Dare freno al flusso di pensieri che inonderebbe queste righe di considerazioni non solo prettamente tecniche sarà durissima sfida. Razionalizzare, organizzare e partorire saggia e quadrata analisi è compito quasi impossibile. Impossibile perché per un italiano assorbire, metabolizzare e digerire quanto successo ieri sera e quello che con sé San Siro si porterà dietro è pasto indigesto. Non ancora, come si direbbe in sedi meno formali, “realizzato al 100%”. A giugno realizzeremo. A giugno l’Italia realizzerà. Da giugno lacrime in più verseranno le casse statali. Una sconfitta, fallimento italiano che “anche a livello sociale poteva essere davvero importante”. Questa “penna” la madre del riassunto di quanto successo a San Siro e delle immediate eredità. Compito difficile. Perché quello di oggi, quello italiano, è un risveglio amaro.

SAN SIRO

Prima di reagire con le considerazione e l’eredità che il Meazza ieri sera ha lasciato bisogna partire dal principio come la logica narrazione di eventi consiglia. Dal campo, dal prato.
Premessa: nessuna volontà di indicare e suggerire – con quello che segue – crocifissione venturiana.

La confusione – palese e manifesta – che abitava la mente del CT ha avuto (ragionevole e saggia) sopravvento anche prima del fischio d’inizio. Un girone di qualificazione a provare diversi uomini, svariati attori di uno schema sempre diverso senza soluzione di continuità se non fra andata e ritorno svedese risolto, in quella che doveva essere e che probabilmente è stata la partita della vita, nell’esordio di Jorginho. Come detto prima ragionevole e saggia decisione. Perché con il napoletano si sono viste geometrie e velocità disperse fra le maglie di De Rossi prima e Verratti poi. Ma tutto questo non deve sviare dal punto focale. Il mediano o playmaker, a seconda delle proprie inclinazioni, più in forma forse degli ultimi due campionati che esordisce in partite ufficiali in quella più dura, difficile e decisiva. Metaforicamente come far esordire un proprio giocatore dal 1′ minuto nella finale di Champions senza grandi basi fondate di amalgama con gli altri 10. Certo le prove in allenamento sono esemplificative e test importanti. Ma semplici test. Il campo, ridondante ritornello, racconta sempre un’altra storia.


Un dato. Jorginho prima di ieri sera aveva calcato il prato della nazionale solo in due occasioni. Per la miseria di ventiquattro minuti totali.
La confusione ne ha fatto attore titolare. Come detto non condanna della scelta della titolarità, azzeccata, ma perplessità sulla tardività di tale decisione.

Sul piano del gioco l’allievo di Sarri ha accelerato la manovra italiana risolvendo – almeno in parte – le lamentele di Bonucci dopo la gara d’andata.

La partita ha poi raccontato quello che già si sapeva. Ma che non sempre nel calcio è sinonimo di vittorie.

Eravamo e siamo più forti della Svezia. Non abbiamo meritato più della Svezia quei Mondiali. Perché eliminata l’Olanda, battuta la Francia e cacciata l’Italia, il Mondiale è ricompensa minima. Il campo ha parlato chiaramente lingua italiana. Per tutti e 90 i minuti. Perché lo dice il campo e lo confermano i numeri (dati UEFA).

Perché la palla è stata per il 75% del tempo ai piedi azzurri.
Perché in 90 minuti i passaggi azzurri sono stati 712. Quelli svedesi solo 194 (riusciti 117).
Perché 26 sono i tiri arrivati verso la porta di Olsen (ma solo 6 nello specchio; male).
Perché abbiamo battuto 8 calci d’angolo. La Svezia neanche uno.

Ma non abbiamo fatto gol.

La partita ha messo in scena l’atteggiamento giusto degli azzurri. Il massimo è stato fatto. Il massimo con quegli uomini, giusti o meno, adatti o meno al momento. Il massimo con quell’allenatore (non improvvisamente diventato incapace) e il suo modulo. Buon allenatore si, ma cattivo “assemblatore”. La pressione azzurra è stata costante e ben organizzata. Le occasioni sono state create. Poco o per nulla sfruttate. Candreva sopra la traversa, Immobile fra la gambe di Olsen, Florenzi sul finire del primo tempo. Ma le soluzioni (se non per la verticalizzazione di quel Jorginho mancato come il pane nello schema azzurro) sono state sempre le medesime. E mal pensate. Perché ci si è affidati quasi solo ed essenzialmente a Damian e Candreva con la preponderanza motivata da non si sa cosa per l’interista. Soluzione corretta per stanare o aggirare il pullman svedese. Ma con il concetto probabilmente sbagliata. Con l’insistenza di cross alti. Contro una difesa schierata. Con difensori nettamente più alti dei nostri e più capaci predatori delle palle aeree. Con soluzione per la maggior parte del tutto imprecise. Con una formazione, la nostra, che di grandi colpitori di testa vive solo in difesa. Tralasciando lo scempio dei cross che San Siro ha dovuto vedere ieri sera.

Il secondo tempo è stato degno erede della prima frazione. Con l’immediato episodio dubbio del rigore su Darmian. Con la spettacolare coordinazione e la girata al volo di Florenzi su cui Olsen soffia con tutto il fiato in corpo. Con l’anticipo di mancino di Immobile. La traversa di Damian (cross deviato). E con l’ultimo tentativo – quello della resa – di El Shaarawy. Quel pallone colpito paradossalmente troppo bene che Olsen respinge.

Questa è stata l’Italia. Italia per l’ennesima volta di cuore e coraggio. Ma con poca qualità in uno sport che di qualità e fatto. E non sempre basta “avere cuore” contro veri e propri muri contro cui si va a sbattere senza qualità.

Cuore tanto. Qualità poca. Confusione eccessiva. Colpe che sono ben più ampie e diffuse della sola caccia all’allenatore.

Una partita che, anche rigiocata altre 4 volte per come è andata non esprime risultato diverso per tutte e 4 le volte. Inevitabile.

Poi ti dice anche male. Perché se anche la fortuna – fondamentale alleata quando il resto non basta – ti gira le spalla è davvero finita. Perché la palla di Immobile nel primo tempo sotto le gambe di Olsen passa ma si frena, quasi a fermarsi pur di non entrare. Perché era evidente il rigore su Parolo (due netti anche a favore svedese). Perché la girata di Florenzi gira in senso sbagliato e i polmoni di Olsen soffiano quanto basta. Perché un altro rigore c’era su Damian. Perché El Shaarawy, quella palla li, la prende bene. Troppo. Paradosso.

FIGLI DELLA NOTTE

È tutto sbagliato.

Da salvare c’è poco se non la prestazione di cuore, arma a cui noi italiani siamo soliti appellarci ma non sempre efficace.

Le considerazione e le eredità che porta con se la notte di San Siro sono ben più ampie.

Iniziando dal campo. Dal tanto contestato 3-5-2. Senza ricordare che ai tempi Ventura venne scelto proprio per dare continuità al progetto italiano post-Conte. Senza ricordare che l’abbozzo al 4-2-4 (altro modulo iniettato nel Dna di Ventura dai tempi del Torino) c’era stato sì, ma nella partita sbagliata. Senza tenere conto anche che il tempo in mano ai CT durante l’anno è davvero poco (Conte ai tempi la sirena d’allarme in tal senso l’aveva già suonata). I giocatori non sempre gli stessi a disposizione (fra infortuni e deroghe varie dei club). Fondere perciò i giocatori in un modulo nuovo su cui probabilmente anche l’allenatore non ha mai lavorato (tanto decantato il 4-3-3) in poco tempo non è facile per un “ASSEMBLATORE” quale è il CT di ogni nazionale.

A questo si accompagnano certamente le confutazioni. Il 3-5-2 e il 4-2-4 hanno tenuto fuori o non permesso di esprimersi al maglio ai giocatori più in forma del momento. Giocatori su cui un ct deve incontrovertibilmente fare affidamento. Perché di quei giocatori che gli appuntamenti nazionali si nutrono maggiormente. La Spagna (rivale e termine di paragone tanto richiamato) nel 5-0 contro la Costa Rica ha mandato a rete – oltre al maestro immortale Iniesta – anche Silva. Per due volte. Il valore tecnico del giocatore non è discutibile ma la doppietta è arrivata nel momento i cui il City naviga ad alta velocità ed è la squadra più in forma d’Europa. Metafora incarnata in nazionale appunto da uno dei suoi uomini chiave.

Tutto per dire come le lunghe esclusioni di Insigne (comunque terribilmente negativo nella gara in Svezia, ma in un ruolo non suo)  e Jorginho – oggetti sconosciuti agli schemi di Ventura – suonino stonate non solo all’indomani dell’esclusione mondiale. Assieme a loro la seggiolina ricalcata da El Shaarawy nel momento di forma migliore del romanista. La controprova c’è. Stephan, subentrato, e Jorginho dal primo minuto hanno fatto vedere che aver fatto a meno di loro è stato puro autolesionismo.
Ma la verità sta sempre nel mezzo. Da qui infatti l’ovvia l’impossibilità di sacrificare Insigne ed El Shaarawy nel 3-5-2 larghi centrocampisti o comparse dietro la punta e lontani dalla manovra limitandone il potenziale per spreco di freschezza mentale e fisica nelle rincorse.
Altrettanto vero è – a discolpa di Ventura – che i due appuntamenti sono stati falliti da chi la differenza doveva farla.

Inspiegabile è la metamorfosi negativa di Immobile dall’azzurro laziale a quello nazionale. Bomber europeo con Inzaghi, incompreso fanciullo fuori posto con la nazionale. Nonostante i due moduli siano uguali. Altrettanto deludente Candreva. I cross nelle due gare svedesi non sono mai arrivati al compagno. Imprecisione totale, quasi imbarazzante. In controtendenza con la versione nerazzurra che nelle ultime giornate sembra aver trovato alchimia con Icardi.
Su Belotti poi il verdetto è inequivocabile e unico. Frettolosa la scelta di affidarsi a lui. Bomber della scorsa stagione ma neo rientrato dal lungo infortunio che già la gara granata contro l’Inter aveva presentato decisamente fuori condizione e avulso dal gioco.

Tante scelte sbagliate. Quasi tutte. Senza un solo capro espiatorio. Tanta confusione.

Catalizzatrice del momento confusionale è stata la reazione di De Rossi ieri sera che a decisione di farlo scaldare si rifiuta indicando Insigne al grido

“Che ca**o entro a fare io. Dobbamo vincere, non pareggià”

Tutte le ragioni – a livello tattico – sembrano dalla parte del capitano giallorosso. Ma le modalità di risposta e anche il solo rifiuto a una decisione dell’allenatore – discutibile o meno – esemplificano la poca serenità e lucidità degli ultimi tempi azzurri.

EREDITÁ

Un risveglio amaro. Una Buonanotte aspra e di lacrime versate.

Quelle del capitano. Quelle di Gigi. Quelle di un uomo. Quale di un professionista. Non solo quelle di un calciatore.
E dispiace. Dispiace perché epilogo così certo non era meritato a che di questo sport ha fatto la storia e si avvicina a scrivere i saluti finali. A chi ci ha messo sempre anima e corpo – oltre che talento e qualità. Dispiace perché il record era a un passo. Perché la storia stava per essere riscritta. Perché sarebbe stato il 6º.

E fa male vederlo così. Come poche volte si è fatto vedere.

Dispiace per Barzagli, Chiellini e De Rossi. Uomini veri – al di là delle simpatie o antipatie per la maglia indossata la domenica – e professionisti. Maestri per i più giovani e appigli che mancheranno a questa nazionale che da oggi sarà più inevitabilmente più fragile.

Dispiace per loro che lasciano quel gruppo. Unito  nonostante le critiche e illazioni dell’opinione. Ma squadra non corsa in campo.

Dispiace perché non doveva finire così. Un epilogo giusto, ma forse, non del tutto meritato.

Dispiace per il movimento.

Quel movimento che paga. Inevitabilmente. Un movimento che deve rendersi conto di essere finito sotto certi aspetti. Un movimento che deve ricominciare in ogni dimensione. Dai piani più alti deve arrivare la svolta. E forse qualche passo indietro sarebbe elegante. Sarebbe saggio. Per evidente inadeguatezza e fondamentale cambio di rotta.
Non si parla di mera parte tecnica.

Tutto il movimento deve cambiare. Subito. Non con la solita toppa che di fatto Conte aveva incorporato spostando i difetti di una Nazionale e dell’intero sistema mettendo l’attenzione su nervi, cuore e gruppo. Un toppa solo momentanea che alla prima occasione si è scucita.

Inevitabile.

Purtroppo però è abitudine italiana accorgersene solo quando il problema diventa emergenza. Quando è troppo tardi per rimediare e si può solo rifare.

Ventura è solo il capro espiatorio – non incolpevole – di un movimento in crisi. Di un movimento che propone poca giovane qualità alla nazionale maggiore. Poco frutti maturi e tante erbe ancora acerbe. Forse colpa del tasso di stranieri in quello è il campionato ITALIANO. Ma che di italiani, giovani e pronti ne ha veramente pochi.

È una necessita. Un emergenza da risolvere subito. Non con l’ennesima toppa sul pantalone vecchio ma con un nuovo indumento.

E l’uscita di ieri deve fare da insegnamento anche a quegli sciocchi secondo cui il calcio è solo uno sport. A quei poveri inconsapevoli che vedono solo “22 persone che corrono dietro al pallone”.

Perché non partecipare al Mondiale vorrà dire un fallimento anche sociale. Un fiume di risorse statali mancate.

Perchè se fosse stata Russia sarebbero stati anche soldi per lo Stato Italiano. Diritti TV, Merchandising, sponsor, pubblicità, marketing e premi. Tradotto: una perdita per l’Italia nazione, l’Italia stato. Non solo per i 22 che dietro a quel pallone corrono.
9,5 i milioni che garantisce la sola partecipazione.
11.5 i milioni garantiti dall’approdo agli ottavi.
15 i quarti.
Oltre 34 i milioni per chi la coppa la alzerà.
In Brasile i ricavi tv furono 28,7 milioni di euro.
Tutto riepilogato in una stimata perdita da 100 milioni di euro.

Ma questo è. I Mondiali dovranno fare a meno di noi. Noi dovremo imparare a fare a meno dei Mondiali.

E dispiace. Dispiace per le lacrime di Buffon. Per quelle di Belotti. Per gli ultimi assaggi di Chellini, Barzagli, De Rossi e, forse, chissà di chi altro.

Ma forse è lezione giusta. Necessaria. Inevitabile per la futura Italia del pallone.

Dispiace perché quello di oggi è inevitabilmente un risveglio amaro.