Questa volta non possiamo partire subito dal calcio; non possiamo dedicarci solamente a ciò che accade dentro il rettangolo verde, ma dobbiamo fare un giro più ampio, dobbiamo conoscere anche la vita extracalcistica di Luka per poter, forse, comprendere il genio.

DOVE TUTTO È NATO

Luka Modric nasce nel settembre del 1985 a Zaton, sperduto paesino dalmata di appena 100 anime situato sulle pendici dei Monti Velèbiti. L’adolescenza di Luka è, come si può intuire, piuttosto drammatica. Anche perché ai morsi del rigido inverno si uniscono i traumi della Guerra d’indipendenza croata, che inizia nel 1991 e che ha proprio nella Dalmazia uno dei suoi epicentri di conflitto.
La famiglia Modric, allarmata dalla guerra, inizia una sfiancante marcia con mezzi di fortuna verso Zara: bellissima città affacciata sull’Adriatico e roccaforte degli indipendentisti.
A Zara papà Stipec trova un impiego come meccanico per l’esercito croato e riesce a sistemare la famiglia, inoltre lavorando accanto allo stadio del NK Zadar, e riesce ad accompagnare facilmente il figlio agli allenamenti. Il primo allenatore della vita di Modric è Davorin Matosevic, colui che scolarizza Luka, dandogli quelle basi tecnico-tattiche che ne avrebbero fatto un giorno uno dei migliori centrocampisti al mondo della sua generazione:

Luka fu iscritto dal padre nel 1992 alla nostra scuola calcio. Era un bambino spaventatissimo, un profugo, ma presto ho notato che il tocco di palla era morbido, vellutatissimo e inspiegabilmente preciso, visto che non sapeva cosa fosse il calcio o quasi. Ma era anche piccolo e debole, e sembrava non crescere mai. Non ero pertanto in grado di dire se quel fisico lo avrebbe sorretto nel diventare un grande calciatore.

Dopo Matosevic, l’uomo chiave nella carriera di Luka è indubbiamente Tomislav Basic, nonché suo padre calcistico e responsabile delle giovanili dell’NK Zadar. L’uomo al quale Luka ha dedicato la vittoria della Decima, della Champions League vinta nel maggio del 2014 con il Real Madrid.

Devo tutto a lui, senza di lui non sarei mai arrivato fin qui.

Ad inizio millennio parte finalmente alla volta di Zagabria per una miseria (20.000 euro) lasciando il club che lo aveva salvato dalla guerra e dalle bombe. Ogni persona che lo vedeva giocare rimaneva stregato, come ad esempio lo stesso direttore tecnico dello Zadar:

Sono comunque contento di averlo formato: quando gioca sembra che abbia gli occhi anche dietro alla testa e, anche volendo, nessuno riesce a buttarlo giù. A vederlo, è già un miracolo che stia in piedi. Eppure non lo prende mai nessuno.

Anche alla Dinamo, però, Modric deve lottare, prima di riuscire ad affermarsi. E la colpa, ancora una volta, è di quel fisico un po’ troppo mingherlino per un calciatore professionista: in mezzo ai campi di tutta Europa, il gioco sta cominciando a farsi sempre più duro.
Ed è in quegli anni che Luka Modric vive un’altra delle esperienze che lui stesso considera tra le più importanti e formative della sua carriera. A nemmeno 18 anni, nel 2003, la Dinamo lo manda in prestito allo Zrinjski Mostar, nel campionato bosniaco.


Ecco, quando si parla di giovani calciatori in prestito, si usa spesso l’espressione farsi le ossa. Niente di più vero per il campionato bosniaco, considerato uno dei più duri e ruvidi di tutti i Balcani. Il giovane Modric è costretto immediatamente a diventare grande. A usare il cervello prima ancora che i piedi. A inventarsi qualcosa per sfuggire alle tante botte che i malintenzionati che calcavano i campi della Bosnia non vedevano l’ora di dargli. Qui Modric trova una discreta continuità, sia riguardo le presenze (45 in due stagioni) che la media realizzativa. Infatti gioca spesso dietro le punte, da numero 10, posizione in cui la sua visione di gioco panoramica, il dribbling secco, la propensione all’assist e il tiro preciso hanno modo di esaltarsi.

Giocare in Erzegovina è difficile, nel senso che ovunque vieni visto con sospetto. Le trasferte erano durissime: sputi e insulti in ogni dove e soprattutto minor tutela dagli arbitri.

ll ragazzo c’è, il talento è cristallino, e quell’esperienza serve a farlo crescere. Ci vorrà un altro prestito, all’Inter Zaprešić (che porterà al secondo posto in campionato), stavolta in Croazia, prima di vederlo tornare alla Dinamo Zagabria. Quando ritorna all’ovile, Luka Modric è diventato grande, non dal punto di vista anagrafico, ma tecnico. I 3 campionati con la maglia della Dinamo vedono Luka mettere in mostra il carattere di un veterano, lo spirito di un lottatore e il tocco di palla di un Principe calcistico. Schierato dietro Mario Mandzukic, va in doppia cifra sia nei gol che negli assist, conducendo la squadra alla vittoria finale e venendo pure eletto miglior giocatore del campionato.

IL CALCIO CHE CONTA

A strapparlo alla Dinamo, nel 2008, è il Tottenham, che per il faro della nazionale croata sborsa la bellezza di 21 milioni di euro.
Il resto della storia, è cosa nota. Dalle oltre 250 presenze tra Premier e Liga alle 102 partite (con quella di ieri) con la nazionale croata. Qualche infortunio, ma anche 3 Champions League, 2 Mondiali per club ed altri trofei individuali come miglior centrocampista dell’anno e l’inserimento nella top 11 della Fifa a fine stagione.
Regista, playmaker, costruttore di gioco. Tanti aggettivi, una sola essenza: quella del leader. Silenzioso però, dietro le quinte a tessere la tela. Timido, pacato, carattere buono e generoso. Sempre lì, a ritmare un gioco con tempi che soltanto lui riesce a scandire.

Ancelotti lo nota subito, tant’è che lo trasforma nel “suo” nuovo Pirlo arretrandolo in cabina di regia. La somiglianza c’è, per stile e movenze. Forse Modric non ha il guizzo giusto sulle punizioni, ma possiede un passo diverso ed un tocco diverso, ma magico allo stesso modo, semplicemente più moderno.
Zidane invece rivede in lui il folletto della Dinamo Zagabria, quel ragazzino mingherlino e con il caschetto biondo, che giocava dietro le punte, capace di vedere linee di passaggio invisibili agli altri.
Quest’anno Modric nonostante giochi più avanti, continua ad avere statistiche incredibili: una media di oltre 60 palloni giocati a partita, di cui il 90% a destinazione, un vero e proprio mago del pallone.
La 10 ora è sua, nonostante la “maledizione” che sembra perseguitarla Zidane, di comune accordo con lo spogliatoio, l’ha messa sulle spalle piccole ma indubbiamente forti del croato

Ho detto che sarebbe andata a colui che non ha mai paura di ricevere la palla; di pensare a qualcuno che si cerca sempre quando si è in difficoltà. Tutti, a quel punto, hanno guardato Luka.