Nel momento storico peggiore per l’Italia calcistica, almeno sotto il profilo della nazionale, si ragiona come poter intervenire per porre rimedio ad una situazione in continua caduta libera. L’ultima idea è il tesseramento di Allan, giocatore che alzerebbe notevolmente la media del centrocampo azzurro. Al di là dell’innegabile guadagno tecnico che porterebbe alla nazionale il centrocampista del Napoli, ci sono varie questioni che emergono o riemergono. Questioni che hanno talvolta poco a che fare col rettangolo verde ma che sono comunque incalzanti, perché riflettono snodi socio-politici essenziali.

NAZIONALIZZAZIONE E DENAZIONALIZZAZIONE

Tesserare Allan, ovvero nazionalizzare un giocatore di un’altra nazione. Questa è la tesi che avanza, in cui due termini sono essenziali. Il primo è nazionalizzare. Cosa si intende con questo lemma? A primo impatto verrebbe da dire che indica il rendere nazionale un qualcosa di straniero, inglobare un elemento alieno al nostro Stato. E questo è vero, Allan è brasiliano e verrebbe “acquistato” dall’Italia. Il secondo termine è infatti altro, che rende un po’ più ostico questo discorso. Come si può paragonare un termine come altro, che esprime il massimo della diversità, con uno come nazionale, che esprime il massimo dell’appartenenza. Tramite la nazionalizzazione, che però rischia di diventare denazionalizzazione.

Inserire elementi diversi in un contesto modifica questo contesto. Ecco dunque il paradosso che rende annosa la questione: nazionalizzare implica in realtà denazionalizzare. Dunque, vale la pena, scusate il gioco di parole che seguirà, nazionalizzare un giocatore per rinforzare una nazionale che però ne uscirà denazionalizzata? Qui non s’intende sostenere una tesi, s’intende solo presentare una questione che da anni incalza e che ora va affrontata. Bisogna seguire l’orgoglio nazionale e far vestire la maglia solo a chi sente propria questa maglia perché rappresenta il paese in cui è nato? Ma non è anche orgoglio nazionale avere una selezione vincente e percorrere ogni strada per ottenerla?

Tutto ciò appare come una matassa da cui è difficile sbrogliare i fili. Non è un caso che forse questa questione non ha mai avuto una risposta esaustiva e forse non l’avrà mai. Ma ciò non è dovuto, forse, alla complessità della questione, ma piuttosto al suo senso intrinseco. Oggi, nel tempo che viviamo, ha ancora senso fare questi discorsi di nazionalizzazione e denazionalizzazione?

NAZIONALIZZAZIONE E GLOBALIZZAZIONE

Per rispondere alla domanda di sopra poniamoci ulteriori interrogativi. Quanto è rimasto di nazionale del paese in cui viviamo? Senza addentrarci in altri campi, ma limitandoci al calcio, possiamo identificare una squadra di club che rappresenti l’Italia? Vi è orgoglio nazionale in quelli che sono i giganti che muovono le fila del nostro calcio? Evidentemente no, il miglior giocatore del campionato italiano è portoghese, l’attuale capocannoniere è polacco e il miglior giocatore per media voto è argentino. Dunque, dove sta questo orgoglio patriottico tanto decantato quando invece si parla di nazionale?

Allargando ora invece il discorso, quanti stranieri vivono e tifano Italia? Quanti italiani hanno i genitori o antenati stranieri? Tanti, davvero tanti. E non c’è nulla di male, la nostra società è il risultato dei tempi in cui viviamo. È il prodotto della globalizzazione che ha imperversato negli ultimi decenni, modificando qualsiasi ambito politico, culturale, economico e, ovviamente, sportivo. Dunque questa questione è irrisolvibile perché è ormai superata. Non ha senso chiedersi se è giusto che un calciatore straniero giochi per un’altra nazionale perché ormai la contaminazione è una costante della nostra società.

L’uomo è cittadino del mondo. Questa è la peculiarità del XXI secolo, che ci piaccia o no. Al di là di ogni pensiero a riguardo, ricollegabile ad una matrice politica e quindi volutamente ignorato in questa sede, la realtà odierna è questa. Il concetto di globalizzazione ha reso superfluo parlare di nazionalizzazione, denazionalizzazione e quant’altro. La questione Allan, per tornare la nostro discorso, è una non questione.

BENE NAZIONALE

Chiudiamo il cerchio. Data la fallacità, storicamente dimostrata, di ogni discorso identitario, quali parametri bisogna considerare in questo discorso? Bisogna considerarne due: il valore tecnico e quello personale. Se un giocatore sceglie di rappresentare l’Italia ed ha le carte in regola per aiutare la nazionale ben venga. Gli azzurri hanno bisogno di giocatori forti, che lottino per la maglia. Se un uomo decide di indossare uno scudetto sul petto è perché ci tiene, al di là del suo paese di nascita. Ormai il luogo fisico dove si viene al mondo non è più così importante. Siamo cittadini del mondo e spesso scegliamo altre patrie di adozione e le amiamo anche più di tante persone nate lì.

Se Allan deciderà di scegliere con convinzione la nazionale italiana e di battersi per lei, non potremo fare altro che accoglierlo a braccia aperte. Per cui non perdiamo tempo a dimenarci su questioni anacronistiche, ma diamo la possibilità ad un ragazzo di portare avanti le proprie scelte. Allan come chi verrà dopo di lui. Se risorgerà la questione nazionalizzazione, ricordiamoci quanto poco senso abbia in questo momento storico parlare di nazionalizzazione, che ci piaccia o meno.