Ci sono giocatori che per tutta la vita decidono di sposare la stessa maglia: è il caso di Totti per la Roma e Del Piero per la Juve.

Giocatori che, col dieci sulle spalle, hanno accettato di prendersi tutto della squadra che più amavano e che da sempre ne facevano il tifo.

E poi ci sono quei giocatori che sono andati oltre, dando tutto ciò che avevano per quei tifosi, sacrificando persino la loro permanenza per il bene della squadra. Questo è il caso di Rui Costa, per sette anni giocatore della Fiorentina ma entrato nella storia del club al pari di mostri sacri quali Antognoni, Batistuta e il divin Codino, Roby Baggio.

QUALITA’

Il mondo del calcio comprende tantissimi tipi diversi di giocatori: fra gli altri abbiamo due schieramenti importanti, che dividono la cerchia di giocatori essenziali, da quelli molto più belli da vedere.

Parlando del trequartista di Lisbona ci troviamo davanti ad una di quelle rare volte nel quale queste due cose si uniscono, mettendo in luce un campione assoluto.

Rui era questo: colpi di tacco, finte di corpo, tocchi di suola o d’esterno. Quelli che oggi vengon definiti in termini scolastici “i giochini”, Rui Costa li aveva tutti nel suo repertorio.

Ma li utilizzava per una finalità di squadra. Ogni suo movimento fisico portava la squadra a ridosso della rete.

ESPLOSIONE

Come la storiella che si racconta ai bambini che sognano un giorno di diventare calciatori, Rui è lì a 9 anni, sul campo d’allenamento del Benfica.

L’opportunità di diventare un giocatore della primavera dei portoghesi se la disegna quella mattina, sotto gli occhi vigili di Eusebio.

La sua prova dura appena dieci minuti: gli danno il pallone e lui lo stoppa, punta due avversari e li scarta con un pallonetto, quello che più comunemente chiamiamo sombrero. Riaggancia il pallone e questa volta sono tre i difensori che gli si pongono difronte.

Tutti gli si fanno davanti e con finte di corpo tutti li supera e arriva da solo davanti alla porta. Fischia Eusebio e si alza in piedi. Rui Costa è preso.

IL BENFICA NEL CUORE

Sebbene la squadra del quale è presto diventato simbolo in Italia è la Fiorentina, la squadra del cuore è un’altra: Rui Costa tifa Benfica da sempre ed è un Aquila da quando è nato.

Il suo ingresso in squadra a soli nove anni non corona solo un sogno, quello di giocatore a calcio a livello professionistico, ma corona anche quello di rappresentare il Benfica.

Pensare che nel 1990, per favorire la sua crescita, il portoghese a diciotto anni venne prestato all’AD Fafe. A quattrocento chilometri da casa sua ci va piangendo, chiedendo il motivo e domandandosi cosa avesse sbagliato.

SOLO AQUILE

Un gesto che però rimane tuttora e rimarrà per sempre nella storia della sua vita avvenne esattamente due anni prima: nel 1988 il Benfica si gioca la Coppa Campioni. In semifinale trova lo Steaua Bucarest. Uno Steaua fortissimo guidato dal giocatore rumeno più forte di sempre, Gheorghe Hagi, padre di quell’Hagi che oggi gioca proprio alla Fiorentina.

I destini che si incrociano.

Il nostro Rui Costa è, però, appena sedicenne ed è chiuso in ospedale la sera delle semifinale. Ricoverato per un appendicite è costretto a guardare il soffitto della sua stanza, piuttosto che la partita.

Nel letto vicino al suo un altro paziente ricoverato per una sospetta appendicite. Al momento dei risultati i due fogli sono diversi: per Manuel è positivo, dovrà operarsi.

Il suo compagno, che ancora non lo sa, non ha niente.

Ma quello che sarà poi “’O Maestro” non può perdersi una delle partite più importanti dell’anno: scambia i due risultati e viene dimesso. Appena in tempo per guardarsi le sue Aquile.

Una partita che poi il Benfica vincerà per 0-2 in Romania: dopo lo 0-0 della partita d’andata basterà quello per accedere alla finalissima.

ASPETTATIVE

Con la testa sulle spalle, parliamo di un Diez maturo da sempre. Al primo allenamento con la maglia del Benfica disse una parolaccia e il mister lo cacciò. Non volendo deludere suo padre, che attentamente l’osservava dalla tribuna, finse di zoppicare e così uscì dal campo.

E se sarà Sven Goran Eriksson, anche lui vecchia conoscenza del calcio italiano, a lanciarlo definitivamente, il Mondiale under 20 vinto dal suo Portogallo servirà ad aprire gli occhi al mondo intero su quale giocatore ci si trovasse davanti.

E così esplode: giorno dopo giorno e partita dopo partita, il maestro gioca 43 incontri con la maglia del Benfica, alzando al cielo una Liga e una coppa di lega.

ADDIO CASA

Corre il 1994 e Rui Costa viene messo alle corde: il Benfica si trova in una situazione finanziaria critica ed è costretto a vendere almeno uno dei suoi gioielli per non fallire.

Manuel ama Lisbona e ama le Aquila: proprio per questo con le lacrime agli occhi e il mal di pancia si propone. Fa le valigie e va via.

Così inizia la sua storia alla Fiorentina: la squadra gigliata di Cecchi Gori sborsa la bellezza di 11 miliardi di vecchie lire per averlo. La squadra Viola è una selezione da scudetto: annovera fra i vari, campioni del calibro di Batistuta, Flachi e Toldo.

‘Rui / baila la Portuguesa / passa la pelota a Nuno / segna e poi facci cantar’

Gli canta la Fiesole, ma clamorosamente sarebbe potuta andare in modo totalmente opposto.

RUI COSTA BLAUGRANA?

” Il Barcellona mi stava addosso, negli ultimi quattro mesi di campionato il vice di Johan CrujffRexach, mi chiamava una volta alla settimana e mi ripeteva sempre la stessa domanda: “Sei contento di venire al Barcellona?”. Non si parlava di soldi, né di durata del contratto e soprattutto mi proibiva di far trapelare la notizia. Finita la stagione però la notizia uscì sui giornali, io rilasciai interviste come fossi il nuovo straniero del Barcellona dopo Michael Laudrup, Romario, Koeman e Stoichkov e mi feci perfino fotografare con la maglia a strisce bluamaranto. Avevo la parola di Jorge De Brito, il presidente del Benfica, che con la mia cessione avrebbe in qualche modo iniziato ad arginare la crisi economica della società. Con le nuove elezioni invece De Brito dovette lasciare il posto a Manuel Damasio e le promesse svanirono nel nulla”.

E così è praticamente fatta: gli viene addirittura fatta la locandina come nuovo giocatore, ma Cecchi Gori vuole lo scudetto e a tutto questo non ci sta.

FIRENZE AMOR MIO

Più volte lo aveva detto: per sentirsi parte di una squadra sarebbe stato importante integrarsi alla perfezione. E non è un caso che Rui ogni volta che arriva allo stadio per la partita, lascia la sua Mitsubishi rossa fiammante davanti al Bar difronte al Franchi.

Dopo ogni partita si gode l’ondata di tifosi viola, non negando mai un autografo.

Persino Antognoni, il giocatore più importante della storia Viola, dimostrerà apprezzamenti non indifferenti verso il portoghese dicendo:

“Il 10 a Firenze è una maglia che pesa moltissimo e lui la porta sulle spalle con un’eleganza straordinaria”.

Non segna tanto ma è sempre il migliore in campo della squadra, con una tenacia che gli metterà addosso gli occhi di tutta europa. Sette stagioni a Firenze, passate a giocare dove il mister (a seconda di chi fosse) lo volesse schierare: da centrocampista a trequartista, fino a ala d’attacco o esterno di centrocampo.

Un’amore incredibile che, nel finale, Rui Costa descriverà così:

“ho vinto poco a Firenze, ma a livello di affetto non so quante Champions League ho conquistato”.

CAPITOLO MILANO

Lo stesso affetto che dimostra lui nel 2001 quando un De-Ja-Vu gli si ripresenta davanti: la Fiorentina fallisce ed è costretta a cedere. Ancora una volta per amore si sacrifica. Se ne va al Milan, difronte alla più grande spesa rossonera dell’era Berlusconi. Tutt’oggi, al pari di Bonucci, il Milan non ha mai speso una cifra più alta per un singolo giocatore.

Giocatore che, ancora una volta in lacrime, lascerà l’amore acquisito, dopo l’amore di una vita. L’amore che aveva ritrovato dopo la delusione forzata. Ma stavolta non durerà troppo a lungo. Cinque anni dopo non rinnoverà il suo contratto, tornando da mamma Benfica ma rimanendo ancora una volta, da sempre e per sempre, il Diez innamorato.