Tutti gli occhi addosso per la battaglia in ogni caso decisiva. In un senso o nell’altro. Nessuna distrazione di altre contemporaneità. Milan e Atalanta concentrandosi su se stessi per vivere con meno ansia l’ultima giornata. Con tutto nelle proprie mani. Chi ha attaccato e chi si è difeso da sè stesso e da chi aveva di fronte. Con due protagonisti, in negativo e positivo, su tutti. Donnarumma sulla scia di Roma e Ilicic ancora una volta bipolare ma, ancora una volta, decisivo.
Già recitato copione nella Bergamo bagnata.

IL CAMPO

I rossoneri sono qualificati alla prossima Europa League. Traguardo traballante fin solo a una settimana, ancor di più dopo i 90 di mercoledì ma alla fine raggiunto. Da decidere solo come. Peccato perchè anche quello fino al minuto 92 sembrava altrettanto sicuro. Ma come spesso è accaduto il carattere ancora non gattusiano fino al triplice fischio ha deciso la gara.
Il pareggio – va detto – è più corretto riassunto del campo. Ma quante volte non è stato così…
La gara è cresciuta come ci si poteva aspettare dopo 90 minuti di finale di Coppa Italia sulle gambe degli stessi 11 tutto sommato.
L’Atalanta ha fatto la padrona di casa imponendo ritmo e occasioni lasciando il Milan ad azioni di rimessa, presupposto calcolato.

Per i rossoneri riaccendere la luce dopo lo 0-4, arrivato in quel modo, non era facile. Solito lavoro di testa aveva fatto Gattuso in settimana facendo rivedere solo i 55 minuti di ottimo Milan che aveva messo in difficoltà la Juventus prima dell’harakiri.
L’ha fatto offuscato dalla fatica di una rimonta forsennata che da settimane ormai ha appannato testa e appesantito le gambe. Ma tant’è, questo andava fatto per non cadere in drammatiche soluzioni estive, e il Milan è riuscito a ricucire pezze strappate sistemando le toppe nei punti giusti.

Era partita meglio, anzi, ha giocato meglio l’Atalanta. Impossibile negarlo. Ai punti, i 3 (punti) nelle casse bergamasche non avrebbero fatto di certo gridare allo scandalo.
Nervosismo, non così tanto acre prospettato, ha dominato su entrambe. I 12 cartellini rossi estratti (e quanti altri ne mancherebbero) sommati ai due rossi riassumono il buon sangue che storicamente di certo non scorre tra le due formazioni sommato all’importanza dell’esito finale per il futuro di entrambe.
I nerazzurri hanno creato ma non sfruttato per avversione di dee bendate, imprecisione propria e gattusiano sacrificio rossonero.
Cristante su tutti è stato fattore a scardinare il fortino rossonero. Diversi i tentativi di far male a chi ne ha seguito la crescita e poi svenduto. Epilogo sempre uguale con esultanza, si, ma rossonera.

È stato il Milan a pungere nella prima, vera e sola reale occasione della partita. Esperienza e strano cinismo hanno fatto il vantaggio rossonero. Aiutato dalla partita pressochè perfetta di Romagnoli, con minime indecisioni di Bonucci.
Quando poi l’ingenuità altrui si mischia alla fortuna, sputargli in faccia è premessa di meritato crollo. Il rosso a Toloi aveva creato i presupposti perfetti per immediato archivio della pratica. Sopra di un gol e di un uomo, premio impossibile da accettare con occhi lucidi e commozione. Invece il Milan ha spavaldamente rifiutato un gentile e soprattutto immeritato dono da crollare in sè stesso.
Come contro il Torino e in tanti film già visti nel passato rossonero anche meno recente, è riemersa la superficialità che oggi dato il giovane organico è capibile ma non tollerabile. Superficialità che non può che essere primo appunto e punto di distanza con chi in Italia o in Europa comanda.
Invece di affondare forti dell’uomo in più e della imponderabile psicologia del rettangolo verde, i rossoneri – come già successo contro i granata – si sono accontentati. Coperti da presunta, impercettibile e soprattutto nei 90 minuti immeritata spavalderia si sono adagiati rallentando subito il ritm0. Quarta-seconda. E, come a Torino e tante altre volte nel passato, l’autolesionismo è premiato. Aiutato anche dalla dea bendata riapparsa a favore degli audaci, opposta ai superbi.

Sliding doors l’ingresso di Ilicic e la postera uscita di Cristante. Il primo entra appannato, per larghi tratti rallentato dalla copiosa pioggia scesa su Bergamo, troppo facilmente a terra e ammonito per connesse incapacità teatrali. La luce si accende proprio all’uscita del 4 nerazzurro.
La dea bendata inizia a far capire che i programmi sono cambiati quando Montolivo sbaglia un controllo facile per un centrocampista di Serie A e rovina con altrettanta follia su Gomez. Rosso. Superbia punita. Parità di uomini. Rossoneri riportati sulla terra. Che anche quando possono non accelerano finché superbia diventa paura. Realizzato autolesionismo.
Al minuto 92 l’insperato, preparato e cercato a realizzarsi. La matematica qualificazione ai gironi svanisce nella pioggia scivolando dalle mani di Gigio “non ancora sereno” appesantito da un mercoledì crudele.
“Eccolo lì”. Masiello riaggancia il Milan. Come a Torino De Silvestri e come tanti altri nel passato.
Il Milan si accontenta troppo spesso di magri vantaggi senza prove di solidissima sicurezza. E spesso viene punito. Una lezione memorizzata da chi l’ha vista troppo spesso. Non da chi l’ha vissuta e la continua a vivere, sempre sorpreso come fosse la prima.
L’Europa rossonera è matematica. Sta da vedere come. Quella nerazzurra quasi. Un ultimo piccolo passo da muovere in Calabria.

GIGIO E JOSIP

Protagonisti nel male uno e nel bene l’altro.
Premessa dovuta è la non volontà di gravare di sentenze oltre quelle già espresse da altri su piccolo grande 99 rossonero. Ma lucida analisi del momento.
Gigio sta inevitabilmente pagando le antipatie cucitegli addosso da qualcun’altro.
La fragilità mentale di un 19enne ingabbiata in un professionista sta facendo la differenza. A Roma gli errori sono stati evidenti. Ma possono capitare a chi di esperienza ha più da farne che fatta.
A Bergamo stava riproponendosi lo scenario già visto nella sua vita rossonera. Una parata per ricucire silenziosamente e senza parole il rapporto con chi un po’ lo fischia ma ne applaude l’indiscutibile talento palesato la domenica. Lo aveva fatto ancora una volta, questa su Cristante graziato poi da Caldara come segnale di nuovo anno zero.
Invece questa volta, almeno per adesso, l’anno zero non c’è stato. A una partita dalla fine – dopo espresso rifiuto di scuse racchiuso in una maglia destinata a volare in curva ma finita per rientrare bagnata in spogliatoio – difficile che possa avvenire nuovo Big Bang. A meno di superlative, ancora una volta e chissà decisivi interventi nel San Siro dell’ultima giornata. Come oltre tempo fu su Milik.

Nell’errore di Bergamo si riassume l’inesperienza, superficialità e insicurezza che un 19enne può permettersi di avere.
Perchè ha 19 anni, e “anche Buffon a quell’età faceva errori”.
Ma qui si torna su popolari voci. Se 19enne, e come tale trattato e “protetto” in occasione di possibili strafalcioni, come 19enne andrebbe trattato in gonfia busta paga, causa delle antipatie motore di manifesta non serenità.
Gigio ha sbagliato di nuovo. Per la terza volta in una settimana. Perchè che ne dica Gattuso quella palla era tutt’altro che imparabile per chi ha fatto ben più complessi e riusciti interventi. La superficialità da 19enne ne ha mosso una sola mano, spendendo il pallone in porta, invece che fuori.

Gigio non è sereno, Gigio è l’anti-Gigio, Gigio fa di tutto per strapparsi quello che, di fatto, gli è stato cucito da qualcun’altro.

In nerazzurro c’è invece chi vive diametralmente opposto. Costante nella sua incostanza più costante che mai. Imprescindibile – forse – nella sua dimensione misurata. Ilicic è il miglior Ilicic, quello vero, a Bergamo. La panchina gli sta stretta. Sacrifico d’oro ieri testimoniato. Decisivo sempre e comunque. 15 gol e 10 assist segregati in panchina è difficile da crederci.
Sospettata e prima difficoltà nella bagnata Bergamo scalfita da una giocata. Preparata forse, tenuta lì per il momento in cui Ilicic sarebbe stato sicuro che fosse decisiva. Silente, mai così costante. Pochi quasi nulli i cali per chi in stagione ne ha fatto sempre costanza.
Decisivo, silente, costante.

Tutto un copione già visto.