E fu ancora scudetto. Che pensare stavolta? Basterebbe cavarsela con il più banale dei modi di dire: la palla è rotonda, quindi Il Napoli può vincere lo scudetto, la Juve rotolare per le scoscese vie d’Europa, gli arbitri imperversare con gli errori che fanno male alla credibilità, Koulibaly diventare un centravanti di successo, Bernardeschi un jolly da pallone d’oro.. Oppure la Juve vince ancora, magari con un poderoso sprint, e il Napoli sogna e poi si azzoppa.

VISTA DALL’ALTO

Sì, vero. Un bisbiglio frenetico, di porta in porta, dice: la Signora è ancora la più forte. Però chissà? Quanta fatica anche con il Cagliari. Certezza per noi tutti è quella della sfida a due, e lo stupore zampillerebbe se nel duello si infilasse una terza incomoda. Campionato a due: nel passato era più speranza che convinzione. Invece, ora, il Napoli pare più solido: più realista nel cercare di vincere, prima di convincere. La Juve meno baldanzosa, imbrigliata dai tanti impegni, dall’idea di dover ben gestire immagine e risultati europei, appesantita da infortuni che continuano a mettere a dura prova la bontà della rosa. Eppure ha perso e vinto, mai mollato, ha riacchiappato il gruppo e si è riposizionata in scia come uno sprinter di successo. Ipotesi: quest’anno sarà finale da fuochi d’artificio, l’ultimo mese denso di scontri diretti ci farà divertire. Le coppe avranno peso? Certamente.

MODELLI A CONFRONTO

Non si può dire che la classifica inganni: le due migliori tengono dietro le altre. Due filosofie in panchina, ed anche sul campo. Il Napoli alimenta il piacere degli occhi, la Juve il gusto di chi sa vincere aggrappandosi ad ogni sua ricchezza.

I bianconeri, rispetto agli azzurri, hanno sicuramente più esperienza: abituati senz’altro meglio del Napoli alla pressione dei primi – anzi, primissimi – posti.

La squadra campione d’Italia quest’anno ha dimostrato ancora una volta di essere una squadra, oltre che di grandissima qualità, solida e capace di adattare il proprio stile di gioco rispetto all’avversario che ha davanti: Allegri è passato dal 4-2-3-1 di Napoli, al 4-3-3 contro l’Inter fino al 4-4-2 nel match casalingo contro il Benevento. Il modulo cambia anche a seconda degli interpreti: se gioca Dybala la Juve deve giocare con il trequartista, quindi si presuppone un 4-2-3-1; se invece si preferisce impostare di più il gioco sulle fasce con Cuadrado e Douglas Costa/Mandzukic si opterà per un 4-3-3. E’ rilevante il fatto che tutti questi grandi giocatori possano tranquillamente coesistere nel 4-2-3-1, che è il modulo più utilizzato dall’ex allenatore del Milan, proprio per questa capacità di mettere in campo, nello stesso momento, tutte le ‘armi’ offensive più forti dei bianconeri.

Dal punto di vista pratico, ovvero quello del campo, il nuovo Napoli ha mostrato caratteristiche affini al discorso fatto appena sopra, quello della mentalità. È una squadra che vuole sempre autodeterminare il risultato, tiene sempre il pallone e cerca sempre il modo di essere pericolosa in avanti. Ma il suo dominio del possesso, in questa stagione, è anche di governo. È gestione del ritmo, dell’intensità, è lettura dei tempi della partita. Il Napoli di oggi è una squadra che difende in maniera aggressiva sempre, perché questa è la sua natura. È un modo di attaccare difendendosi, anche nei momenti in cui il pallone ce l’hanno gli avversari. In fase offensiva, il Napoli è invece meno esplosivo. Non meno brillante nella sua espressione di gioco, ma meno incalzante e forse anche meno intenso, se non quando il risultato comincia ad essere scomodo, come nell’ultimo match contro il Verona.

È il miglioramento che serviva a questa squadra, dopo due anni di ricerca e piccoli passi continui. In questo momento, il Napoli è una squadra che ha trovato un equilibrio partendo dall’idea di imporre il suo gioco, i suoi ritmi, il suo stile. Può funzionare, anche guardando alla difesa. Persino in Italia. Sta funzionando.

SARRI VS ALLEGRI

Se potessimo inserire i due allenatori di Juve e Napoli in un contesto geometrico, il risultato sarebbe quasi scontato: sono due rette che non si incontreranno mai. A tratti è sembrato di vedere in Sarri la stessa usura che colpì presto Sacchi che però aveva già vinto abbastanza. Il suo gioco veloce, a due tocchi di palla,ha impressionato tutto il mondo calcistico, ma ha anche confermato di avere i suoi piccoli limiti. Servono mesi per impararlo, cioè tempo che nel calcio non c’è. Vengono eliminati tutti i rinforzi successivi, la squadra che è stata creata è già una perfezione perché capace di esasperare i concetti di partenza, quindi non può essere toccata. Questo porta a momenti di stanchezza che diventano prevedibilità nel gioco.


La base del sistema Sarri è liberare sempre con passaggi veloci un centrocampista o un difensore pronto a impostare il gioco. I passaggi all’indietro servono a trovare lo spazio per un passaggio diverso, a evitare la pressione degli avversari, ormai una consuetudine. La velocità è un ingrediente necessario, quindi tutto è costoso via via che il tempo passa.

Allegri è un allenatore di uomini e partite, usa il vantaggio che ha, venti titolari, tutti di livello europeo. È altrettanto veloce ma aritmico, procede a sbalzi. Allegri fa quel che serve di volta in volta, ogni minuto della partita. Sarri prevede, costruisce qualcosa che lo prescinda. Per questo fa poche sostituzioni. Non ha voglia di intervenire su ciò che è già compiuto. Allegri ama cercare la sorpresa. E ama la forza. L’Invenzione di Mandzukic è del gennaio scorso. Serviva per recuperare la potenza persa con la partenza di Pogba. È questa varianza di scopi che rende le idee di Allegri quasi incomprensibili. È spesso un metro davanti agli avversari. Prima del mesetto in panchina, per esempio, nella sua fantasia c’è l’eccesso di Dybala. Non sapeva dove metterlo perché ha capito che la Juve non può giocare con due centrocampisti soltanto. La scelta finale è fra due soluzioni. O Dybala al posto di Pjanic o al posto di Mandukic. Messo così il dubbio non è peregrino. È semplicemente un lusso straordinario che nessun altro si può permettere.

SIGNORI IN GIALLO

Poi ci sono loro, gli arbitri, che stanno giocando contro entrambe. Ignorano il Var e dispensano favori all’una e all’altra: il mani, ignorato, di Mertens contro il Crotone, il gol dubbio di Koulibaly al Verona, le distrazioni pro Juve a Cagliari, sono i casi più recenti. Non è certo il Var, ma gli arbitri a fare danno. Juve e Napoli possono vincere senza l’aiutino. Oggi, più che mai, la presenza del Var le incoraggia a respingerlo. Una volta si parlava di sudditanza arbitrale, ormai nemmeno quel sospetto salva più l’immagine della scarsa abilità. In altro caso bisognerebbe pensare di peggio.

QUATTRO FATTORI

FATTORE 1 – LA ROSA

Su questo punto sembrano tutti d’accordo: la Juve ha un organico più ricco e qualitativo, può attingere dalla panchina serenamente e ancor più tranquillamente può accettare l’infortunio di un titolare senza andare in affanno. Il Napoli ancora paga il crack di Ghoulam (finora Mario Rui è stato deludente ed Hysaj a sinistra non ha fatto molto meglio) mentre Allegri probabilmente potrà fare a meno di Dybala per 40 giorni senza accorgersene (dopo essersi permesso il lusso di lasciarlo in panchina spesso). Pensate se si fosse fatto male nel Napoli, Mertens, che conseguenze ci sarebbero state per il collettivo… Ciò premesso è vero che a favore della Juve gioca anche la superiore capacità di saper alternare i suoi uomini, rischiando anche con riserve meno qualificate. Allegri non ha paura di mettere Sturaro terzino, di lanciare Bentancur, di cambiare ruolo ai suoi, di riciclare Asamoah, mentre Sarri suda ogni volta che deve fare a meno di uno dei suoi 11 titolarissimi, e questo è un limite perchè gente come Rog, Diawara, Zielinski – ma anche Maksimovic e poteva esserlo pure Giaccherini) – utilizzati con più continuità renderebbero di più e consentirebbero alle prime scelte di non affaticarsi troppo.

 FATTORE 2 – GLI IMPEGNI FINO A MAGGIO

Il Napoli in questo è assolutamente avvantaggiato. Fuori dalla Champions, fuori dalla coppa Italia, gli resta l’Europa League dove presumibilmente si darà spazio a chi gioca meno. Risultato: tutte le energie saranno condensate sul campionato. Lo stesso Sarri ha detto che la sua squadra ha una testa diversa in campionato ed è così. La Juve invece è dentro tutte le competizioni: agli ottavi di Champions ha il Tottenham di Kane e in semifinale di coppa Italia l’Atalanta di Gasperini. La Champions si sa, toglie energie mentali ancor prima che fisiche e spesso toglie anche punti.

 FATTORE 3 – L’ABITUDINE

E’ un elemento a volte decisivo, se è vero come è vero che vincere aiuta a vincere. La Juve non  ha mai perso la fame di vittorie e sa essere cannibale, il Napoli si specchia nel laghetto della Grande Bellezza ma sta imparando da poco ad essere anche concreto e cinico. Di fondo c’è che nella Juve tutti o quasi hanno vinto tanto o tantissimo, nel Napoli solo Callejon, Reina e Albiol sanno veramente (per il loro passato) che vuol dire vincere. E alla lunga è un aspetto che può fare la differenza quando si tratterà di mantenere i nervi saldi.

 FATTORE X – IL FATO

 E’ vero, se sei uno squadrone puoi avere tutta la sfortuna del mondo, ma alla fine vinci. Però a questo punto, vedendo che lo scudetto continua a non prendere una strada ben precisa – né verso Napoli, né verso Torino – anche quella che può essere chiamata “fortuna” o, se proprio vogliamo dirlo, “culo”, può aiutare. Certo, la Dea Bendata sarà a sua volta influenzata dal calendario (il Napoli avrà la maggior parte dei big match fuori casa) dalla presenza di un mondiale alle porte (sono tutti professionisti, ma il pensiero c’è, e la Juve in Russia ne manderà molti di più rispetto agli azzurri) ma soprattutto dalla convinzione delle due squadre: quest’anno l’entusiasmo della città partenopea può essere un punto a favore del Napoli, ma chissà. Chi vivrà, vedrà.

TIRANDO LE SOMME

La classifica alla 20ª giornata, degli ultimi 10 anni, dimostra che nulla è cambiato, seppur tutto cambi. Nel vorticoso tourbillon di novità (presidenti e allenatori, giocatori e color di maglie) restiamo aggrappati alla Juve che fa corsa di testa, al Napoli che risulta competitor credibile, seppur facile a staccarsi nel finale: nel 2015-16 concluse in testa il girone di andata, poi chiuse a 9 punti di distacco. Roma e Inter pure stavolta sembrano damigelle, nonostante qualche illusione. Il Napoli è legato ad Insigne, quanto la Juve pareva legata alla luce di Dybala (che tra l’altro dovrà stare fermo un mese per la lesione muscolare: potrebbe tornere per la Champions). La Juve ha un fulcro in Pjanic, il Napoli ha ritrovato la forza di Hamsik. Il Napoli sta aspettando che Mertens torni al gol, la Juve trova sempre un’alternativa alle divagazioni di Higuain. La Juve è legata alla varietà strategica di Allegri, il Napoli al monotematico Sarri. Se ci fosse la vittoria ai punti per qualità e capacità globale (tecnici compresi), il campionato ci racconterebbe di un settebello bianconero. Ma visto che la palla è rotonda, vale la pena aspettare e…osservare.

Articolo a cura di Federico Melzi.