Non bastano le due squalifiche ricevute per il saluto romano verso la curva della Lazio o la sospensione da Sky Italia a causa del tatuaggio con la scritta DUX per inquadrare perfettamente Paolo Di Canio.

Ritiratosi nel 2007 dopo essere entrato nella Hall of Fame del West Ham United e vestito le maglie di Juventus, Lazio, Milan, Celtic e Sheffield in ordine sparso, ha intrapreso una brevissima carriera da allenatore in Inghilterra con Swindon Town e Sunderland, dal quale è stato allontanato per le tendenze fasciste mostrate nel corso della sua carriera.

Oggi fa parte nuovamente della scuderia di Sky Sport e presenta il suo speciale sulla Premier League dopo le gare del week end riportando sul grande schermo tutte le competenze e l’estro maturati sui campi della Gran Bretagna e avuti in dote da madre natura.

UNA CARRIERA TRA ITALIA E INGHILTERRA

Paolo, originario di un piccolo quartiere Romano, inizia la sua avventura con i colori della Pro Tevere Roma per poi passare alle giovanili della Lazio, vivere un prestito annuale alla Ternana e tornare subito alle Aquile biancocelesti, che guiderà alla vittoria di uno storico derby, quello dell’89, nel quale dopo aver segnato saluterà i tifosi della Roma mostrando il dito medio sotto la curva. In questo caso andiamo oltre il genio e la sregolatezza, si sprofonda in abissi oscuri di caratteri forti e di etiche sopra la righe che nel mondo del calcio hanno sempre detto la loro.

George Best, Paul Cascogne detto “Gazza”, Eric Cantona: tutti esempi di caratteri e carriere fuori dagli ordinari schemi calcistici, morali e sociali; carriere accostabili a quella di Di Canio, lontano dagli altari onorifici in patria ma adorato in Inghilterra, fino a meritarsi l’Hall of Fame degli “Hammers”, club Claret and Blue divenuto leggenda in Premier League. Dopo aver giocato nella Lazio di fine anni ottanta, passa alla Juventus, dove però si scontra presto con la dirigenza, troppo rigida a suo dire, e decide di andar via. Passa al Napoli dove un goal da cineteca segnato contro il Milan non sana le divergenze con Marcello Lippi ed è così costretto a tornare, da fuori rosa, alla Juventus.

Prima di abbandonare definitivamente l’Italia, la parentesi rossonera, durante la quale vincerà il suo primo scudetto (1995-96) e che, neanche a dirlo, lo vedrà protagonista di un acceso diverbio con Fabio Capello, allenatore del Milan di quel periodo. Lo accoglierà la Gran Bretagna, quella che sarà la sua vera patria emotiva e calcistica: prima la Scozia con il Celtic, dove verrà eletto miglior giocatore della stagione. A seguire sceglierà un nuovo viaggio, questa volta in Premier League, nello Sheffield Wednesday dove segnerà 15 goal in 41 partite.

Lo acquista il West Ham, vero amore della sua vita calcistica, dove Paolo diverrà una leggenda. Il suo comportamento fuori dalle righe divenne un must per il club Claret and Blue così come rimasero per sempre nella memoria dei tifosi degli Hammers prodezze balistiche incredibili come il goal segnato in acrobazia ad Upton Park o il gesto che gli valse il premio di FIFA Fair Play Award e una lettera di encomio firmata da Joseph Blatter. Inizio anni 2000, e Di Canio si preparava ad entrare nella Hall of Fame del club di Londra. Dopo il West Ham la sua carriera terminerà sui campi di Footgolf e beach soccer, non prima di aver giocato in Serie C con la Cisco Roma (2006-2008) ed aver rimediato una squalifica di quattro giornate dopo aver segnato una doppietta contro il Benevento.

CUORE E SREGOLATEZZA

Tantissimi gli episodi che si potrebbero citare in merito alla carriera di Paolo Di Canio. Il numero dieci del West Ham ne combinò di ogni con o senza gli scarpini indosso, e questo gli valse la nomea di calciatore fuori dagli schemi, estroso ed egocentrico ai massimi livelli. L’attimo però più importante e, forse, più famoso della sua carriera è legato ad un fantastico gesto di Fair Play: era il 18 dicembre 2000, al Goodison Park di Liverpool si gioca Everton – West Ham, e su un’azione offensiva degli Hammers il portiere dei padroni di casa, Paul Gerard, crolla su se stesso dopo un cedimento delle ginocchia. La palla, messa in mezzo da Trevor Sinclair, sta per arrivare a Di Canio che la blocca con le mani consentendo al portiere avversario di ricevere assistenza. Inutile dire come Goodison Park sia scoppiato in una standing ovation per il numero 10, e che il premio della FIFA sia stata solo la logica conseguenza di un gesto inconsueto per il carattere da sempre mostrato dal giocatore romano.

Due ancora gli avvenimenti significativi, questa volta di matrice negativa, importanti da ricordare: 26 settembre 1998, di scena la gara tra Sheffield Wednesday e Arsenal con l’arbitro Allock a dirigerla. Tutto ha inizio quando un compagno di Di Canio subisce una reazione ad un fallo da parte di un giocatore dell’Arsenal: rissa scattata e il numero Diez che si scaglia contro Keown, arrivando addirittura a colpirgli il volto. Undici le giornate di squalifica per il gesto conseguente, una spinta all’arbitro Allock che terrà Di Canio lontano dai campi di calcio per ben tre mesi (26 settembre – 26 dicembre 1998).

Ultimo nella nostra ricerca l’alterco avuto nel tunnel degli spogliatoi con un proprio giocatore ai tempi dello Swindon Town: Di Canio allenava la squadra inglese militante in League Two e, a seguito di cinque sconfitte consecutive, il clima all’interno dello spogliatoio non era dei migliori. Al termine della gara persa di Carling Cup il suo attaccante, Leon Clarke, iniziò a litigare con il preparatore atletico Claudio Donatelli ancora sul terreno di gioco. Di Canio cercò inizialmente di placare l’animo dell’attaccante che però iniziò a litigare anche con il mister il quale, una volta nel tunnel dello spogliatoio, reagì male a una frase dello stesso attaccante e i due dovettero essere divisi. Nessuna squalifica in quest’occasione, ma un nuovo episodio che caratterizza ancor di più il nostro diez atipico, estraneo a qualsiasi argine che rappresenti la normalità.

DOTI TECNICHE E GOL, TANTI GOL

Attaccamento alla maglia, determinazione, corsa e tocchi di classe che ne fanno un estroso del calcio tra gli anni novanta e i duemila. Un po’ attaccante, un po’ ala, Di Canio deliziò per lunghi tratti della sua carriera i propri allenatori e i propri tifosi con un repertorio tecnico di impressionante completezza che, negli annoi della Lazio, lo fecero diventare colonna dell’Under 21 e talento ricercato da molte squadre in Italia.

Dopo la parentesi negativa a Torino sponda bianconera, il trasferimento a Napoli lo vide ripulire il proprio stile di gioco dai tocchi superflui che il Trap, suo allenatore a Torino, non sopportava. In Inghilterra poi, sublimò il proprio calcio facendosi amare dai tifosi di oltremanica e segnando goal meravigliosi come quello, leggendario, seganto ad Upton park contro il Wimbledon e tutt’ora eletto a miglior goal segnato al Boelyn Ground. Agonismo estremo dicevamo, tackle e nessuna voglia di tirare indietro la gamba ne fecero uno dei simboli del calcio inglese del tempo, il cui livello tecnico era più basso rispetto all’Italia rendendo così Di Canio uno dei migliori giocatori del campionato.

Dirà di lui Sir Alex Ferguson: “Ho allenato grandissimi giocatori, ma ho il rimpianto di non aver mai potuto allenare Paolo Di Canio, che giocando con me nel Manchester United avrebbe potuto competere per il Pallone d’Oro.” Un’investitura in piena regola per il diez romano, che però giurò amore eterno agli Hammers.

Era il 26 marzo del 2000 e ad Upton Park il West Ham ospitava il Wimbledon per un match di Premier League. Un cross di Sinclair dalla destra, lo stesso del traversone bloccato con le mani per permettere ai medici di soccorrere il portiere avversario, attraversa tutta l’area di rigore avversaria e da sinistra, con una sforbiciata al volo, Di Canio colpisce il pallone di mezzo collo gettandola alle spalle del portiere avversario. Inutile provare a descrivere l’esultanza e il clamore che un goal simile generò al Boleyn Ground, basti pensare che i tifosi del West Ham, prima della chiusura dello stadio nel 2016, hanno votato in massa questo goal come miglior marcatura segnata nella storia di Upton Park.

DIEZ D’ESPORTAZIONE

Come abbiamo visto Di Canio non fu il classico dieci che da dietro le punte organizzava e dettava i tempi di gioco, né quel tipo di numero dieci che è d’esempio ai propri compagni con comportamenti esemplari che lo innalzano oltre i comuni mortali che la numero dieci, nella sua accezione più spirituale, ha da sempre nella storia del calcio.

Paolo Di Canio ha cambiato il concetto di numero dieci, ha fatto del cameratismo parossistico un mantra con il quale definire ogni spogliatoio in cui ha messo piede, ha combattuto su ogni pallone e per ogni compagno nonostante i litigi in spogliatoio fossero innumerevoli. Ha mostrato sprazzi di quel genio caratterizzante la numero dieci, i goal segnati contro Chelsea e Wimbledon ne sono la prova tangibile, così come lo è il tocco di palla e il dribbling che portò oltremanica. In un momento storico in cui il calcio italiano dominava l’Europa, la scelta della Scozia prima e dell’Inghilterra poi furono considerate come fuori dal coro, scelte incomprensibili, proprio come tanti gesti della sua vita e carriera. Scelse di oltrepassare la manica per diventare leggenda, ed oggi il suo nome è inciso nell’undici ideale del West Ham United, vero amore calcistico di “er pallocca”.

 

A cura di Simone Mannarino.