Calciatori (in)consapevoli: la parentesi è d’obbligo per un caso sportivo segnato da un alone di mistero, una storia che genera intrecci evidenti tra calcio e politica, ma che porta a conclusioni difficilmente dimostrabili con evidenza di prove. Stiamo parlando del caso di una piccola squadra turca che all’improvviso diventa grande, del gesto (in)consapevole di un giovane talento che gioca nella Roma, del ritorno in patria di un top player, degli spari – questi sì consapevoli – all’auto di un calciatore tedesco di origini curde.

Il calcio diventa strumento di propaganda politica, come spesso accaduto nella Storia, e le vicende assumono toni labili e difficili da cogliere nella loro interezza. Si tratta di gesti simbolici, spesso minimizzati, che però – è bene sottolinearlo – collocano i protagonisti di tali atti da una parte o dall’altra. E a seconda della parte che sostieni, le conseguenze possono essere molto diverse.

Facciamo però un po’ d’ordine, e cerchiamo di capire che cosa c’è in comune tra una squadra sull’orlo del fallimento e un capo di Stato con pieni poteri, un giovane talento della Roma e un’operazione militare contro una minoranza etnica.

VECCHI RICORDI, NUOVE AMBIZIONI

È il 25 maggio 2005, allo stadio Atatürk di Istanbul si gioca la finale di Champions League tra Liverpool e Milan, triste ricordo per i tifosi rossoneri. Otto anni dopo lo stesso stadio ospita le partite casalinghe dell’Istanbul Buyuksehir Belediyesi (Istanbul BB), squadra di seconda divisione che riesce – quando va bene – a vendere 3000 biglietti sui 76mila posti disponibili. La squadra non è molto seguita, è contestata, e il sindaco in corsa per le elezioni comunali sta pensando di chiudere bottega. Il sindaco? Sì, in Turchia sono numerose le squadre di calcio a proprietà comunale, e l’Istanbul BB è una di queste. Mustafa Sarigul perderà le elezioni, ma il neo sindaco Kadir Topbas deciderà – su pressione dei cittadini – di chiudere per sempre l’Istanbul BB.

Lo stadio Olimpico Ataturk a Istanbul.

Il problema però era che la squadra, proprio nell’annata 2013-14, aveva conquistato la promozione nella Süper Lig, e questo creava non pochi problemi alla Federazione turca. Nel silenzio più generale, senza nemmeno una conferenza stampa, venne fondato l’Istanbul Başakşehir, non più legato al comune ma ad un quartiere ancora in costruzione situato ad Ovest della città. Non solo, la nuova squadra aveva anche già uno stadio pronto e all’avanguardia (da 15mila posti) intitolato a Fatih Terim, vecchia conoscenza del calcio italiano – ed ecco che tornano i ricordi.

Vecchi ricordi sì, ma nuove ambizioni, che si incontrano con gli obiettivi di governo dell’attuale capo di Stato turco, Recep Tayyip Erdogan. I cittadini infatti si accorsero della nascita dell’Istanbul Başakşehir proprio in campagna elettorale, un mese dopo la fondazione della squadra, quando il Presidente turco scese in campo alla Fatih Terim Arena, dimostrando la sua vicinanza alla neonata formazione.

Il Presidente turco Erdogan con la divisa dell’Istanbul Basaksehir.

Un’invadenza, più che una vicinanza, quella di Erdogan negli interessi della società, tanto che l’Istanbul Başakşehir è considerata proprio la squadra del Capo di Stato. Il primo incontro di questa storia tra calcio e propaganda politica avviene dunque nel 2014, anno della campagna elettorale che portò all’elezione dell’attuale Presidente della Repubblica di Turchia.

La storia sportiva della giovanissima squadra turca ve l’abbiamo raccontata qui, analizzando il grande lavoro fatto dal tecnico Abdullah Avci, e qui, con un’intervista al calciatore italiano Stefano Napoleoni. Dopo la conquista dei preliminari di Champions League e l’acquisto di numerosi top player (Adebayor e Clichy fra tutti), ora l’Istanbul Başakşehir è secondo in classifica, e si gioca il titolo con il Galatasaray.

Ma questa, come dicevamo, è un’altra storia.

DA UNA PARTE

Questa è la storia di calciatori (in)consapevoli.

Sicuramente la parentesi non è adatta ad Arda Turan, estremamente consapevole delle sue azioni quando decise, nel 2017, di fare un video di sostegno al Presidente Erdogan, durante la campagna elettorale per il referendum poi vinto dal “sultano” per il rotto della cuffia. L’esito della consultazione elettorale consegnò al Capo di Stato i pieni poteri all’interno della Repubblica, rendendo di fatto impotente il Parlamento. “Per una Turchia forte” diceva l’ex calciatore del Barcellona un anno fa, e veniva ricoperto dalle critiche dei tifosi del Barça. I sostenitori blaugrana lo accusavano di sostenere il “Francisco Franco turco”, di aver invitato le persone a votare per una dittatura, di aver appoggiato un governo aspramente criticato dalle organizzazioni umanitarie per le centinaia di arresti e di purghe perpetrati fra gli oppositori.

Manco a dirlo, dopo aver appoggiato la svolta autoritaria di Erdogan, nel gennaio scorso Arda Turan si è trasferito all’Istanbul Başakşehir.

Arda Turan, in prestito dal Barcellona all’Istanbul Basaksehir.

Se, dunque, l’ex Barcellona ha preso una posizione pubblica, aderendo ad una parte ben precisa, rimangono dei dubbi riguardo al gesto di Cengiz Ünder in occasione di uno dei due gol segnati domenica contro il Benevento. Tanto si è parlato riguardo all’esultanza del giovane romanista, prelevato in estate dalla società giallorossa proprio dall’Istanbul Başakşehir. Questo gesto veniva infatti mostrato dai calciatori turchi quando affrontavano l’Amedspor, squadra in cui milita il calciatore curdo Deniz Naki, di cui parleremo più avanti; sarebbe secondo molti un omaggio ad Erdogan e ai soldati turchi impegnati nell’operazione militare denominata “Ramoscello d’ulivo” nella città di Afrin. I bombardamenti diretti al cantone curdo in Siria, iniziati nemmeno un mese fa, hanno causato la “neutralizzazione di 953 terroristi”: così Erdogan definisce i curdi siriani per legittimare la volontà decennale della Turchia di annientare la minoranza etnica curda.

Gesto inconsapevole o appoggio all’operazione “Ramoscello d’ulivo”?

Non lo sapremo mai, ma non è forse anche la fumosità e l’indefinitezza di questi gesti simbolici a rafforzare l’efficacia della propaganda?

DALL’ALTRA

C’è anche chi ha osato schierarsi contro la dittatura di Erdogan all’interno del mondo del calcio, e ne ha subito le conseguenze. Come dicevamo prima, a seconda della parte che decidi di sostenere, gli effetti possono essere molto diversi. È il caso di Deniz Naki, calciatore tedesco di orgini curde che milita nella terza serie turca. Per lui, che ha giocato in Germania nel St. Pauli e nel Paderborn, le alternative potrebbero essere molte, ma la squadra curda dell’Amedspor è stata e continua ad essere una scelta di vita. Da sempre sostenitore del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e da sempre oppositore del regime di Erdogan, poco più di un mese fa mentre viaggiava con il suo SUV nei pressi di Aquisgrana in Germania, è stato affiancato da un’auto dalla quale sono partiti dei colpi di pistola. Nel 2014, ad Ankara, era stato picchiato da tre ultras in mezzo alla strada.

Lui sì, è pienamente consapevole delle sue azioni.

Il calciatore tedesco di origini curde Deniz Naki.

Altrettanto consapevole è Hakan Şükür, altra vecchia conoscenza del calcio italiano. L’ex calciatore aveva appoggiato Erdogan nel 2011 ma, complice la svolta autoritaria del Capo dello Stato e la fedeltà al predicatore Fethullah Gulen (anch’egli nemico di Erdogan dopo l’iniziale convergenza politica), era passato all’opposizione. Ora è ricercato in America per il presunto golpe fallito dell’estate scorsa, ed è stato espulso dal Galatasaray, club nel quale aveva fatto la storia.

La damnatio memoriae è parte integrante della macchina propagandistica di Erdogan e di qualsiasi altra propaganda.

INDEFINITEZZA DEI CONFINI

Una storia che intreccia sport e politica, un Capo di Stato con pieni poteri che utilizza il calcio come fonte di legittimazione nazionale e internazionale. In un’epoca nella quale il consenso è praticamente l’unica cosa che conta, poco importano le vittime civili in Siria e le limitazioni alla libertà in Turchia: quello che è importante è l’appoggio mediatico di star internazionali, che attraverso gesti simbolici lasciano passare un certo tipo di messaggio e possono condizionare l’opinione pubblica. I confini tra calcio e politica diventano indefiniti, labili, e per questo efficaci. Non ci sono prese di posizione ufficiali da parte dei sostenitori di Erdogan, non esiste una fonte certificata che possa dire che l’Istanbul Başakşehir sia di proprietà del “sultano”, e proprio per questa mancanza di ufficialità questa propaganda può continuare sottotraccia.

Sia ben chiaro però che esultanze, dichiarazioni e gesti simbolici collocano i calciatori (in)consapevoli da una parte o dall’altra: l’appartenenza, quella no, non passa in sordina.