Il pirotecnico pareggio fra Siviglia e Liverpool ha cementificato ulteriormente il concetto che pagare un biglietto per vedere uno spettacolo sportivo è quanto mai una spesa azzeccata. Le rimonte, nel calcio, sono uno dei topoi essenziali dell’antropologia di questo sport: the beautiful game. Oltre al già citato 3-3 del Sanchez Pizjuan in cui la beffa per Klopp si è chiamata Ben Yedder, la Champions League e più in generale gli scontri d’alta classifica hanno regalato negli ultimi anni non pochi risultati strabilianti e prestazioni pazzesche, in cui di scontato, alla fine, non c’è stato proprio nulla. Una sintesi di quelle che negli ultimi anni sono state le pagine di calcio più sorprendenti e pazzoidi che un rettangolo verde ha regalato a chi vive di questo sport.

MANCHESTR CITY-QPR 3-2

(quando di mezzo c’è il destino)

É l’ultima giornata di campionato di Premier League e stranamente a Manchester c’è il sole. Erano i primi albori del City per come lo intendiamo oggi, una squadra che iniziava a tessere un organico fitto di campioni il cui obiettivo, dopo quarantatre anni, era di vincere il titolo. La partita non è delle più ostiche ma il Qpr di Cissè e Joey Barton si gioca la preziosa permanenza in Premier League e le attenzioni sono divise per metà sul campo dell’Etihad e per l’altra al Britannia Stadium di Stoke on Trent, dove si gioca Stoke City-Bolton: i londinesi potrebbero pure perdere e rimanere in Premier se gli ospiti al Britannia non vincessero, eppure, i calcoli obbligano il Qpr a cercare di fare il massimo per vincere. Per il City invece le orecchie sono tese verso i risultati dello United, in trasferta, che dopo soli 20′ è già 1-0 con gol di Rooney e al momento campione d’Inghilterra. A Manchester invece la partita è drammatica: dopo l’iniziale vantaggio di Zabaleta con un tiro sporco il Qpr, neanche a dirlo, segna alcuni minuti dopo con il futuro ex Lazio Cissè. L’Etihad rimane muto, i coriandoli stesi sul manto erboso rendono il campo di gioco un vero e proprio teatro di guerra. La tensione sale e il City soffre, attacca ma non segna. Gli Sky blues guadagnano anche la superiorità numerica con l’espulsione da Annales della storia del calcio, un fallo a palla lontana di Barton che poi colpisce Aguero in uscita dal campo. Eppure le cose non sembrano migliorare per la squadra di Mancini che, dopo ripetute sortite offensive, si becca un contropiede sul lato sinistro che beffardamente porta al gol Mackie, e il tabellone, che purtroppo non può scegliere il risultato da segnalare, recita 1-2. Dopo l’intervallo il copione rimane ugualmente estenuante per i padroni di casa e il gol, almeno all’inizio, non sembra proprio voler nascere. Ma gli dei del calcio sono i migliori romanzieri di tutto il mondo e non potevano lasciare i propri lettori con un finale così malinconico: calcio d’angolo di Silva, Dzeko svetta su tutti e porta il risultato sul 2-2. Ormai le radioline sono spente e la tensione è tutta all’Etihad, una bombonera così calda da poter riscaldare tutto il midwest inglese. Alla fine il miracolo che permette al City di vincere il primo titolo dopo più di quarant’anni lo realizza al 94′ Aguero con un gol che, oltre all’aspetto storico-morale, è anche discretamente bello. C’è spazio anche per un ultimo contropiede di Cissè che fa gelare il sangue a tutti ma la Storia, quella con la S maiuscola, è stata fatta. Alla fine, dopo l’ubriacatura di sofferenza impartita dal Qpr, il Manchester City dipinge i cieli d’Inghilterra di celeste.

Real Madrid-Barcellona 3-4

(inseguimento a Avenida de Concha Espina)

Se c’è una partita che può contrassegnare lo Zeitgeist calcistico dei nostri tempi è sicuramente Real Madrid- Barcellona. Quando il Clasico è alle porte la Spagna si ferma, la tensione diventa un concetto preponderante sia in ambito sociale che, neanche a dirlo, in quello sportivo. Prima della partita i catalani sono a -4 dai Blancos, primatisti insieme ai cugini dell’Atletico; il Barcellona è in una delle fasi più critiche del suo periodo storico contemporaneo e la momentanea conduzione del Tata Martino, al giudizio della storia, non passerà affatto per una delle migliori. Se non per questa partita. Il Bernabeu è una monocromia blanca e il livello in campo è di una poesia tecnica che non ha eguali nel mondo del calcio: l’eterna sfida deistica fra Messi e Ronaldo, i boxeur Ramos e Pique a confronto, i progetti geometrici opposti di Iniesta e Xabi Alonso. A partire in vantaggio sono gli ospiti con Iniesta che ovviamente non può che suscitare l’ira del gremito Bernabeu contro i suoi compagni, assediati acusticamente dalle grida del tifo madridista. La reazione dei padroni di casa si fa sentire e a far gioire Ancelotti è Karim Benzema, che dopo un gol divorato buca Valdes di testa e fa 1-1. La ruota dello spettacolo inizia a girare. Al colpo del Real Ancelotti capisce di poter sfruttare il momento sì dei suoi e insiste con il pressing e con un Di Maria a dir poco ispirato, e il raddoppio è presto fatto: Benzema raccoglie l’assist del Fideo e al volo trafigge nuovamente la porta del Barcellona. E’ un duro colpo per Martino che però ha la carta più alta di tutto il mazzo, il jolly vincente che si chiama Messi, Lionel Messi. La Pulce, dopo aver servito l’iniziale assist a Iniesta, al 41′ beffa la difesa del Real con un gran controllo e chirurgicamente la mette alle spalle di Diego Lopes che non può nulla, è pareggio. Dopo l’intervallo il tifo è sempre più caldo e gli animi si bruciano quando Ronaldo viene atterrato da Dani Alves al limite dell’area e viene concesso il rigore: il portoghese segna e si accendono le polemiche, quel rigore forse non c’era. Come è molto dubbio anche il contatto fra Neymar e Sergio Ramos nell’area opposta, dove sul 3-2 Madrid, il brasiliano è toccato leggermente dallo spagnolo e l’arbitro Undiano decide per il penalty e conseguente rosso per l’ex difensore del Siviglia. La freddezza dal dischetto di Leo Messi ricolloca il Barcellona sullo stesso piano del Real, e i gol, dopo solo un’ora di gioco, sono addirittura sei. L’elemento metafisico continua a perdurare nelle gambe della Pulce che questo Clasico lo vuole vincere da solo e ci riesce. Lo fa battendo nuovamente Diego Lopes dagli undici metri, un rigore procurato da Iniesta dopo che el Professor si era infilato fra Alonso e Carvajal. Un 3-4 finale che scatena l’ira furibonda di Cristiano Ronaldo e permette all’avversario Messi di diventare, ancora una volta, un essere ultraterreno.

Inter-Milan 2-2

(presi per i capelli)

Milano è cambiata, le famiglie che patriottisticamente dominavano la scena dirigenziale del calcio italiano non ci sono più. Inter-Milan è diventato il derby “dei cinesi”, la sfida che molto probabilmente segna la storia del calcio italiano e che come inevitabile conseguenza segue gli orari e le esigenze del popolo asiatico: lo spettacolo alla Scala del calcio, quel sabato, per la prima volta nella lunga storia del derby di Milano, va in scena alle 12:30. Il Milan è in maglia bianca e i neroazzurri rispettano i colori di casa. Le formazioni sono alla disperata ricerca di un risultato che da una parte salvi il rapporto con i propri tifosi e dall’altra permetta di raggiungere una posizione valida per un posto in Europa. Un treno diretto che può ospitare un solo passeggero. Durante la partita il Milan sembra essere la squadra messa meglio in campo e gli uomini di Montella aggrediscono alti le controparti di Pioli, poco convinti e apparentemente assenti. Dopo una clamorosa palla gol sciupata dal neo-idolo rossonero Deulofeu, Candreva porta in vantaggio l’Inter infilando al 35′ colui che fra tutti sembrava dare più sicurezza al Milan: Gigio Donnarumma. Il raddoppio dei neroazzurri è una doccia fredda per il Milan che perisce sotto il colpo di machete di Icardi, marcatore per la prima volta nel derby: il gol arriva al 43′ e gli ospiti in maglia bianca danno segni di cedimento e di ansia da “sconfitta pesante”. L’intervallo passa velocemente per i giocatori dell’Inter, carichi e galvanizzati, e inversamente è eterno per i rossoneri, delusi e timorati di tornare a giocare 45′ minuti in cui i gol da rimontare sono ben due. L’Inter gestisce la gara in maniera ottimale e il Milan, seppur a testa bassa, non riesce a trovare il gol: i cambi di Montella danno una piccola scossa alla squadra ma come in un incontro di boxe, lo stremato pugile Milan non riesce a scalfire la guardia alta e serrata del primatista Inter. Ma il Milan ha un DNA vincente e e non ne vuole sapere di lasciare i suoi tifosi senza nemmeno un gioia e ci prova ancora e ancora, un attacco dietro l’altro nonostante Handanovic faccia comunque buona guardia. Eppure l’uomo della Provvidenza si chiama Romagnoli e per la prima volta, come Icardi, nella sua personale storia segna con la maglia del Milan il gol che porta i suoi a -1 dall’Inter nel risultato. La scena cambia e gli attori invertono le maschere. Gli uomini di Pioli appaiono più insicuri e decisamente stanchi mentre la fazione milanista suona la carica e si galvanizza al sentire l’annuncio dei sei minuti di recupero. Dopo un forcing dietro l’altro si capisce che il risultato, malinconicamente per la Curva Sud, è quasi definitivo. Ma c’è un calcio d’angolo che sa di speranza, che può valere un epico finale da raccontare ai nipotini. Il cross dentro l’area trova la spizzata di un rossonero verso il secondo palo in cui Zapata, rapace, si avventa con uno strano movimento del corpo e segna. Un gol no gol che l’arbitro Orsato convalida mostrando la vibrazione del suo orologio, il segnale della gol line technology. Il Milan riacciuffa l’Inter quando la partita sembrava finita e soprattutto regala un momento calcistico di indescrivibile passione che ha tenuto attaccato allo schermo milioni di tifosi di entrambe le squadre: con un pareggio così, l’unico vincitore è la filosofia indeterministica del calcio.