È una notte dura e strana per la Roma quella ad Anfield Road: nell’andata di semifinale di Champions, la squadra di mister Eusebio Di Francesco, perde 5-2 contro i Reds, e lo fa anche in malo modo.

In quella che doveva essere la partita della stagione per la Roma – dopo l’incredibile rimonta con il Barca – il Liverpool di Kloop domina in lungo e in largo. Non c’è veramente stata partita, i ritmi Klooppiani, forse, sono insostenibili per qualsiasi squadra quest’anno.

Schiacciata dalle magie di Salah, ormai uno dei giocatori più decisivi a livello mondiale in questa stagione, la Roma viene strapazzata per almeno due terzi di gara; la reazione del finale può lasciar sperare per il ritorno del 2 maggio ma i miracoli – purtroppo – non avvengono sempre e questo Liverpool, rispetto al Barcellona, è sembrato veramente poco vulnerabile.

ALTRA MARCIA

“Mo Salah, Mo Salah, running down the wing”, canta a squarciagola la marea rossa di Anfield. Ma se questo prodigio della natura si limitasse a “correre su e giù per la fascia”, come da coro, la Roma avrebbe avuto qualche chance di fermarlo.

Invece niente, Salah è un mostro, è dappertutto. E su questo pesante 5-2 per il Liverpool mette lo zampino due volte, la firma dell’ex già prima dell’intervallo, seppur senza esultare. Poi aggiungerà due assist, di fronte a una Roma che si squaglia e rimedia una ripassata memorabile, prima di rialzare un po’ la testa sui titoli di coda. Finale di Champions League lontana, ma la parola “impossibile”, dopo l’impresa col Barcellona, non va usata.

In fondo, basterebbe un altro 3-0: film improbabile, ma già visto.

PERDERSI E RITROVARSI

E dire che è il popolo romanista a sognare il gol per primo, quando Kolarov scuote la traversa di Karius con un sinistraccio dei suoi. E dire che per una mezz’oretta Di Francesco pare aver indovinato le mosse giuste per frenare il ritmo dei Reds, che quando corrono sono più simili ad un toro scatenato che ad una squadra che si può trovare su un campo da calcio.

Ma la capacità del Liverpool di passare in un amen dal ritmo dolce dei Beatles all’heavy metal che tanto piace a Klopp è impressionante. Da quando Mané divora la prima palla-gol fino all’intervallo, il Liverpool ha dieci occasioni. Dieci. Che si concretizzano in due reti, una terza annullata per fuorigioco di Mané, una traversa di Lovren e almeno tre paratone di Alisson.

Salta tutto: salta il 3-4-2-1 giallorosso, salta la copertura centrale di Strootman e De Rossi, saltano i tempi di uscita di Manolas, di Fazio e di un Juan Jesus in affanno fin da subito. Salta soprattutto Anfield, quel luogo magico dove non si cammina mai da soli.

Facendola breve: la Roma, dopo essere partita bene, con la squadra corta e ben compatta che riesce ad imporre il proprio gioco per almeno 25 minuti, si perde: palla persa in mezzo al campo, palla lunga a pedalare per Manè dopo un numero incredibile di Firmino e palla che, fortunatamente per i giallorossi, finisce fuori; ma qualcosa si spezza. La Roma ha un calo psico-fisico minimo – che viene accentuato dall’incredibile accelerazione di Salah & Co. – e comincia a subire l’uragano Liverpool: tutte le seconde palle e tutti i contrasti diventano degli inglesi. Tutte.
Un dominio totale.

GEGEN

Dizionario tattico: il gegenpressing, tradotto in inglese come “counterpressing” ed in italiano anche come “riaggressione”, è il pressing immediatamente successivo alla perdita del possesso.
Ed è bene sottolineare da subito in cosa si differenzia dal pressing puro, con cui spesso viene frainteso: non si tratta di pressare un attacco organizzato dell’avversario, ma di pressare un attacco in transizione, un contropiede (gegen in tedesco significa “contro”).

Ecco, questo gegenpressing piace tantissimo a Kloop, che infatti lo usa come tattica principale nelle sue squadre almeno da un lustro.
Il gegenpressing del Liverpool ha un duplice scopo: da una parte, si vuole prevenire il contropiede avversario senza scivolare all’indietro per poi riorganizzarsi, ma cercando di interromperlo all’origine; dall’altra, si vuole recuperare il pallone subito dopo averlo perso, in modo da riproporre una nuova azione d’attacco.

E con la Roma funziona benissimo. I Reds sembrano entrati in un videogioco impazzito, corrono all’impazzata lottando su tutti i palloni: ai giallorossi – forse – rimangono le briciole.

RIALZARSI DOPO L’INFERNO

La Roma torna dagli spogliatoi consapevole che il suo destino è nelle sue mani e che affinché la gara di ritorno abbia senso deve provare a recuperare sin da subito.

Di Francesco cambia, butta nella mischia Schick per un Under invisibile; i capitolini sono più aggressivi in mezzo al campo, ma solo per tre minuti. Torna il ritmo forsennato del Liverpool, e la fiducia giallorossa si perde per strada: è un dominio rosso.

E’ sempre Salah, il maestro, il direttore d’orchestra che offre alla platea anche lo spettacolo di due assist: il primo per Mané e il secondo per Firmino, pescati entrambi davanti alla porta con il solo compito di spingere il pallone in rete. Con la nave praticamente affondata, Di Francesco prova a passare a un tardivo 4-3-3 con gli ingressi di Gonalons e Perotti per un frastornato De Rossi e un Juan Jesus che ha vissuto una serata da incubo. Ma il caos tattico in cui piomba inizialmente la Roma fa danni anche sui calci da fermo: è da corner, infatti, che Firmino di testa anticipa proprio Gonalons e Fazio, schiaccia il pallone e fa 5-0. Cinque a zero. In una semifinale di Champions. Psicologicamente, una botta che ucciderebbe tutte – o quasi – le squadre del globo.

La Roma però riesce stranamente – almeno per quello che si era visto fino a quel momento in campo – a reagire: Dzeko ha ancora voglia di segnare in un grande palcoscenico di Champions, 5-1. E Perotti, inseritosi molto bene nel match, calcia un rigore perfetto, concesso per “mani” di Milner sul tentativo di Nainggolan.
È 5-2. Che rischia di diventare 6-2 (liscio di Wijnaldum), ma anche 5-3, perché basta poco per cambiare il finale di storie già scritte, in questa Champions.

 

MIRACOLO 2.0?

Certo, servirà l’ennesima impresa dell’impero romano, travolto al di fuori dei suoi confini. Servirebbe, soprattutto, la stecca dell’orchestra di Liverpool e di alcuni suoi magistrali interpreti. Ma arrendersi resta vietato di fronte ai sogni che vanno coltivati fino all’ultimo istante. 

Roma non è abituata a cadere senza combattere e al ritorno avrà al suo fianco il fedele esercito dell’Olimpico in un disperato e meraviglioso tentativo di ripetere l’impossibile.

Per oggi, però, la Roma può solo alzare bandiera bianca.