Io e i miei compagni di viaggio avevamo appena terminato il nostro giro nelle zone di Buenos Aires, quando stava calando la sera: le gambe stremate, la stanchezza che iniziava a farsi sentire e lo stomaco con qualche principio di brontolio. La soluzione fu presto detta: un bell’asado per tapparsi la fame e togliersi le voglie. Camminando notammo subito un’insegna luminescente: Ser Papu.
Spingendo la porta, si aprì lo scenario di un ristorante a dir poco particolare. Seduti tutti intorno a un palco, gli ospiti vestiti con maglie nerazzurre e una Dea esposta al centro della sala.

Dopo pochi secondi, le luci si spensero. E partì la musica. Tutti si alzarono in piedi mentre un uomo fece irruzione sul palco. Tutti ballavano con uno strano movimento, una specie di stretching bailante volto a muovere in avanti prima un braccio e poi l’altro. La sala sembrava impazzita. Eravamo entrati nel mondo di Alejandro Darío Gómez e non potevamo più fare ritorno, almeno per il momento. El papuchi, come lo chiamava la madre, colui che si è preso la scena e anche l’Atalanta. È piccolo, ma la forza con cui ha saputo trascinare i compagni in un sorprendente e soddisfacente progetto è stata degna del miglior Atlante. Ciononostante, ad attirare l’attenzione è tutto quello che concerne il Papu: dentro e fuori dal campo.

Un personaggio che tutto d’un tratto si è rivelato, svestendo i panni dell’eroe mistico – quella condizione con cui vengono concepiti spesso i calciatori – per rivelarsi. Musica, danza, gag e simpatia: senza mai scordarsi del primo impegno, quello all’interno del rettangolo di gioco. Ma il Papu ha saputo rivoluzionare il concetto di trascinatore: non solo grinta, anche tanta – ma mai troppa – allegria. Dosata nel modo giusto, senza andare oltre o lasciar spazio ad analisi critiche. Un equilibrio totale.

IL VIAGGIO DEL PAPU

Dai suoi giorni a Buenos Aires ne è passato di tempo. Anni trascorsi dietro a un pallone nella speranza di poter vestire la Diez. La sorte gli voltò pure le spalle, quando non fece in tempo a dimostrare il suo valore che la corsia preferenziale che il Barcelona aveva con l’Arsenal di Sarandì si era già chiusa. Immaginatevi che danze, con Messi & Co.;
Accordo o non accordo, tutto partì da Sarandì, sobborgo di Avellaneda, nella provincia di Buenos Aires. Una matriosca di radici albicelesti. Proprio da lì uscì Gómez, svezzato da Gustavo Alfaro e plasmato dal Cholo Simeone.

Il primo è in panchina quando il Papu trionfa nella Copa Sudamericana nel 2007, quando l’Arsenal non vince neanche una partita in casa, ma alza il trofeo grazie pure a una rete del Papu in finale; il secondo al San Lorenzo gli insegna un dogma che si rivelerà lungimirante: “Non svarierai più sul fronte d’attacco, bensì sarai un’ala destra. È così che giocherai in Europa”. Il Papu lo chiamerà direttamente da Catania: “Grazie mister, avevi ragione“. La telefonata si trasformerà presto in un filo diretto, poiché Simeone sbarca in Sicilia, proprio nella città dell’elefante. Storie che si intrecciano. Argentina che divampa. Una rosa composta da dieci connazionali e un impatto in crescendo.

Alejandro “Papu” Gomez, stella del Catania degli argentini

Il Papu diventa l’uomo immagine dei rossoblu, specialmente nell’ultima stagione, quella in cui va oltre le aspettative sotto la guida di Maran: il Catania totalizza ben 8 vittorie in 12 gare casalinghe; i sorprendenti risultati permettono alla formazione di ritrovarsi nella parte alta della classifica, con la possibilità di entrare in Europa League. Pur fallendo una storica qualificazione continentale, gli etnei si classificano ottavi precedendo l’Inter: con 56 punti viene totalizzato il record storico in A.

 

ESPIAZIONE UCRAINA, NELL’ANNO DELLA GUERRA

Prima o poi, però, l’uomo cade in tentazione. Adamo colse la mela, lui firma un contratto con il Metalist, accettando la proposta dell’ambiziosa e facoltosa società ucraina. Il corso degli eventi sembra essere florido, ma le intemperie sono dietro l’angolo: prima la squadra viene esclusa dalla Champions League con l’accusa di combine durante la stagione precedente, poi in Ucraina scoppia la guerra e il territorio diventa socialmente instabile.


«Quando siamo tornati a marzo dopo la sosta, siamo rimasti pochissimo perché c’era la guerra. È stato incredibile, alle 22 ci siamo messi a cercare i biglietti aerei su internet per lasciare subito la città, abbiamo trovato una soluzione per Milano via Kiev. Alle 4 del mattino dopo eravamo su un taxi, Bauptista era piccolo ed è stato davvero un momento difficile.»

BERGAMO: TANTI MEME, TANTI GOL

Tutto d’un tratto, quella scelta accettata con speranza diventa una spada conficcata nel profondo. E quel viaggio di ritorno (con biglietto di sola andata) si trasforma nella fiammella per una nuova giovinezza. L’uomo scoprì il fuoco, il Papu scopre Bergamo e, dopo due stagioni con l’Atalanta, nell’annata 2016-17 raggiunge la maturità: Alejandro porta la Dea ad un traguardo clamoroso , ovvero il raggiungimento di un’Europa League sorprendente e un’annata da incorniciare. Merito di chi ha saputo azzardare, ovvero Gasperini, e di chi gli azzardi ha scelto di non provarli più: che l’Ucraina serva da lezione, adesso il condottiero Gómez balla e fa ballare.

Si parla di un’annata fantastica, condita da 34 presenze, 14 reti e un numero infinito di memes create per il suo collega Petagna. Passare da essere Gómez ed essere Papu, due modi diversi di vivere: uno dentro, l’altro fuori dal campo, che si fondono per darci quell’ Alejandro che noi tutti ammiriamo sia per le giocate, sia per le risate che sa strapparci. Coinvolgendo la moglie, entrando a gamba tesa sul figlio, prendendo in giro Kessié o deliziandoci con balletti e storie Instagram. Tutto con innocenza, un qualcosa che non lo fa entrare nell’occhio del ciclone proprio perché la sua è estemporaneità priva di arroganza o sovrastrutture. Questo è il Papu, prendere o lasciare.
Si è rivelato uno dei calciatori più decisivi dell’attuale Serie A, quanto meno per l’Atalanta, condotta ad un quinto posto inimmaginabile un’estate prima: la costanza di rendimento, sconosciuta a certi talenti con la corrente alternata, è venuta fuori tutta d’un colpo. Il vivaio è cresciuto, alcuni giovani come al solito sono stati venduti, ma le copertine sono sempre state per lui. D’altronde dall’alto dei suoi 164 centimetri si fa voler bene: trovatemi qualcuno a cui non piaccia.

 Sicuramente un buon padre – sebbene timido e distratto, come racconta la moglie – e un profilo calcistico da seguire in chiave mercato: che possa il trascinatore tentare di sorprendere anche in Europa con gli orobici piuttosto che provare, alla soglia dei trenta anni, il salto in una squadra più competitiva. Ogni scelta dovrà essere preceduta da un ragionamento, anche in virtù del futuro di Petagna: perché parliamoci chiaro, chi vorrebbe vederli divisi adesso?

IL PAPU CHE VERRA’

Non vi abbiamo voluto tediare con le sue ben note qualità tecniche. E allora ci perdonerete pure se ci siamo discostati dal tenore della nostra rubrica La ricerca del Diez. Ma la nostra volontà era quella di rappresentarvi la sua parte fuori dagli schemi, come se fosse un ragazzo qualsiasi, pronto a scherzare, a non prendersi troppo sul serio. Perché essere come lui è proprio questo. E in un calcio come quello di oggi, è tutt’altro che scontato.

A cura di Federico Melzi.