5, mollano alla bella prendendo 27 punti allo Staples dopo aver vinto in maniera eccellente le due in casa. Shaq sotto la linea del 50% dal campo ed a livelli deprimenti quella dalla lunetta. Hack-A-Shaq d’annata in pratica.

Secondo turno liquidato in 5 partite. I Suns che vincono la gara dell’onore alla 4 e crollano al ritorno a LA permettendo ai Lakers di staccare il biglietto per le WCF. La serie con Portland però è complicata, anche troppo. La sicurezza data dallo Staples comincia a vacillare pesantemente: i Lakers perdono Gara 2 ed un’importantissima Gara 5 che avrebbe potuto chiudere la questione. Invece, si rimette in discussione tutta la serie fino a Gara 7, in una sfida dove il fattore campo conta come coppe quando comanda bastoni. A Gara 7 però si scrive un momento di storia cestistica, un turning point fondamentale per tutto il basket americano degli ultimi 20 anni ed a scriverlo sono proprio loro due: Kobe e Shaq. I Blazers mettono a ferro e fuoco lo Staples arrivando al +16 in un’atmosfera surreale. Poi Kobe stoppa Bonzi Wells.

Da lì in poi 16 punti targati Lakers, i Blazers scomparsi dal campo, una rimonta semplicemente epica chiusa da un alley-oop di Kobe per Shaq che corre come un folle per tutto il palazzetto. Gara 7 si veste di Purple and Gold, si va alle Finals.

La serie contro Indiana è quasi una formalità. Nonostante un Reggie Miller in missione ed una Gara 5 persa in maniera orribile, i Lakers la chiudono all sesta. MVP delle Finals: Shaq. Prendiamo i vocabolari di tutte le lingue, andiamo alla voce “divino”, aggiungiamo agli esempi “Shaquille O’Neal A.D 2000”. The Big è appena asceso a The Great.