“You know, I’d always thought that I was the best player, to be honest with you. I always thought, Michael Jordan when he started winning, he just had more help than me. So, when I finally came to Phoenix, I had told the late, great Cotton Fitzsimmons, ‘Hey dude, I’m the best basketball player in the world. We’re going to the Finals.’ And he said, ‘That’s why I traded for you.’
I actually thought I was the best. I thought Bird and Magic just had better players. So, I said, ‘Listen dude, I’m going to the Finals this year. Dan Majerle, Kevin Johnson… That’s what I need. We’re going to the Finals.’ He says, ‘Well Michael’s gonna be there.’ I said, ‘Cotton, I think I’m better than Michael Jordan.’ He says, ‘We will see when you get there.’ So, we actually got nervous before Game 1. We struggled. The pressure got to the guys on the team. I played decent, but then I think the other guys were nervous. So Game 2, I’m talking to my daughter. She said,‘Dad? Are y’all gonna win tonight?’ I said, ‘Baby, your dad is the best basketball player in the world. I’m going to dominate the game tonight.’ And I remember… I think I had like 46, 47. I played great. And Michael had 52. And I got home that night, and my daughter was crying, and she said, ‘Dad, y’all lost again.’
I said, ‘Baby, I think Michael Jordan’s better than me.’ She said, ‘Dad, you’ve never said that before.’ I said, ‘Baby, I’ve never felt like that before.”

Come ricordare un giocatore nel miglior modo, se non aprendo con una dichiarazione di resa verso un demonio con la 23 sulle spalle. Chuck è stato il primo eroe di un film ripetutosi spesso e volentieri durante tutti gli anni ’90, dove i nostri “eroi” finiscono malamente in tragedia contro l’ineluttabilità del destino che assume i contorni di “sua malvagità” Michael Jordan ed il suo vice Hakeem Olajuwon. Chuck è stato il primo a fare a testate contro un muro che non considerava nemmeno la possibilità di perdere una Finals.

Ma, riavvolgendo la cassetta della sua carriera con una penna Bic, arrivare fino a lì per un ragazzo, prima ancora che giocatore, considerato totalmente inadatto a fare sport, è comunque un miracolo già di suo. Un miracolo venuto fuori da un mix di talento, doti fisiche insospettabili, istronismo e “cazzimma” che in una personalità come quella di Sir Charles possiamo trovare a quantità debordanti. Insomma, scartato dal college della sua città, Leeds (Alabama), perchè troppo basso, si ripresenta l’anno dopo più alto di 20 centimetri e viene messo a fare a schiaffi con gente spesso, spessissimo più alta di lui e magari anche più in forma. Una giungla. Una giungla dove il talento riscrive le leggi di fisica, logica e tutte le cose che diamo un po’ per scontate in questo mondo, semplicemente portandosi a spasso chiunque abbia intenzione di contenerlo in post per tutto il campo (ecco, in NBA crearono una regola fatta ad hoc per “colpa” sua e di Marc Jackson, la Barkley-Jackson Rule per l’appunto) e tirando giù 20 rimbalzi a partita. Successivamente, la carriera ad Auburn (famoso l’episodio della pizza durante la partita) e a Philadelphia. Del suo arrivo ai Sixers c’è qualcosa da raccontare: Philadelphia, per motivi di cap avrebbe potuto offrire a Charles solo 75.000$, non abbastanza per il Sir. Comunque, un mese prima del Draft, Charles riceve una chiamata dalla sua futura franchigia con un aut-aut molto semplice: o dimagrisci fino a 285 pound (dalle sue 300 abituali) o ti passiamo. Chuck ci riesce, arriva a 283. La sera del Draft, in volo per Phila, il suo agente gli dice: “Lo sai che ti offriranno massimo 75.000$?” “75.000$? Devo lasciare Auburn per 75.000$? Questo è un problema” “E ora che hai in mente di fare?” “Usciamo”. Chuck si mangia anche i camerieri e si presenta con un ottimo peso forma di 302 pounds. Ecco, i Sixers se ne infischiano e lo draftano ugualmente, la sua faccia ed il suo completo rosso totalmente smarriti in mezzo a tante altre facce a fargli i complimenti. Per fortuna c’è in squadra l’uomo che successivamente chiamerà persino “Dad”: Moses Malone, che tra le altre cose riuscirà nella missione di fargli raggiungere il suo peso forma, oltre che a sostenerlo e rimproverarlo, proprio come un vero padre farebbe con il figlio.

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Comunque, torniamo a noi e al nostro 1993, perchè poi in fin dei conti Barkley è uno dei forse 3 giocatori (Elgin Baylor e forse Karl Malone) al quale veramente la mancanza dell’anello viene ingiustamente rinfacciata e messa in mezzo ad ogni discorso (esempio massimo Kevin Garnett un paio di anni fa, ma in quell’occasione Chuck nostro se l’è cercata). Approfondiamo la questione dell’MVP: due rivali, Mike da una parte, vincitore (ma va) degli ultimi due e candidato al terzo con uno score personale di 33 punti, 7 rimbalzi, 6 assist e 3 steal, dall’altra Chuck al primo anno ai Suns che ascendono rapidamente al grado di contender. Con Dan Majerle e Kevin Johnson a fianco le medie a tabellino sono impressionanti: 26 punti, 12 rimbalzi, 6 assist e 2 steal. Alla fine, i giudici optarono per una novità e scelsero Sir Charles. MJ forse non la prese bene e forse quando Barkley ne mise “46, 47” in Gara 2 gli volle recapitare un messaggio a forma di numero: 52, i punti che fece MJ quella stessa sera.

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Charles elevò il suo gioco a livelli mai visti, scavalcando nettamente l’asticella del livello che lo ha portato appena poche settimane prima all’MVP della Regular Season, si caricò veramente la squadra sulle spalle (squadra che probabilmente pagava la poca abitudine a partite così importanti, a sua detta giocarono le prime due gare molto contratti contro dei Bulls in piena rincorsa) ma si trovò al momento sbagliato nel posto sbagliato, contro il giocatore sbagliato.

Chuck si è preso gioco delle leggi del mondo per la durata della sua carriera ma gli dei del basket hanno deciso un destino beffardo per lui, come per tanti altri prima.

Meglio raccontarvi allora un momento veramente felice: Barcellona ’92, le scampagnate solitarie sulla Rambla dove i turisti potevano ammirare panettieri, fioristi, ristorantini chic, ristorantini vegani, Stockton chiedere domande su Stockton e Charles Barkley a spasso come un turista, fermandosi al bar a prendere qualcosa ogni tanto e passeggiando come un classico americano grande e grosso e come una delle tante punte di diamante della squadra più forte della storia. Di giorno domina le Olimpiadi, di sera si gira Barcellona con quell’istinto da gran viveur che lo ha sempre contraddistinto, quella semplicità e schiettezza che troviamo ancora oggi in veste di opinionista per TNT. Possiamo essere d’accordo con lui o totalmente contrari, ma qualsiasi cosa faccia il Sir, state certi che farà parlare di sé. Un uomo solo al comando.

“Magari firmare 200 autografi al giorno non è il massimo, ma non riesco a stare fermo quindi meglio andare in giro piuttosto che imbestialirmi stando chiuso in stanza”.

PS: fu il miglior giocatore del Dream Team, semmai fosse necessario doverne scegliere uno.