Per un’Italia impegnata in battaglie politiche come quella dello ius soli, che segnerebbe un cambiamento radicale sulla legge di cittadinanza, paesi come il Belgio o la Francia hanno ovviato a questo problema da tantissimi anni, permettendo alla propria popolazione di diventare un crogiuolo di popoli che ha arricchito in maniera mutuale entrambe le parti, soprattutto dal punto di vista culturale. Noi italiani non fummo da meno alla fuga ed è per questo che dovremmo riflettere sulla nostra storia da migranti prima di giudicare in maniera errata chi sogna invece di acquisire la nostra cittadinanza, parlare la nostra lingua e rispecchiarsi nella nostra stessa bandiera perché ne condivide i valori sociali. Durante il dopoguerra l’eccedenza di popolazione costrinse tanti dei nostri antenati ad emigrare, dovendo far fronte ad una fortuna da cercare nelle miniere come fosse carbone. Una delle città maggiormente industrializzata di quel periodo fu Charleroi, una delle più importanti città della Vallonia (cantone francese del Belgio), che raggiunse livelli di industrializzazione pari a quelli inglesi sfruttando per l’appunto il cospicuo flusso migratorio. Tra questi c’è Pasquale Mazzù, calabrese emigrato in Belgio per cercare fortuna ed un futuro come tanti dei suoi connazionali. Il 12 Marzo del 1966 Pasquale da alla luce uno dei suoi tre figli, Felice, attuale allenatore del Royal Charleroi Sporting Club di 51 anni, assoluta sorpresa del campionato belga che sta regalando una favola ad una città di 200.000 abitanti nettamente in ripresa dopo la rapida decadenza post-industrializzazione.

Minatori italiani in Belgio.

La tragedia di Marcinelle (8 Agosto 1956) vide 262 morti di cui 136 italiani. Viene ricordata ogni anno con una manifestazione a Charleroi.

In una Charleroi piena di “contrasti nostrani“, dove tanti anziani del posto, originari del bel paese, sono divisi tra chi ama la madrepatria e ci tornerebbe “anche a piedi”, come direbbe Giuseppe, steward sessantenne durante le partite casalinghe delle zebre, di origini pugliesi, ma deve far fronte alla realtà, ovvero aver costruito una famiglia con figli e nipoti qui. E chi, come Pasquale, suo collega originario della Sicilia come sua moglie, mi racconta di un padre abbandonato dall’Italia e mai di ritorno, contrariamente a lui.

Ad una città così costruita secondo i nostri crismi il calcio non sembra far eccezione visto che lo staff dello Charleroi costruito da Mazzù vede in Mario Notaro e Michel Iannacone rispettivamente il suo allenatore aggiunto ed il preparatore dei portieri.

Felice Mazzù (a sinistra) ed il suo staff, Michel Iannacone, Philippe Simonin e Mario Notaro (nella foto a destra).

Grazie ad un immensa gentilezza belga di tutto il servizio comunicazionale del club, ho potuto seguire, in tribuna stampa, Charleroi-Oostende di Venerdì 1 Dicembre allo Stade du Pays de Charleroi, assistendo alla bellissima iniziativa della curva dei Carolos (lancio di peluches come regalo di Natale per i bimbi meno abbienti) ed ho potuto scambiare due chiacchiere con il calabrese dopo la partita (terminata per 1-1), parlando di Italia, di origini e sacrifici ma anche di fortuna e di bravura nel “costruire favole” con pochi spicci.

Il lancio dei “nounours”, dei peluches, del tifo organizzato Carolo, nomignolo per i tifosi dello Charleroi.

Come quelli dello Charleroi (con un budget di 10 milioni), o come quelli che la sua famiglia ha utilizzato, con fatica, per permettere lo studio ed una vita dignitosa a lui, a suo fratello ed a sua sorella. Calmo e pacato anche in panchina e sempre con la battuta pronta anche in conferenza stampa, ho apprezzato la volontà dell’allenatore di concedermi quest’intervista in italiano, a simboleggiare che le origini non devono mai essere dimenticate, cosa che tutti gli italiani qui mi hanno dimostrato, secondo un rapporto di amore che appare più ancorato e convinto di quello di tanti dei nostri connazionali.

“Mio padre è arrivato in Belgio nel 1952, ho avuto una vita piuttosto semplice, da figli di operai. Io, mio fratello e mia sorella abbiamo potuto frequentare l’università grazie ai tanti sacrifici di mio padre e di mia madre. Sono arrivato nel calcio, quantomeno da allenatore, in maniera abbastanza fortunosa dopo 12 anni di militanza nel club di Charleroi. Ho allenato nelle serie inferiori e mi sono guadagnato la chiamata dello Charleroi grazie alle prestazioni della mia squadra in terza serie (il White Star Bruxelles) col quale mi sono tolto la soddisfazione di eliminare, in coppa, tre squadre di Serie A. Sono sempre rimasto umile provando a dare il meglio di me e spero di continuare a crescere.”

Se si sente un belga d’Italia o un italiano in Belgio, Mazzù mi risponde:

“Chiaramente in cuor mio mi sento italiano perché il modo di vivere in famiglia è stato sempre piuttosto italiano, partendo dal cibo. Mi sento anche belga però, perché sono nato qui e perché il Belgio ha permesso a mio padre di realizzarsi e di farci crescere. E’ come se fossi diviso, perché il mio cuore è italiano ma devo essere fedele al Belgio per quello che ha portato ai miei genitori.”

Un video dello scorso anno in cui Mazzù serve patatine fritte (specialità belga) ai suoi giocatori in maniera scherzosa.

Con un’onestà sapiente, Mazzù mi spiega che da calciatore sentiva di non poter dire la sua, definendosi “scarso” ed essendo sempre infortunato. Eppure, nonostante non abbia avuto una grande carriera da calciatore, la sua gavetta sembra aver spiccato il volo da quando ha preso in mano lo Charleroi, sempre nella top ten del calcio belga e con delle differenze reti sintomo di solidità ma anche di offensività, con una squadra che sembra conoscere a memoria quello che il suo allenatore chiedere e che, a differenza di tante altre compagini, sa adattarsi a seconda dell’andamento della partita. Da 4-4-2 a 4-2-4 passando per uno strano 4-2-1-3 che porta spesso sulla linea d’attacco ben quattro uomini senza aver paura di tornare a difendere o a contrastare le ripartenze avversarie.

“Io vorrei giocare in 4-4-2 ma bisogna adattarsi alla ristrettezza del budget della squadra. Abbiamo un budget di 10 milioni, l’Oostende che abbiamo affrontato oggi ne ha 25, Anderlecht e Genk addirittura 40, quindi i giocatore che vorrei non sono facilmente acquisibili e devo adattarmi con quello che ho. Abbiamo utilizzato tanti sistemi diversi perché credo che ogni giocatore debba essere capace a trasformarsi per sorprendere l’avversario. Quindi da 4-4-2 a 4-5-1 a 3-4-3 o 3-5-2, abbiamo studiato tutto ad inizio stagione ed abbiamo spesso cambiato pelle. Un allenatore deve essere capace a cambiare le carte durante la partita piuttosto che pianificare prima per apportare qualcosa di nuovo.”

Sulla sua “sapiente spregiudicatezza”, fatta di supremazia del possesso e solidità difensiva, l’allenatore ha le idee ben chiare.

“Parto dall’idea che per vincere bisogna subire il meno possibile e non prendere gol. Guardiamo molto alla fase difensiva, alle coperture preventive, all’impatto con la gara. A livello offensivo puoi preparare poco, perché i giocatori riescono ad ottenere certi automatismi grazie alla loro creatività, cosa che non puoi fare in difesa, dove devi studiare l’avversario e prepararti.”

Il fiore all’occhiello di questa squadra è il peruviano Cristian Benavente, che ha dimostrato tecnica da vendere ed intelligenza tattica e che, dopo l’esperienza nelle giovanili del Real Madrid, sembra finalmente pronto al salto di qualità e potrebbe conquistarsi il mondiale con la nazionale di Careca seppur al momento non sia stato ancora ritenuto pronto per la nazionale.

“Quando è arrivato qui era passato dall’Inghilterra, dove non si trovava a causa di un calcio diametralmente opposto alle sue caratteristiche. Certo, anche qui abbiamo dovuto plasmarlo, perché era molto portato al guardare solo il possesso palla senza lavorare sulla copertura, ecco perché all’inizio non giocava. Sta diventando il giocatore che tutti vorrebbero avere e rappresenta in toto la nostra politica: acquistare gente giovane, di talento ma non pronta per i grandi livelli.”

In Italia poi, dopo la disfatta mondiale, si è presto puntato il dito sulla pochezza di talenti nostrani guardando a piccole nazioni che stanno pian piano conquistando le luci della ribalta come il Belgio, secondo una politica fatta di settori giovanili che in realtà, ad oggi, contano solo in Courtois e De Bruyne tra i prodotti 100% made in Belgium dal settore giovanile del Gent.

“Penso che in realtà sia la luce propria di cui sta vivendo la nazionale ad aver portato in Belgio tanti talenti dall’estero, dal sudamerica al Giappone, che prima non consideravano questo campionato all’altezza.”

Per il futuro poche parole e tanta umiltà nonostante un secondo posto sfavillante con un residuo vantaggio di un punto sull’Anderlecht ed un ritardo di cinque dal Bruges capolista prima del gran confronto di Domenica contro i malva di Bruxelles (ore 18:00, Anderlecht-Charleroi) .

“Per noi, giungere sesti a fine stagione sarebbe un grandissimo risultato, è quello l’obiettivo. Se si potrà far meglio e giocare per l’Europa ben venga. Tornare in Italia? Allenare dove sono nati i miei sarebbe un sogno, che sia Nord, Sud o Centro! Spero di acquisire ancora più convinzione e crescere ancora per poterlo fare!”