Puntuale appuntamento del lunedì. Raccolta dei protagonisti e degli appuntamenti mancati nella due giorni di calcio. In Italia e non solo. Ecco la top e flop del weekend.

I TOP

THE LAST

L’ultimo. L’ultimo a vedere l’attaccante di fronte a sé prima che la palla entri. L’ultimo che ti aspetti possa decidere una partita. O comunque farlo in quel modo. L’ultimo che diventa lui stesso l’attaccante. Il bomber, il numero 9, quello che risolve le partite nell’immaginario collettivo. Con il 22 sulle spalle che più di tanto non stranisce. Di 22 che hanno gonfiato le reti infatti ce ne sono stati in abbondanza. Il più rilevante a livello mnemonico proprio passato da “quegli altri” – strano il gioco del destino. Perché “quegli altri” sono il Milan, perché chi è stato il loro vero 22 non ha bisogno di presentazioni. Ma il 22 che si ritaglia la nostra attenzione è un portiere. E si chiama Alberto Brignoli. Cognome – ai più – sconosciuto fino a ieri ma dalle 14.25, minuto più minuto meno, diventato eroe della propria città e finito sulle bocche di tutti ieri, oggi e per quanto ancora non si sa. Iscritto nei libri di storia di questo sport probabilmente per sempre. Perché il primo storico punto del Benevento in Serie A, inseguito per 14 lunghe giornate, sfuggito molto spesso proprio in quel benedetto – da oggi – minuto 95 non poteva arrivare che con un episodio altrettanto storico. Un episodio che catalizza in sé tante interpretazioni di uno stesso momento. Il momento no del Milan, unica squadra a non aver vinto – finora – contro il Benevento, che si manifesta ulteriormente in un preziosissimo dono, più per la morale che per l’utilità pratica, quando meno ai rossoneri serviva. Il momento storico del primo punto del Benevento che arriva al minuto che tanti punti ha tolto. Che non arriva dal classico numero 9. Arriva di chi meno ci si aspetta. Per un gol che non ci si aspetta. Per un punto che – proprio contro il Milan – non ci si aspetta ma che in giallorosso si sogna. Con una storia decisa e scritta in tutto e per tutto da Brignoli. Perché De Zerbi, su quella punizione, non voleva neanche farlo salire. Ma Alberto in area è andato lo stesso. Perché quel punto era troppo prezioso per il Benevento per non provarci fino in fondo. E così Alberto Brignoli, il numero 22, è diventato alle 14.25 – minuto più minuto meno – eroe. E quel gol quando “fra qualche anno si parlerà di Gigio come di Buffon” potrà raccontarlo ai suoi bambini. Il calcio è strano!

MANIFESTA SUPERIORITÁ

Non esattamente la trama che Napoli-Juventus ha raccontato ma il solo epilogo del dramma partenopeo. La vigilia dipinta di ottimismo e – a posteriori – illuso entusiasmo trasformata in un bagno di realtà e dramma. Perché perdere contro la Juve a Napoli non è mai cosa leggera da digerire. Soprattutto da quanto il figlio adottato e tanto amato ha “tradito” la propria famiglia pur non rinnegando mai che parte di lui in quella famiglia era restato, cercando sempre la via della pacifica “convivenza” e sopportazione. Via mai presa in considerazione da chi si è sentito tradito, così da trasformare il materno rispetto in un esultanza sfrenata e polemica quando Gonzalo la non più sua famiglia ha colpito. Perché se a Torino la scorsa stagione Higuain scelse la via della non esultanza, altrettanto questa volta non ha fatto colpito dal senso di rivalsa verso un San Paolo che già dal primo riscaldamento ne ha schernito e ululato ogni giocata, errore o semplice passo. Fa male ai napoletani e al Napoli arrendersi al gol del figliol prodigo solo di gol quando era lì. Ma tutto è da additare alla grandissima preparazione che Massimiliano Allegri ha fatto della partita. Una cura maniacale di ogni aspetto e una partita impeccabile dei 14 bianconeri assoluti obbedienti all’ordine dello stratega. Una partita tatticamente perfetta che non ha permesso al Napoli di scalfire il castello bianconero menzognero a lasciarne false speranze nutrite dalla “libertà” di sterile gioco. Gioco bloccato alla fonte.
Già a Milano di approcci simili di marca allegriana si erano intravisti. Un Milan-Barcellona che finì 2-0, Boateng e Muntari all’epoca, manifesta perfezione tattica made in Allegri. La storia si ripete. Anni di distanza, esperienza diversa, ambiente diverso, ma stesso esito. Beh, chapeau Max!

FORZA CINQUE

Inter e Liverpool. Soggetti e protagonisti di insaziabile fame di vittoria, potere e gol. Cinque gol a rispedire a Verona il Chievo. Cinque gol per tornare a Liverpool da Brighton con umore decisamente leggero commisurato ai soddisfacenti risultati del pomeriggio.
In Italia era dal gennaio 2016 che l’Inter mancava dalla testa della classifica solitaria. Il girone di andata con lo sguardo sempre rivolto verso il basso per poi crollare. Quest’anno almeno in principio il discorso è opposto. 14 giornate a seguire – non inseguire – e osservare chi stava davanti per approfittarne al momento giusto. Il migliore possibile, forse, visto l’umore che ora circola ad Appiano Gentile. Visto che sabato sera si va a Torino. Momento perfetto. Preparazione croata al derby d’Italia con una tripletta. Perisic, momento perfetto.
A Liverpool invece gode Klopp e gode il Liverpool a sua perfetta immagine e somiglianza coi tipici input dell’ex Dortmund. Saper soffrire quanto concesso ma non permesso errore in ripartenza. Non ammessa leggerezza sottoporta. E i 5 gol – un autogol su destro da fuori di Coutinho – riassumono alla perfezione il DNA insito kloppiano. Firmino su tutti e quel Coutinho da tanto tempo grande rimpianto nerzzurro..

I FLOP

CHI “BEN” COMINCIA

Si ride a Benevento. Si piange a Milano. Il clamoroso e storico pareggio al 95esimo di Brignoli chiude – si spera – un periodo in cui, tra Via Aldo Rossi e San Siro passeggiando per altri stadi d’Italia, di giusto e dritto è andato ben poco. O nulla. Una settimana fa l’esonero, a sorpresa, di Montella. Immediata la chiamata per Gattuso sollevato dalla primavera fino al cielo della Prima squadra. Tutto accompagnato dai dubbi – leciti a vedere la carriera sulle panchine dell’ex capitano rossonero – sulla saggezza e correttezza della scelta. Anche se i tempi accompagnavano con maggior “tranquillità” l’insediamento di Gattuso. Segnali di ripresa e superiorità contro il Torino c’erano stati. Gioco, al solito, zoppicante ma occasioni nitide e limpide possibilità per vincere una partita dominata per ampi sprazzi – se non per intero – avevano condito tutta la gara. Un’ulteriore settimana per preparare l’insidiosa – più che difficile – ma tutt’altro che impossibile trasferta a Benevento sembravano porre meno pressioni sulla possente schiena di Gattuso. Alla domenica minimi spiragli postivi rossoneri abitano il Ciro Vigorito. Occasioni create, il vantaggio trovato e ritrovato immediatamente dopo il pareggio giallorosso – pericolo più morale che di reale difficoltà per il proseguo della gara. Poi il primo segnale a chiarire che forse non sarebbe andata come, a Milano, si sperava andasse: l’espulsione a Romagnoli. Il giudizio su quanto concepibile fosse quel rosso, poi, è affidato ai posteri. Per 15 minuti i rossoneri reggono più di nervi che di freschezza e amministrazione. Un vestito perfetto che rappresenta in tutto e per tutto quello che il mister era, ai tempi, in campo. Poi l’episodio storico che tutto cambia. E forse Gattuso ha ragione. Va ammesso altresì che al Milan di questi tempi va tutto storto.
Cambiare veste in cinque giorni era illusa speranza. Ma dopo un esordio così, pressioni su Gattuso, iniziano inevitabilmente ad esserci.

POMERIGGIO NERO(AZZURRO)

Cercare un singolo colpevole nel pomeriggio del Chievo è complicato, “ingeneroso” vero il singolo esclusivo capro espiatorio di 14 flop e perdita di tempo. In casi del genere, con 5 gol subiti, l’attenzione verte in ogni caso sui 90 minuti del portiere. E va detto che la giornata di Sorrentino non è stata delle migliori. Consci dei livelli e delle prestazioni a cui l’esperto portiere ex Palermo ci ha abituati. Ci ripetiamo, 5 gol non esclusiva colpa sua. Debacle generale insieme di 14 negative prestazioni. Ma la lente di ingrandimento focalizza la nostra attenzione – per Sorrentino – sui primi 3 gol nerazzurri. Il primo, l’1-0 di Perisic, mette in risalto la rivedibile doppia opposizione del portiere clivense. Prima sul cross di Santon respinto in zona centrale, sfortuna anche vuole sul piede di Perisic, poi sulla stessa ribattuta immediata del croato con una fragile e leggera opposizione. Il 2-0 di Icardi da posizione defilata, con Sorrentino in uscita e la porta “stretta” è manifestazione di “goffaggine”. Il 3-0, ancora di Perisic, è anche indiretta partecipazione del portiere che si fa “piegare” le mani da un tiro che non pareva imparale, senza riuscire a deviarne la traiettoria in maniera decisiva.

DEBACLE

In flop del genere, fra meriti del vincitore e demeriti del vinto, si protende sicuramente a privilegiare la seconda opzione. Perché se la prima della classe cade contro una delle ultimissime, beh, non va confusa la grande prestazione di chi vince ma altrettanto inosservato non può passare il tracollo dei capolista. Tutto riassunto della vittoria interna dello Strasburgo – prima della gara contro il Psg avvolta nella zona retrocessione – sui ragazzi di Emery. Iniziale vantaggio, pareggio di Mbappè all’occasione prima punta, e ritrovato sorpasso nel secondo tempo. La scelta di lasciare Cavani in panchina – a posteriori – una delle chiavi dell’insuccesso parigino. 15 minuti concessi pochi per sperare in un caloroso ribaltone.
Arriva così la prima sconfitta in campionato del Psg. Un rullino netto macchiato da uno scivolone, che non compromette la classifica dove 9 sono i punti di vantaggio sul Lione primo inseguitore, ma che ne sporca la limpida stagione.
Che flop.