Da principio i numeri erano itineranti, non tanto perchè riuscissero a scucirsi dalla maglia, ma non esistendo la numerazione fissa per i calciatori, non si poteva riconoscere un vero proprietario di una divisa. Ovviamente nella storia del calcio ci sono giocatori – anche di epoche lontane – che sono ricordati per un numero di maglia, basti pensare ai vari George Best e la sua 7, un Diego Maradona e la sua inconfondibile 10, o Johan Crujff che si è invece fatto riconoscere da sempre per la maglia numero 14.

Da sempre il calcio è molto legato alla numerologia, sia per un fatto astrale che può ricollegarsi alla Dea Fortuna, o invece per chi ci si è legato per un motivo semplicemente di natura calcistica, e dunque per il ruolo ricoperto; ma ciò che conta è che nel calcio ci sono numeri che possono essere paragonati agli altri, ci sono dei numeri che hanno un peso specifico completamente diverso, perchè la storia ha sempre la sua influenza, in ogni campo.

Ha fatto molto scalpore la decisione di Marcus Rashford, il gioiellino del Manchester United che ha scelto di prendersi la pesantissima maglia numero 10 dei Red Devils: una decisione non da poco per un ragazzo di soli 21 anni. Fin dal suo esordio nel 2016, ha sempre indossato la 19 – che magari fosse per fare la somma 1+9? – e proprio con quel numero si è costruito fino a raggiungere il posto da titolare con i diavoli di Manchester e la convocazione per i mondiali con la nazionale dei Tre Leoni.

Un figlio di Manchester, sponda United, che diventa il numero 10 dello United.

Il primo? No, non è stato il primo. La rossa numero 10 è stata indossata da giovani in rampa di lancio, da originari della contea della Greater Manchester, fino ai giocatori più improbabili, che mai ti saresti aspettato con quel numero.

PRIMA DELLA NUMERAZIONE FISSA

Come detto, i giocatori del passato non potevano decidere di indossare per tutta la stagione un singolo numero di maglia, dato che i titolari indossavano obbligatoriamente i numeri dall’1 all’11, mentre le riserve dal 12 in poi. Nella storia dello United probabilmente ha avuto molto più peso il numero 7, e basti pensare al già citato Best, senza dimenticare gente quale Cantona o David Beckham, ma anche il 10 ha avuto i suoi personaggi curiosi.

Quel numero che rappresentava il giocatore di spicco, il leader tecnico e molto spesso anche carismatico della squadra, che è finito sulle spalle dei giocatori più improbabili: basti pensare allo scozzese Alan Brazil, attaccante di fisico e dalla capigliatura rivedibile (riccioli che circondano la sua testa, ma che lasciano un enorme vuoto in cima… Forse era meglio rasare?) e soprattutto un guerriero, che a tutto faceva affidamento ma non di certo ad una tecnica eccelsa; un piccolo salto in avanti lo si fece tra il 1986 e il 1988, quando fu il britannico Peter Davenport ad appropriarsi della 10: un passato con la maglia del grande Nottingham Forest, non lasciò un gran segno in quel di Manchester, ma quantomeno stavolta parliamo di un giocatore tecnicamente più all’altezza di questa gloriosa maglia.

L’hanno indossata anche un irlandese come Frank Stapleton, un gallese come Clayton Blackmore, fino ad arrivare agli inglesi purosangue come Norman Whiteside e soprattutto il più noto Mark Hughes. Quest’ultimo è maggiormente riconosciuto per la maglia numero 9, visto il suo ruolo di attaccante d’area di rigore, ma per due stagioni (83/84 e 94/95) scelse di indossare la 10.

Come detto in precedenza, la storia della 10 dello United non è così ricca, almeno fino a metà degli anni ’90; da sempre surclassata da altri numeri – il 7 ma anche la 9 che risale addirittura ai tempi di Sir Bobby Charlton – troverà però col tempo dei proprietari degni di nota, partendo già dal 1995.

AN INUSUAL NO. 10

Prendete il giocatore più rognoso, più aggressivo e provocatore della storia dello United. Il leader maximus del centrocampo dei red devils, colui che dall’ “alto” dei suoi 176 centimetri ha fatto la guerra a gente che era il doppio più possente di lui, senza mai tirarsi indietro né a parole, né a fatti. Se vogliamo rimanere nel tema della numerazione 1-11, potremmo definirlo senza alcun tipo di remore il classico 4, il medianaccio tutto pedate e recupero palla. Sempre che la palla riuscisse a prenderla.

Bene, per chi non l’avesse capito, stiamo parlando dell’irish midfielder più pazzo del 20° secolo, ossia Roy Keane, un giocatore che a dispetto delle sue qualità scelse di indossare per un anno la maglia che normalmente viene affidata al giocatore più tecnico della sua squadra. Sinceramente, non è che gli calzasse a pennello, infatti soltanto dopo un anno scelse di lasciar perdere e prendere un numero che sarebbe entrato nella storia della più storica squadra di Manchester e che altri giocatori avrebbero scelto di prendere proprio in suo onore (basti vedere De Rossi a Roma).

La ormai celebre numero 16, che appartiene solo a Keano. Perchè ad Old Trafford there’s only one Keano.

A suo modo anche il suo successore è stato un numero 10 abbastanza inusuale. Spieghiamo per bene: non tanto per la qualità tecnica, che in quel piede destro ce n’era fin troppa, ma perchè nel nostro immaginario non è facile vedere David Beckham senza un numero 7 sulle spalle. Ci siamo abituati a fatica al 23, scelto ai tempi del Real Madrid perchè mai e poi mai si poteva toccare la 7 di Raul Gonzalez Blanco, e ancor di più lo abbiamo fatto per immaginarcelo con una insulsa 32 con le maglie di Milan e PSG.

Ebbene sì, anche Beckham ha indossato la 10, per una sola stagione: il 1996/97, l’anno della sua consacrazione, dopo che nella stagione precedente era entrato a far parte della prima squadra sostituendosi ai vari Paul Ince e Mark Hughes. Gli era bastato un anno per diventare uno dei giocatori più eclettici della rosa dello United di Sir Alex Ferguson, che non esitò un attimo a dargli la maglia numero 10.

E perchè non subito la 7?

Domanda lecita, ma c’è da ricordarsi che in quelle prime due stagioni di quello che poi diventerà spice boy, la numero 7 apparteneva ad un certo Eric Cantona. Non uno con il quale si discuteva tranquillamente. Una volta finita l’avventura del francese con la maglia dello United, fu proprio il giovane e bellissimo David a lasciare la 10 per prendere l’eredità del fenomeno transalpino.

 

L’ERA DEI BOMBER

Detto di David Beckham, nel 1997 è di nuovo ora di ricercare un nuovo giocatore che possa prendere la maglia numero 10. Stiamo parlando degli anni d’oro dello United, quelli del Treble del 98/99, quelli che rimarranno nella storia di ogni tifoso dei red devils; finalmente la 10 finisce davvero ad un giocatore elegante, un attaccante inglese di quelli che si adattano perfettamente al sinuoso taglio dell’erba e all’eleganza degli stadi d’oltremanica: se la prende Edward Sheringham, per tutti Teddy, attaccante della nazionale inglese che con la nazionale ha disputato ben 2 mondiali e un europeo, e che con lo United ha giocato un centinaio di partite mettendo a referto 31 gol.

Non era un titolare, stiamo parlando degli anni della coppia gol Dwight Yorke e Andy Cole, i Calypso Boys, che poi venivano sostituiti anche dall’eroe del Camp Nou Ole Gunnar Solskjaer, il norvegese che segnò il gol vittoria nella clamorosa finale del ’99 contro il Bayern dopo il pareggio proprio di Sheringham.

Teddy era un centravanti atipico, non proprio il bomber di razza, quello d’area di rigore che si nutre di palloni vaganti, ma era quel genere di attaccante capace di giocare il pallone e venirselo a prendere anche al di fuori dei 16 m dell’area; al Tottenham è diventato grande, al West Ham – questo passaggio a White Hart Lane non è mai stato perdonato – chiuse (quasi) la carriera da eroe, mentre allo United a modo suo è diventato leggenda. Con la 10.

Nel 2001 Sheringham lascerà per il poco spazio Old Trafford, per tornare in quel Tottenham che lo rese grande e che gli permise di conquistarsi il posto tra i 23 che andarono in Corea e Giappone per il mondiale 2002. Ciò significa che la 10 cercava nuovamente padrone. Proprio in quella stagione lo United acquistò un giovane attaccante olandese che si stava facendo vedere a livello europeo con la maglia del PSV Eindhoven: 25 anni, 67 partite e 62 gol con i biancorossi, un bomber di 188 cm dalla velocità di esecuzione senza senso in relazione alla sua stazza, e dalla tecnica superiore alla norma. Il tutto contornato da un’agilità inconsueta.

Un predestinato, qualcuno in patria scomodò addirittura il Cigno di Utrecht Van Basten, e non è un caso che il primo a piombare su questo giovane Van Nistelrooy fu quella gran vecchia volpe di Ferguson.

La curiosità nasce dallo svolgimento della trattativa: già nel 2000 lo United aveva acquistato quello che tutti ad Old Trafford ormai conoscono semplicemente col suo soprannome, Ruud, ma il ragazzone olandese si ruppe poco dopo i legamenti del ginocchio; per questo motivo l’affare fu posticipato, e solo dopo il benestare ricevuto post visite mediche l’acquisto fu formalizzato.

Per fortuna dello United: per 5 stagioni è stato l’idolo dei tifosi, uno di quei giocatori che potevi non vedere per tutta la partita, ma che potevano farti male anche al primo pallone giocabile. Assist, gol a raffica, titoli e tanti litigi e screzi con colui che volle portarlo a Manchester. Furono proprio le due ultime stagioni con i diavoli a corrodere il rapporto tra l’attaccante e l’allenatore scozzese, che scelse di escluderlo nell’ultima parte di campionato impedendogli di lottare con Henry per il titolo di capocannoniere.

Alla fine dell’anno partì, destinazione Madrid, per andare a far parte dei Galacticos 2.0, ma ad Old Trafford lasciò un enorme vuoto.

TECHNICAL POWER

Van Nistelrooy se ne va, e lascia scoperta quella maglia che pian piano prende sempre più peso ed importanza. C’è un ragazzino pagato fior di milioni dallo United che già sta facendo vedere il suo valore, e che fino a quel giorno ha indossato la maglia numero 8 dei rossi di Manchester. 2007, Old Trafford: il giovane Wayne Rooney diventa grande, e si prende la numero 10 dello United.

Classe, mordente, fisico e senso tattico: finché è nel fiore dei suoi anni, Wazza è devastante, ha un piede destro che fa invidia ai più grandi calciatori europei, ha il ritmo forsennato dei classici giocatori inglesi, e anche fisicamente regge contro tutto e tutti; tatticamente ci mette un po’ a crescere, è sempre stato il talento, il leader tecnico ovunque abbia giocato, anche quando era all’Everton a 17 anni. Poi Sir Alex lo ha bacchettato, lo ha coccolato quando necessario e ha trasformato quel ragazzino ribelle in una vera e propria macchina da guerra. Chi avrebbe mai pensato di vedere Wayne Rooney fare il terzino nelle partite più delicate di Champions League?

5 Premier League, 3 Coppe di Lega, 6 Community Shield, una FA Cup, una Champions League, un’Europa League e una Coppa del mondo per club. E aggiungiamo che ad oggi è il miglior marcatore della storia dello United (considerando tutte le competizioni) e primatista di reti anche con la nazionale inglese.

Ora sì che la 10 pesa.

Già, l’ultima foto non è casuale. Sembra un passaggio, una consegna del testimone, perché nell’ultimo anno di Rooney allo United (prima del suo ritorno all’Everton) arriva un ragazzone svedese dalla stazza impressionante, dalla coordinazione devastante e dalla tecnica sublime, che inizialmente indosserà la maglia numero 9, quella dei bomber, mentre poi erediterà proprio dal buon Wayne la 10. Ladies and Gentlemen, Zlatan Ibrahimovic.

Un giocatore che sposta gli equilibri – non è una citazione, anche perchè lui gli equilibri li spostava davvero – che sa fare contemporaneamente il trequartista, la seconda punta e la prima punta. Giocando da solo. Sembrano le frasi celebri su Chuck Norris, ma è tutto vero, Ibra arriva allo United nel 2017, a 36 anni, e nonostante tutto riesce a fare la differenza. Nel primo anno segna 17 gol in 28 partite, contribuendo alla vittoria dell’Europa League sebbene si rompa tutto ciò che è possibile rompersi all’interno di un ginocchio nel quarto di finale contro l’Anderlecht.

Il secondo anno sarà soltanto un graduale recupero, un rientro a rilento, perchè a 37 anni non è scontato tornare come prima dopo la rottura contemporanea di crociato anteriore e posteriore. Lo farà dopo 7 mesi, ma sarà un lungo addio che lo porterà a lasciare Manchester per tentare l’avventura oltreoceano con la maglia dei Galaxy.

Peccato perchè le premesse erano buone, ma nonostante tutto nemmeno la Dea bendata ha fermato del tutto Zlatan.

Adesso tocca a Rashford. Non è certo il peso della numero 7, ma col tempo la 10 dello United ha iniziato ad avere il suo peso specifico. Riuscirà il giovane figliol prodigo a dare ancora più importanza a questa maglia, da renderla nel prossimo futuro importante quanto la celebre 7?