Sapere che il Manchester City ha vinto il titolo di “Campione d’Inghilterra” rende tutti un po’ più felici. Dalla Spagna all’Italia passando per Germania e Francia, nessuno come la squadra di Guardiola è riuscita a vincere o vincerà giocando – obbiettivamente – il calcio più bello del mondo. Finalmente ha vinto non solo il più forte ma anche il più bello. Non lo fa il Bayern Monaco di Heynckes semifinalista in Champions e già campione tedesco, non il Barcellona di Valverde a cui rimane solo la Liga e nemmeno il Psg di Neymar (e di Emery, forse) anch’esso campione di Francia. E ovviamente, non lo fa l’intelligente pragmatismo di Allegri alla Juventus, probabilmente campione d’Italia ma già fuori dai contesti europei. Il Manchester City ha vinto sbaragliando la concorrenza più competitiva e serrata, quella del campionato di calcio più bello del mondo, la Premier League, che per l’ennesima volta dal 2008 cambia ancora il proprio padrone.

I titoli con cui acclamare un successo sportivo che rende Guardiola ancora più universale si sono finiti probabilmente nel corso della stagione, con un percorso che ha reso vane e ripetitive le competenze linguistiche di critica e stampa nel descrivere le gesta numeriche di un club, il Manchester City, che anche senza Champions League rimane una delle tre squadre più forti del mondo in questa stagione. Una linea guida partita in agosto e conclusa con cinque settimane di anticipo, perchè il corso futurista di Guardiola aveva perso un anno e ha recuperato tutto ora, con una stagione intensa, dinamica, contro ogni forma di conservatorismo. Finalmente, diremmo.

RECORD

Mancano ancora cinque giornate al termine del campionato inglese ma per gli Sky Blues di record da battere ce ne sono ancora molti. Premesso che nell’intera storia del campionato inglese ci sono stati solo altri tre episodi di vittoria a cinque giornate dal termine (Manchester United due volte, una l’Everton) il Manchester City può ancora raggiungere almeno tre primati. Innanzitutto le vittorie in campionato, record attualmente esclusivo di Antonio Conte e del suo Chelsea 2016/2017, con trenta partite vinte in un’intero campionato; il City, ancora a quota 28, può arrivare a 32 vittorie finali. Poi c’è la questione dei tre punti in casa e fuori, considerando che dei 28 incontri vinti (di cui 17 di fila) la metà esatta sono successi casalinghi, l’altra metà esterni. Di conseguenza, avendo battuto il record di vittorie in trasferta (13 era il record di Mou con il Chelsea nel 2005) tuttavia non potrà raggiungere il primato che il club di Manchester aveva già raggiunto con Mancini nel 2011, visto che per quel che riguarda le vittorie in casa, il numero di 18 è oramai irraggiungibile. Di seguito c’è una sfida da primatisti con il Chelsea di Carlo Ancelotti, visto che i londinesi detengono sia il record di gol segnati in una stagione di Premier League (103) che della differenza reti (67). Guardiola dovrebbe segnare almeno altre 10 reti in cinque partite per raggiungere il primato segnato da Carletto, mentre nel secondo caso la squadra di Manchester ha già raggiunto una differenza gol fatti/subiti di 68 reti: con un po’ di attenzione, il City può allungare il primato di molto.

NUMERI

La stupefacente stagione del Manchester City è stata connotata soprattutto da un forte fattore numerologico, il vero motore del successo e dell’incanto che ha accompagnato per otto mesi i Citizens. Considerando ancora le cinque giornate finali – da affrontare in ordine: Swansea, West Ham, Huddersfield e Southampton – il Manchester City ha all’attivo ben 93 gol fatti e solo 25 subiti, con uno scarto già citato di 68 reti. Numeri marziani che testimoniano come il lavoro di Guardiola, dopo un anno di apprendistato britannico, abbia effettivamente ripagato quanto il portafogli arabo della dirigenza ha speso nel biennio dell’ex Bayern. Per ora, all’Etihad Stadium sono stati contati 13 marcatori diversi, tre marcatori in doppia cifra (Aguero, Gabriel Jesus, David Silva), 15 clean sheet, una media gol che nelle 17 vittorie consecutive ha raggiunto un picco di 3,4 reti per incontro, una media punti attuale di 2,64. In più, da registrare ci sono soltanto due sconfitte (Manchester United e Liverpool) e due pareggi (Everton e Crystal Palace) in un mare di vittorie inglesi.

E sotto la Beetham Tower, il punto più alto di Manchester, il City si è confermato migliore dell’altra squadra dalle spese folli e paperonesche, il Manchester United. Guardiola ha battuto Mourinho sul lungo premiando le sue scelte tattiche e il proprio mercato, costruito insistentemente sulla costituzione di un nucleo di difensori solido ma che, effettivamente, è stato pagato troppo. Non a caso, la spesa definitiva di Khaldoon Al Mubarak dal 2016 ad oggi è stata di 528 milioni di euro contro i 349 milioni dei cugini targati Mourinho. Il tutto, quindi, per vincere due titoli (la Premier League e la League Cup archiviata già a marzo) che sono arrivati grazie alla coerenza e allo status tattico di Guardiola, ancora una volta quasi ineccepibile dal punto di vista tecnico e posizionale. La pecca, che purtroppo per il catalano esiste, è quell’eliminazione così cocente e drammatica contro il Liverpool del rivale statistico Klopp, che ha reso la Champions League ancora una volta una chimera per il City e per Guardiola, che dall’addio al Barcellona si è dovuto accontentare solamente di quarti e semifinali.

Jurgen Klopp è l’allenatore che ha battuto più volte Guardiola in carriera.  

PAROLE

Considerazioni. La vittoria della Premier League del Manchester City è merito principalmente di Pep Guardiola. E’ stato lui a evocare le doti tecniche di giocatori precedentemente meno esaltati – in primis De Bruyne ma anche Fernandinho, Sterling, Gundogan – che adesso possono definirsi co-protagonisti di una vittoria che ha pochi precedenti. Guardiola ha stravolto la Premier League vincendo senza erigere un muro difensivo come hanno fatto negli anni i vari allenatori, che seppur giocando a calcio sicuramente non l’hanno fatto come ha magistralmente inscenato quest’anno il City. Di nuovo, grazie al credo tattico-filosofico del suo allenatore. Una vittoria che permette una glorificazione di un gruppo tecnicamente straordinario, che ha visto il Kun Aguero affermarsi come il miglior marcatore della storia del City e Kevin De Bruyne raggiungere picchi di lirismo tecnico da venir paragonato ai grandissimi del calcio mondiale. Ma ci sono tanti altri da dover citare: dalla scoperta delle doti balistiche del portiere Ederson al miglioramento esponenziale di John Stones, dal gran recupero fisico del talento di Gundogan alle strabilianti prestazioni di Sanè, Sterling e David Silva. Il tutto condito dalla valorizzazione di quello che forse è l’elemento meno estetico del City, il mediano Fernandinho, che da scommessa persa si è evoluto nel cuore tattico dello spartito lirico del Manchester City.

I Citizens hanno scelto la via della filosofia del palleggio, dell’occupazione metodologica degli spazi, della velocità e del dinamismo, un futurismo versione 115×60 che ha obbligato squadre tradizionalmente vincenti ad arrendersi, scoprendo nel proprio DNA un intrinseco codice di insufficienza. E’ successo al Chelsea del campione uscente Antonio Conte, all’Arsenal dello zombie Wenger, al frizzante Tottenham di Pochettino e si, anche al nemico di sempre Mourinho.

Eppure, il volto di Mourinho ha lasciato in bianco diverse notti di Guardiola, perchè quel gol di Smalling al 69′ ha reso il sogno guardiolesco più piatto e meno brillante di quanto sarebbe potuto essere. Se solo il City avesse confermato quel vantaggio iniziale di due reti. Ma soprattutto, a circa 60 km da Manchester, si è consumata la più grande disfatta del percorso ideologico di Guardiola, in quel di Liverpool. E’ successo a tutti i grandi della Storia: Napoleone a Waterloo, Alessandro Magno in India, Roma saccheggiata dai barbari. Jurgen Klopp è stato il deus ex machina con effetto contrario, il dettaglio sgradevole di una stagione ai limiti della perfezione che probabilmente, incontrando una squadra più forte del Liverpool ma senza l’allenatore tedesco, avrebbe potuto vedere anche un accesso degli Sky Blues alle semifinali. Invece, Klopp ha vinto tre volte (due in Champions e una in campionato) e ha lasciato che il sogno europeo d Guardiola si afflosciasse sotto i colpi dell’altro co-protagonista in Inghilterra, Momo Salah. L’unico che ha reso competitiva la Premier League ai tempi della dittatura futurista di Guardiola.