Nella prima e già infuocata giornata di free agency NBA 2018 abbiamo potuto constatare molti colpi di mercato piuttosto interessanti, a partire dalla scelta di Paul George di rimanere in Oklahoma nei Thunder con un contratto stellare da 137 milioni per quattro anni, passando per quella di Kevin Durant ( già pronosticata da tempo) di rimanere nella Baia con la classica player option valida per un anno che gli permetterà nella prossima di stagione di aumentare ancora di più il suo stipendio, per poi arrivare a Chris Paul, che come ci si aspettava rimarrà a Houston. Molto attive sul mercato dei free agent anche franchigie, sempre presenti negli ultimi anni nei bassifondi della rispettiva conference, come Phoenix, che dopo essersi aggiudicata con la prima scelta del draft le prestazioni di DeAndre Ayton, considerato da molti come futuro dominatore della lega, ha già piazzato un colpo da nove in pagella, aggiungendo al proprio roster per la prossima stagione l’ala Trevor Ariza. Anche i Dallas Mavericks, dopo Luka Doncic, hanno impreziosito la loro squadra portandosi a casa DeAndre Jordan, già cercato negli anni precedenti dai Mavs, grazie anche ad un contratto annuale da 24 milioni di euro.
Ma questa è stata soprattutto la giornata che ha visto concretizzarsi la Decision 2.0 di LeBron James, che per i prossimi quattro anni vestirà la maglia dei Los Angeles Lakers, accasandosi così per la prima volta in una franchigia della Western Conference, dove negli ultimi quattro anni hanno regnato incontrastatamente i Warriors.
Infine la notizia che forse ci sta più a cuore di tutte: il trasferimento che riporta Marco Belinelli alla corte di coach Greg Popovich, che andremo ad analizzare ora ripercorrendo le tappe della sua carriera.
Insomma tanta carne al fuoco, aspettando ancora la scelta di Kawhi Leonard.

 

GOD BLESS JAPAN

Sembra strano a dirlo, ma la vita di Belinelli cambiò proprio grazie al paese nipponico, non proprio uno dei celebri in ambito cestistico. Il 23 agosto 2006 a Sapporo infatti la nazionale azzurra disputa la penultima partita del suo girone contro i fortissimi Stati Uniti di Carmelo Anthony, Elton Brand, Dwayne Wade e di un giovanissimo LeBron James. Marco in quella partita è magistrale. Alla fine il referto segna venticinque punti con 9/18 al tiro, ma soprattutto quello che rimase impresso fu la facilità con cui il giocatore italiano riuscì ad imporsi e la tranquillità con cui fronteggiò cestisti del calibro di LeBron James e Dwayne Wade, che in breve tempo diventeranno le icone mondiali di questo sport. A fine partita lo stesso Carmelo Anthony ammetterà la bravura del ragazzo, e quanto egli meriti di giocare in NBA, nel frattempo il nome del giovane Marco era già finito sui taccuini di molti talent scout americani.

L’ANNO DEL DRAFT E LE PRIME ESPERIENZE AMERICANE

Il 28 giugno 2007 Marco Belinelli viene scelto alla numero diciotto dai Golden State Warriors del celebre allenatore Don Nelson. Nonostante l’emozione e le buone aspettative che vi erano su di lui, la prima stagione si dimostra avara nei confronti dell’emiliano, così come quella successiva nonostante un impegno più continuo da parte del suo allenatore. Marco non riuscirà a trovare stabilità nemmeno in Canada, con la maglia dei Raptors e allora è costretto a cambiare la sua terza squadra in tre anni, passando alla corte dei New Orleans Hornets, capitanati da David West ed Emeka Okafor, con in roster anche un acerbo Chris Paul. In Louisiana il “Beli” troverà finalmente continuità, grazie anche all’ottimo rapporto con Paul.
Nonostante ciò ancora una volta per problemi societari, Marco sarà costretto nell’estate del 2012 a lasciare gli Hornets per trasferirsi a Chicago, indossando così la sua quinta maglia in sei stagioni. Con la casacca dei Bulls Belinelli trova inizialmente delle difficoltà per poi affermarsi ed esplodere nei playoffs, giocando un’ottima gara 6, condita da ventidue punti e sette assist, nonostante la sconfitta dei suoi.
In gara 7 invece Marco compie il capolavoro, siglando 24 punti e trascinando insieme a Joakim Noah i “Tori” al secondo turno, a discapito dei Brooklyn Nets.
Celebre il suo gesto dopo la tripla decisiva in cui mostra gli “attributi”.

IL PRIMO RODEO ALLA CORTE DI POP E LA CONSACRAZIONE

L’undici luglio 2013 Marco Belinelli passa ai San Antonio Spurs, decidendo di tornare nella Western Conference, nella squadra che l’anno precedente aveva sfiorato la vittoria del titolo, cedendo solamente all’ultimo con i Miami Heat di LeBron. In questo periodo il “Beli” si consacra, riuscendo anche a vincere la gara del tiro da tre punti durante l’NBA All Star-Weekend 2014.

In quella stagione però questo non sarà l’unico trionfo di Marco. Gli Spurs infatti si imporranno per 4-1 contro gli Heat di LeBron, grazie alle sontuose prestazioni di Duncan, Ginobili, Parker e Leonard, garantendo alla franchigia il suo quinto titolo e prendendosi una giusta rivincita. Belinelli chiuderà la stagione con 25 minuti di media, 11,4 punti a partita e un gran 43% al tiro da tre punti.

Nella stagione successiva Popovich elogerà più volte il nostro Marco per la sua professionalità e dedizione al lavoro, dimostrando a tutti quanto fosse forte il legame che vi era tra i due; tant’è che sarà proprio l’emiliano a regalare al grande Greg la vittoria numero mille da allenatore, con un canestro allo scadere contro Indiana. Con l’arrivare dell’offseason però le pretese degli Spurs si abbassano, in quanto partono dalla sesta piazzola e dovranno affrontare i temibili Clippers, che si aggiudicheranno la serie per 4-3 grazie al canestro finale di Chris Paul in gara 7. Il “Beli” però fu una delle note più positive per i Texani , tanto da mettere a referto in una gara 6 fondamentale ben 23 punti con sette triple a referto. Ciò comunque non eviterà la sconfitta a San Antonio.
In quell’anno però Marco continuerà a deliziare tutti con la sua pallacanestro, agli europei del 2015, mettendosi in mostra contro Spagna, Germania ed Israele con prestazioni sontuose.

LA RISALITA DALL’INFERNO

Dopo questi due anni fantastici Marco Belinelli decide di spostarsi in California alla corte di coach Karl nei Sacramento Kings. Da qui in poi per il campione azzurro ci saranno però molte ombre e piccoli spiragli di luce. Infatti non riesce ad integrarsi né nel gioco dei Kings, né tantomeno in quello di Charlotte e Atlanta, squadre in cui approderà nella due stagioni seguenti, entrando in una vortice depressivo che rischia di limitarne il talento. Marco però è duro a morire, e dopo una mezza stagione anonima con gli Hawks, decide di ripartire dai Sixers, che tanto lo avevano cercato. Così facendo si ritaglia la possibilità di disputare i playoffs e di far vedere al mondo che lui c’è ancora. In Pennsylvania le cose vanno bene tanto che riesce a guadagnarsi il ruolo di sesto uomo e a siglare tredici punti di media a partita, numeri mai raggiunti prima in carriera.
E ora eccoci qui, di nuovo a San Antonio, nella franchigia che meglio di tutte è riuscita far rendere al massimo il suo potenziale. Quei due anni per Marco sono ancora scolpiti sulla sua pelle come tatuaggi, così come il suo rapporto speciale con Popovich. E proprio da lui il “Beli” ha scelto di ripartire, perché mai nessuno come il coach degli Spurs è riuscito a capirlo fino in fondo. La speranza ovviamente per tutti noi grandi amanti della palla a spicchi è quella di rivederlo spumeggiante e felice come nell’ultima parte di questa stagione, ma soprattutto come in quel biennio texano, che lo ha reso ancor di più un uomo prima che un giocatore e che ha instillato al suo interno fiducia, gioie ed emozioni.

Questa appassionante vicenda può essere riassunta da una frase:

Certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano.