Gente come Napoleone per entrare nella storia ci ha messo 20 anni, Sasha Danilovic 4 secondi.
Il tempo di un arresto e tiro da 3 davanti alla faccia di Dominique Wilkins versione scampagnata in Italia (che per inciso, è pur sempre un gran bel vedere) che istintivamente gli piazza un braccio sullo stomaco.
Non so se è un’impressione sbiadita dai ricordi, ma forse sorrise anche.

Difficile vedere Sasha sorridere quando veste una canotta, anche quando la curva della Virtus gli intonava i cori più di un mezzo sì con la testa non sono mai riusciti a strapparglielo: belli i cori per carità, però c’è una partita da vincere e a Sasha non piace perdere.
Difficile vedere Sasha perdere, infatti.

Primi venti anni di vita passati praticamente da girovago tra Sarajevo, Belgrado, Nashville, in fuga da una guerra fratricida con un pallone tra le mani e pochi sorrisi: non c’è niente da ridere quando uno zio è rimasto in mezzo alla Bosnia con mezza casa di meno (e tutto sommato sarebbe potuta andare peggio).
La sua storia inizia quasi in modo casuale: Zlatibor, una regione di montagna in mezzo alla Serbia, un posto normale come un altro senonchè diventa il luogo dove, in un classico training camp estivo, si incontrano un giovane Sasha da una parte e dall’altra l’ancora giocatore Zeljko Obradovic: Belgrado sponda Partizan, partecipa ad uno dei classici clinic obbligatori per diventare allenatori.Una mattinata, Obradovic vede con i propri occhi un giovanotto magro, alto e con la faccia giusta, la faccia di chi il basket lo sta prendendo maledettamente sul serio: il giovane Danilovic.
Zeljko gli regala una canotta del Partizan, si segna il suo nome e fa uno squllo al suo coach, Dusko Vujosevic.
Insomma, si sbarca a Belgrado, ma la sua vecchia società si impunta e per un cavillo regolamentare Sasha non gioca una partita ufficiale per due anni, il che tradotto vuol dire due anni di allenamenti non-stop.
Stagione 87-88, Vujosevic progetta lo sbarco in America a Louisville, un modo per finire la scuola e giocare a basket in questo ultimo anno di naftalina, lontano dalle tensioni che cominciano a venire fuori in Jugoslavia.
Sbarco riassumibile in 4 parole: “Un anno schifoso, a Nashville. High school, famiglia, studio, basket. Però utile”. Ancora più concisamente, era di gran lunga il più forte là dentro.
Passato questo anno, Sasha diventa ufficialmente un giocatore del Partizan, in mezzo a Obradovic, Divac, Paspalj e Djordjevic, e comincia a vincere tutto il possibile e anche di più: lo junior Eurobasket, la coppa Jugoslava contro la Jugoplastika di Maljkovic, la Korac contro la Cantù di Recalcati (vinta per differenza punti nella finale di ritorno a Belgrado dentro un palazzetto di 7,000 tifosi) e l’Eurobasket quello vero, a Zagabria, a 19 anni, dopo una stagione sola da professionista, sotto la guida di Ivkovic, a fianco di Petrovic, Kukoc e i suoi compagni di squadra al Partizan, quasi 9 punti di media. A 19 anni quattro titoli, giusto per spiegare come funziona da qui in avanti. La situazione intorno a lui non va allo stesso modo, nel 1991 le squadre croate e slovene si ritirano dal campionato, la guerra prende il posto della vita quotidiana e per motivi di sicurezza il Partizan gioca le partite in casa di Eurolega a Fuenlabrada, in Spagna, praticamente dall’altra parte dell’Europa, ogni partita in trasferta.
È in questo clima surreale che il Partizan arriva alle Final Four e si prende la coppa: due protagonisti, i due Sasha del Partizan, il nostro e quel diavolo di Djordjevic, trascinarono i compagni contro Milano in semifinale e contro la Joventut in finale, con il buzzer di Djordjevic e l’MVP di Danilovic.L’ultima gioia prima di lasciare Belgrado. O almeno prima di lasciarla da giocatore.

I Sasha trasferiscono armi e bagagli in Italia: uno a Milano, l’altro a Bologna, da compari a rivali.
Vince Danilovic, almeno a titoli, 3 campionati in 3 anni, con un giovane Ettore Messina a guidare la Virtus dalla panca, dividendo il parquet con Roberto Brunamonti, Riccardo Morandotti, Claudio Coldebella e partecipando infine al McDonald’s Open dove si fa notare, semmai ce ne fosse stato bisogno, dai quadri dell’NBA.

Miami fa due conti: Sasha si è dichiarato al Draft nel ’92 e Golden State ha messo gli occhi su di lui, poi i Warriors lo scambiano nell’ambito di una trade con la franchigia della Florida, la quale si ritrova tra le mani il miglior talento europeo al momento ed appena vincitore di un altro Europeo con la canotta della Jugoslavia, ovvero ancora un titolo in tasca e una schiacciata sopra i 2.20 di Arvydas Sabonis. Uno del genere in NBA almeno il must watch se lo merita, e se lo pensa Pat Riley c’è poco da controbattere. Danilovic in NBA è più che un role player, un bel talento che però non ama vivere in America e dopo due stagioni chiude la baracca e torna a chiudere un conto lasciato aperto con la Virtus: la prima Eurolega delle V nere.
Però qualche sfizio, come un 7/7 da fuori per 21 punti totali al Madison Square Garden, se lo toglie, come si toglie lo sfizio di essere un titolare di Riley, come quello di uscire a testa altissima con Jordan e fargli dannare l’anima per conquistare anche un centimetro quadrato di parquet.

Torniamo in Italia, ancora le V nere, ancora Bologna, ancora Messina in panca, ancora altri titoli.
Per tornare in grande stile, un altro Europeo (quota 4), poi arriverà la tanto attesa Eurolega, contro L’AEK di Atene.
Oltre all’Eurolega 1998, la Virtus era ancora in corsa per lo scudetto e destino vuole che dall’altra parte del parquet ci sia la squadra del suo rivale per antonomasia, Carlton Myers.
Come se non bastasse, la canotta di Carlton Myers è quella della Fortitudo.
Derby in finale di scudetto, il sogno di chi vince e l’incubo di chi perde.
Beh, Danilovic sogna, sogna in grande.
Gara 5 è decisiva, e la Virtus sta con un piede e qualcosa di più all’inferno, mancano 24 secondi e 4 punti da recuperare alla Fortitudo.
Per metà del palazzetto 24 secondi sono pochi, per l’altra sono troppi, per un uomo che calca il parquet con il 5 sulle spalle sono abbastanza.
Servono punti veloci, possibilmente una tripla, fallo tattico e preghiamo che qualcuno vada a sbagliare i liberi.
Fucka sbaglia il secondo libero (e già il distacco non sale a 5), Abbio riceve palla, Danilovic è marcato da Wilkins, Abbio gli consegna la palla, Sasha tira. Direttamente da casa sua, una palombella che verosimilmente non dovrebbe prendere la via del canestro, al massimo il ferro, un tiraccio, una specie di scampato pericolo.
Ciaf contro sdeng. Vince il ciaf.
Tre sono in cassaforte, l’altro viene notificato dall’arbitro che segnala un fallo di Wilkins e il successivo libero, trasformato da Sasha.
All’overtime si sblocca definitivamente, consegna la vittoria alla Virtus e si prende l’MVP della stagione.

Questo è l’ultimo titolo con la Virtus, l’anno dopo si prende il bronzo ad Eurobasket 1999 e decide alla soglia di 30 anni di ritirarsi.
Dice lui che aveva in parte perso la voglia di allenarsi costantemente, in parte perchè dentro la sua bacheca lo spazio latita (eccome se latita), in parte perchè sta per nascere la sua prima bambina ed in parte perchè la casa a Belgrado aspetta solo di essere abitata.

Meglio ritirarsi da campioni piuttosto che trascinarsi sul parquet, 12 anni in giro per l’Europa e oltre, vincendo di tutto, sfidando tutto e tutti, compreso sé stesso, l’esperienza in NBA sotto Riley, Messina, la prima Eurolega della Virtus, il suo rivale Myers, Obradovic e Vujosevic, anni di Europei dominati con la nazionale, ancora viva e invincibile nonostante tutto quello che stava succedendo vicino casa loro, dentro casa loro, il Partizan di cui è stato presidente, il numero 5 delle V nere, l’ultimo numero 5 delle V nere, le Olimpiadi del 96 dove lui, Djordjevic, Bodiroga, Paspalj, Divac arrivarono a un passo dall’oro, un passo che porta il nome di Dream Team 1996.