Fra tutte le storie che vi hanno raccontato o che vi racconteranno, difficilmente qualcuna di esse si avvicinerà soltanto minimamente al fascino che naviga attorno a quella di Carlos Valderrama Palacio.

Fra i vari calciatori che hanno indossato la dieci, moltissimi sono diventati degli uomini simbolo per la tifoseria.

Un esempio su tutti è il “Pibe de Oro“, Diego Armando Maradona. Amatissimo dai tifosi argentini e nepoletani, divenne ben presto il dieci idolo di tutti.

Ad un altro calciatore fu affibbiato un soprannome simile: Francesco Totti. Per esaltarne le gesta, a Roma lo chiamarono “il Bimbo de Oro” trovando quindi una similitudine importante con l’iconico attaccante della Selecciòn.

EL PIBE

I soprannomi sono strambi: si susseguono di anno in anno e se qualche calciatore in rampa di lancio esplode definitivamente col tuo soprannome, sei praticamente fregato e cadi nel dimenticatoio.

Il soprannome di Valderrama Palacio era el Pibe: un soprannome pesantissimo, fra i più pesanti a dir la verità, ma che comunque non gli ha negato di entrare ugualmente nella storia del calcio.

Carlos Alberto Valderrama Palacio il nome per intero. Colombiano di Santa Maria, vede la luce il 2 settembre del 1961. Nasceva l’anno del dodicesimo tricolore bianconero in Italia, con una Juventus trascinata da Brighenti – per gli amanti delle statistiche.

E nasceva mentre la federazione sudamericana era in alto mare: appena due anni prima, nel 1959, per la prima (e unica) volta nella storia si erano disputate due coppe America nello stesso momento.

Argentina e Ecuador si erano proposte per fare da paesi ospitanti e la federazione non seppe scegliere: ne nacquero due coppe parallele.

Ad una parteciparono alcune squadre, all’altra, altre ancora. L’unica squadra a non prendere parte a nessuna di queste fu la Colombia.

DIEZ STILISTA

Nove fratelli in famiglia, sarà padre di sei figli.

Diventerà protagonista e fondatore di uno stile che molto presto verrà preso d’esempio da tutta la Colombia: tante collane e svariati orecchini, sempre diversi, Valderrama diventa popolare prima per la stravaganza che per i suoi piedi.

Un taglio di capelli più che particolare: riccissimo, con lunghezza tutt’altro che modesta. Come una cascata dal cielo, la sua biondissima capigliatura quasi occupava spazio vitale in campo.

Inoltre due baffi molto pronunciati a renderlo un tipo più che particolare. Il suo stile spopolò in Colombia, dove piano piano si iniziò ad imitarlo e si finì per prenderlo come un vero e proprio esempio di abbigliamento.

DIFFICILE

Già a diciassette anni iniziò a far parlare di lui: ancora minorenne, fu ingaggiato dall’Union Magdalena – squadra in cui militò anche suo padre, professore di matematica.

Bazzicando fra primavera e prima squadra debuttò solo nel 1981, deludendo però le aspettative.

Dovrà aspettare l’83 prima di riuscire a trovare un’altra dimensione: il passaggio al Millonaros de Bogotà faceva presagire il meglio.

Il Millonaros, vincitrice di undici campionati fino a quel momento, non gli diede il giusto spazio e fu costretto nuovamente a fare le valigie.

La svolta arrivò al Deportivo Calì: giunto fra lo scetticismo generale, si consacrò definitivamente.

STILOSO OLTRE CHE STILISTA

Il suo stile in campo lo mostrò a tutti definitivamente dall’87 all’89: in pochissimo tempo si iniziò a chiamarlo il Pelè bianco, molto prima che il termine venisse utilizzato per Wayne Rooney.

Qualcuno ripensò a Antognoni nel vedere il ricciolo giocare a testa alta: senza mai abbassare lo sguardo allungava rapidamente la falcata, scattando pericolosamente e mettendo in difficoltà ogni avversario.

Non furono certo frutto del caso le parole di Luis Cesar Menotti, storico mister del primo mondiale vinto dall’albiceleste:

“Un mago dell’intelligenza che sa dove si trovano i compagni senza guardarli”. 

Impeccabile nello scontro uno contro uno, serviva i compagni davanti la porta con una naturalezza da brividi. Batteva punizioni come se fossero la cosa più semplice del mondo, inserendo la sfera esattamente fra le dita del portiere e il palo.

GIRAMONDO

Verissimo che si confermò al Deportivo Calì, ma altrettanto vero che molto presto avrebbe lasciato la sua El Dorado per girare il pianeta.

La sua follia andava alimentata e non sarebbe bastato rimanere al Deportivo: facendo un salto in Francia, al Montpellier, passò al Valladolid in Spagna, fino ad arrivare a Medellin, nella sua Colombia.

E ancora Atletico Junior, Tampa, Miami e Colorado.

Quel che davvero fu però il momento più alto della sua carriera è l’incontro con la Nazionale. Con i Cafeteros giocò la bellezza di 111 partite: nessuno lo ha mai superato. Ci si avvicinò Yepes senza mai agganciarlo.

Adesso il più vicino è Ospina, ma ne deve giocare ancora 28, tutt’altro che poche.

Trascinò la squadra a giocare cinque Copa America, alzando il suo paese a livelli mai visti: tre volte la squadra chiuse terza, vincendo il bronzo.

Inoltre portò la squadra a giocare ben tre mondiali, quelli di Italia ’90, USA ’94 e Francia ’98.

Diventerà il simbolo della nazionale colombiana, con i tifosi che gli regaleranno addirittura una statua nel suo paese d’origine. Vincerà per due anni il pallone d’oro sudamericano.

Non un caso se Pelè lo ha inserito nella lista dei migliori 100 giocatori al mondo, i famosi FIFA 100 fra i quali non finirà alcun altro giocatore della sua medesima nazionalità. Sarà l’unico colombiano nella storia.

Ad oggi, a molti resta semplicemente la figura di quell’uomo capelluto che tanto ridere fa: in molti, invece, ne snobbano le assurde qualità. Un giocatore capace di fare davvero qualunque cosa con il pallone fra i piedi.

Un giocatore stilista e stiloso, che per i colombiani è tutt’ora, e sarà a lungo, il Pelè bianco.