Il numero 10 nel mondo del calcio, si sa, non è soltanto un numero: è un simbolo, praticamente un archétipo, solitamente indossato dal giocatore che maggiormente è portatore di talento, e che molto spesso fa del suo carisma e della sua tecnica i suoi cavalli di battaglia. Il 10 trascina, il 10 ti fa innamorare sempre e comunque, che sia la sua giornata o che sembri rimasto a casa. Un personaggio del quale il calcio non può fare a meno, e che quindi dobbiamo aspettare, anche quando ci stiamo stufando di farlo.

Samuel Beckett nella sua opera stava “Aspettando Godot”, oggi invece in quel di Udine – ma chi ama il calcio lo fa da casa propria – sta aspettando Rodrigo De Paul, l’argentino dal cognome di discutibile pronuncia (all’inglese o alla spagnola?) che da anni deve fare quel definitivo salto di qualità che è nelle sue corde, ma che sta tardando ad arrivare. Ma è un diez, e dobbiamo aspettarlo.

“EL POLLO” DE AVELLANEDA

Rodrigo Javier nasce il 24 maggio del 1994 a Sarandí, ma fin dall’età di 8 anni cresce e si forma nelle giovanili del Racing Club di Avellaneda, club che ha lanciato tra gli altri Claudio “El Piojo” e Lisandro Lopez, e l’indimenticato bomber nerazzurro Diego Milito. Se cresci con la maglia de La Academia sicuramente diventerai un giocatore caliente, perché sarai allevato per far sì che un giorno tu possa avere le spalle sufficientemente larghe per non sentire l’enorme peso del Cilindro, una vera e propria onda biancoceleste che spinge e carica la squadra.

De Paul è un ragazzino quando esordisce con il Racing, ha 18 anni ma ci mette poco a conquistare la Avellaneda biancoceleste: segna la sua prima rete alla quinta presenza, mentre inizieranno ad accorgersi tutti di lui grazie al gol siglato contro il San Lorenzo, quando insaccherà un pallone servitogli da un certo Camoranesi, uno dei suoi primi maestri. Sarà il gol che lo consacrerà al Cilindro, che inizierà a chiamarlo “pollo”, forse per quel suo fisico apparentemente longilineo e per quei capelli all’insù, o forse per una somiglianza tra l’animale ed il cognome del talentuoso ragazzo: quel che conta, è che tutti iniziano a guardare quel ragazzino del Racing.

Tecnica di base eccelsa, capacità di inserimento non indifferente, e soprattutto carattere da vendere: un argentino in tutto e per tutto, al quale forse manca ancora l’ultimo step per raggiungere la maturità fisica, un ragazzino che gioca col 20 ma che è un 10 in tutto e per tutto. E che in Spagna hanno già notato.

 

VALENCIA Y LA NOSTALGIA

Come detto è la Spagna che chiama Rodriguito, e anche in questo caso parliamo di una società gloriosa del panorama iberico: è il Valencia che si prende De Paul per una cifra intorno ai 5 milioni di euro, non certo pochi per un ragazzo di 20 anni.

Rodri si fa subito vedere in preparazione e già mostra i numeri del suo repertorio: può far parte della prima squadra, può essere già decisivo nonostante la giovane età. E infatti entra subito, il 23 agosto del 2014, al Sanchez-Pizjuan contro il Siviglia al posto di Paco Alcacer, a 22 minuti dalla fine; a 21 minuti dalla fine del match è già sotto la doccia, espulso dal direttore di gara per una gomitata che ha ferito allo zigomo Aleix Vidal. Forse involontaria, forse no, però El Pollo si prende 4 giornate di squalifica – che non saranno diminuite nonostante il ricorso del Valencia – ed il suo ambientamento non viene certo facilitato: Nuno Espirito Santo crea il suo 11 e raramente De Paul ne farà parte. Accadrà solo 6 volte in una stagione che lo vedrà in campo per 25 volte, nelle quali segna solo un gol e fornisce 4 assist.

Il suo secondo anno inizia male, non tanto in campo quanto fuori, visto che vengono ceduti i suoi amici Zuculini e Otamendi, con i quali aveva creato la più tipica banda argentina, un modo per non disperdere le abitudini e i costumi della propria terra d’origine. E come se non bastasse, anche in campo le cose non vanno assolutamente bene: Espirito Santo lo vede poco o niente, mentre al momento dell’esonero del portoghese arriva Gary Neville, che gli dà più spazio e visibilità, senza però ottenere alcun riscontro positivo. A De Paul manca forse l’aria di casa, o quantomeno non si trova più a suo agio nella calda Valencia.

E a gennaio 2015 arriva la chiamata da casa, quella della sua famiglia calcistica, quella del Racing che gli ridarà minuti e giocate, ma soprattutto la voglia di tornare a spaccare il mondo con un pallone tra i piedi. 

L’UDINESE E UN 10 CHE PESA

Dopo una quindicina di partite tra Primera División e Copa Libertadores con il suo Racing, è già ora di tornare in Spagna: La Academia non ha ovviamente i soldi per permettersi l’acquisto di De Paul, mentre dall’altra parte né il Valencia né lo stesso Rodrigo hanno voglia di continuare un matrimonio che sta pesando ad entrambi.

Non sempre chi viene dall’Argentina esplode al primo colpo, e difatti non è un caso che molto spesso si vedano giocatori che vanno prima coccolati ed accuditi per far sì che si ambientino al meglio, e che poi dopo qualche mese iniziano ad ingranare. Il talento non manca al ragazzino argentino, e per un sudamericano di poco più di 20 anni si può anche fare un sacrificio: l’Udinese lo sa, e da grande fucina di ragazzi talentuosi poi lanciati al grande calcio, sceglie di prendere quel De Paul che qualche stagione prima stava facendo faville.

3,5 milioni di euro più 1,5 che potranno arrivare in base alle prestazioni del singolo e di squadra, una cifra simile a quella che aveva speso il Valencia per acquistarlo dal Racing, ed ecco che l’Udinese ha il suo nuovo numero 10. Quel 10 che fino a pochi mesi prima aveva indossato la bandiera storica dei bianconeri friulani, Antonio Di Natale. I tifosi, che avrebbero gradito maggior rispetto per una maglia così pesante, già non vedono di buon occhio il ragazzo di Sarandí: lui stesso si è difeso dicendo di aver scelto il suo numero preferito (insieme al 20 già indossato al Racing e a Valencia), ma che ha solo preso in prestito in quanto appartenente per sempre a Totò.

Pace fatta e via al campionato: ci si aspetta molto dal nuovo diez, ma le prestazioni non illuminano la nuova Dacia Arena. Con Iachini De Paul sembra un corpo estraneo, privo di costanza di rendimento nei 90′, di carisma per affrontare le arcigne difese italiane e probabilmente poco inserito nell’ambiente friulano. I risultati non arrivano e per questo arriva Del Neri, fautore del più classico dei 4-4-2 che sembra non prevedere l’utilizzo di un 10 come Rodri; invece l’esperto allenatore friulano ritaglia su misura il ruolo d’esterno all’argentino, al quale viene chiesto maggior spirito di sacrificio e maggior acume tattico. De Paul lavora e cresce sotto l’ala protettrice di Del Neri, che utilizzerà un metodo che non esalta le caratteristiche tecniche innate del Pollo, ma che gli permetterà di accrescere le sue conoscenze calcistiche, fondamentali in un campionato tattico come la Serie A.

Alla fine dell’anno sono 35 le presenze totali tra campionato e coppa, con 5 gol e 5 assist. Una stagione che non era iniziata male si è rivelata tutto sommato valida, soprattutto perchè ha visto De Paul molto maturato umanamente. Non si è fatto prendere dallo sconforto, non ha ricercato l’aiuto di casa, e si è messo al lavoro per superare le difficoltà.

MISTER ODDO E L’OCCASIONE D’ORO

Non è un titolo di un film, ma è forse l’ultima occasione per De Paul: il calcio ormai un po’ agé di Del Neri ha portato la dirigenza friulana ad esonerarlo dalla panchina dell’Udinese, e a prenderne il posto è arrivato Massimo Oddo, giovane di belle speranze che ha voglia di riscattarsi dopo la tragicomica stagione vissuta nell’anno passato a Pescara.

Calcio propositivo, giovani al comando e voglia di emergere, sia per chi gioca che per chi sta in panchina. Un piano semplice quanto invitante, soprattutto per gente come Rodrigo De Paul, che è alla ricerca della definitiva consacrazione. Nel 3-5-2 che sta esaltando le capacità di inserimento di centrocampisti quali Barak e Jankto, che sta ridando linfa alle locomotive Ali Adnan e Widmer e che sta mettendo in risalto la capacità realizzativa e di contropiedista del nuovo bomber Lasagna, sembrerebbe mancare quel giocatore tra le linee, quel ruolo che da sempre è rappresentato da un numero 10.

Oddo ha giocato in grandi squadre vincendo tra le altre una Champions e un Mondiale, ha condiviso momenti d’oro con giocatori che hanno fatto la storia del calcio, e dunque è il primo a riconoscere il talento: De Paul ha trovato un allenatore che vuole insegnare calcio, e che vuole tirar fuori dall’argentino quelle qualità che non sono certo nascoste, ma che ancora compaiono troppo ad intermittenza. Il ruolo che gli ha costruito è quello di seconda punta, accanto a Lasagna o a Maxi Lopez, col compito di dividersi tra una funzione di raccordo tra centrocampo ed attacco e quella di essere il riferimento tecnico per tutti i compagni. In parole povere, essere il 10 che serve all’Udinese per sorprendere ancora di più di quanto già stia facendo.

Ad oggi i gol in Serie A sono già 4 – eguagliato il numero della scorsa stagione già a metà campionato – e gli assist ben 6, addirittura più di quelli dell’anno passato. Rodriguito sta maturando, sta crescendo sia umanamente che calcisticamente: se Oddo riesce a limarne l’impeto che lo costringe a prendere troppi gialli e a coltivarne le capacità tecnico-tattiche, potrebbe regalare un 10 che al giorno d’oggi serve come il pane al nostro calcio. 

E noi lo aspettiamo, com’è giusto fare davanti al talento.