Un calcio ad un pallone, ventidue uomini che corrono dietro ad una sfera dentro ad un grande prato verde, persone che hanno avuto la fortuna di avere un dono sportivamente parlando, perchè senza ciò sarebbero andate poco lontano.

Tanti i modi in cui il Calcio è stato sminuito, quasi ridotto al niente dalle persone che non apprezzano cotanta bellezza. Altrettante anche le maniere per definire qualsiasi giocatore che scenda in campo come ignorante, incolto e magari anche maleducato. Ma al solito non ha senso generalizzare: è indubbio che, come in tutti i contesti della vita quotidiana, ci possano essere personaggi più esuberanti e – probabilmente – meno acculturati di altri, ma non è certo sempre così.

Hidetoshi Nakata è stato un esempio contrario. Il calciatore che non ti aspetti, fuori dal comune non soltanto per i suoi colpi all’interno del campo, ma soprattutto per il suo modo di essere, di comportarsi, e di rapportarsi all’ambiente a lui circostante.

CULTURA E TECNICA

Canti e balli mi coinvolgono subito, brindo con tutti e resto stupefatto e divertito da Nakata che in quel caos si è seduto in un angolo e sta leggendo un libro. Un marziano.

Parola di Francesco Totti, in un estratto della sua discussa ed interessantissima biografia.

“Un marziano” probabilmente è il termine che più si addice al talento nipponico classe 1977: proprio da alieno arrivò in Italia a soli 21 anni, nel Perugia di Gaucci che nelle sue annate nella massima divisione ha mostrato colpi provenienti da ogni latitudine mondiale, alcuni di pregevole fattura, altri ricordati esclusivamente per la malriuscita realizzazione.

Nakata esordisce a 17 anni con la maglia del Bellmare Hiratsuka, non certo la più celebre tra le squadre della J-League, ma a sufficienza per mettersi in mostra a livello mondiale: le prime reti, le prime giocate da numero dieci e le prime convocazioni con la nazionale del Sol Levante, che addirittura gli valgono l’esordio in un mondiale (Francia ’98) a soli 21 anni. Da stella della selezione.

Arriva come detto il Grifo, ma in pochi credono nella riuscita del classico colpo che sembra finalizzato per un interesse meramente economico: Nakata vorrebbe presentarsi bene, zittire immediatamente i primi mugugni con il proprio tocco raffinato e con la sua periferica visione di gioco. Non a parole, come molti altri giocatori sono abituati a fare. All’esordio, nel campionato 1998-99, al Curi arriva la Juventus, che passerà per 3-4 ma che si troverà davanti i primi lampi di Hide, che sigla una doppietta che lo consacrerà solo davanti ai tifosi italiani, ma anche a quelli nipponici.

Animated GIF

Già, perchè gli stadi italiani inizieranno a popolarsi di tifosi giapponesi, che accorrono in Italia soltanto per vedere il loro idolo, la loro stella più brillante, e con loro centinaia tra giornalisti e fotografi nipponici, pronti a documentare tutte le gesta di Nakata.

A Perugia si consacra, dimostra in una stagione e mezzo di non essere soltanto un fenomeno mediatico ed economico, e per quanto gli umbri possano cavalcare anche l’onda delle migliaia di magliette vendute in Giappone, sfruttano a pieno la qualità tecnica di un giocatore che ormai è conosciuto in tutto il mondo. Tanto da finire nella lista del Pallone d’Oro per quattro stagioni, e premiato per due anni consecutivi come Calciatore asiatico dell’anno.

Per questo motivo si fanno avanti anche le grandi squadre, pronte a prelevare il numero 7 del Perugia: arriva prima di tutte la Roma, quella Roma pronta ad attaccare finalmente le grandi d’Italia per cercare di raggiungere uno Scudetto agognato ormai da quasi 20 anni.

Ovviamente Hide, in quanto numero dieci classico, si trova a dover combattere per la titolarità contro il mostro sacro del mondo giallorosso, quel Francesco Totti che in quel momento calcistico non ha eguali in Italia: Nakata non fa una piega, e come sempre si accomoda in panchina in attesa della sua chance. In silenzio, con rispetto e ammirazione. E quella chance arriva nel big match contro la Juventus, al Delle Alpi: Totti non ingrana, Nakata lo sostituisce – scelta da allenatore con gli attributi quella di Capello – e coglie l’occasione, da uomo intelligente qual è. Prima un gol dalla distanza, poi un altro bolide mal trattenuto da Van der Sar e insaccato dall’aeroplanino Montella.

Animated GIF

Un gol e mezzo che peseranno come un macigno sulla corsa allo Scudetto. Festeggiato leggendo, in silenzio, come suo solito.

“Gli urlo nelle orecchie “Sei un mito Hide!”, più volte, e alla fine lui si volta, esclama “Grazie!” e poi si allontana, secondo me un po’ infastidito dal contatto fisico, dalla carnalità esibita di un gruppo di giocatori che hanno appena segnato il goal Scudetto e ora si abbracciano in uno stato di estasi”.

GIROVAGANDO VERSO UNA PRECOCE FINE

Idolo, quasi suo malgrado, di uno Scudetto che a Roma per il momento rimarrà l’ultimo, Nakata si allontana dal tumulto romano, un ambiente che lo fa sentire apprezzato ma che quasi gli impedisce di andare avanti nel suo ordinario silenzio, nel suo quieto vivere.

Ed ecco che allora passa la sua seconda parte di carriera in Emilia, sicuramente un luogo più pacifico e meno caotico della Roma calcistica dei primi anni duemila: prima in quel di Parma, quello che all’epoca era il grande Parma della presidenza Tanzi – che poi sappiamo benissimo come collasserà – nel quale riuscirà a vincere da protagonista una Coppa Italia, dove risulterà decisivo segnando in finale contro la Juventus.

Due stagioni e mezzo da protagonista, da trequartista di quella squadra che stava regalando talenti quali Adrian Mutu, Adriano e Alberto Gilardino, dove però quel piede destro vellutato proveniente da Yamanashi continuava a regalare cioccolatini da scartare.

Successivamente, metà stagione all’ombra delle torri bolognesi, senza lasciare il segno in una stagione che lo vedrà sempre meno lucente. Siamo nel 2004, già ha giocato i mondiali di casa nel 2002 da protagonista (uscendo agli ottavi contro la sorprendente Turchia che arriverà in semifinale).

Arriva la chiamata della Fiorentina, alla ricerca sì di un 10 che possa giocare tra le linee, ma soprattutto di un personaggio che possa anche dare nuova forza ad un brand come quello della società viola, appena tornata in A dopo il fallimento. E probabilmente anche alle aziende di scarpe di proprietà della famiglia Della Valle, che tanto seguito hanno nel continente asiatico.

Nakata sembra un ex giocatore: il passo stanco, i colpi che non escono più come una volta, e quella sua aria silenziosa e pacata quasi lo identificano erroneamente come un giocatore ormai svogliato e privo di entusiasmo, quello che ogni persona che ha la fortuna di rendere il gioco più bello del mondo in un lavoro dovrebbe avere.

La Fiorentina alla fine del 2005 raggiunge una faticosissima salvezza, e i meriti di Nakata sono pressochè nulli. I Viola non vorranno più saperne, il 10 non può essere associato soltanto ad un “brand player”. Nakata se ne andrà in silenzio, al solito, in Inghilterra, per tentare la fortuna con la maglia del Bolton, ma non è più quel ragazzino di belle speranze giunto in Italia per importare tecnica nipponica.

 

NUOVA VITA

La voglia scarseggia, l’entusiasmo è assente. Non ha senso portare allo sfinimento una carriera tutto sommato ricca, e Hide sceglie di chiudere proprio dopo i Mondiali di Germania, nel 2006. Chiude da capitano della sua selezione, a soli 29 anni. Una vita calcistica breve, intensa, ed insolita: a suo modo Nakata ha scelto di lasciare il segno, sempre. Che fosse con un suo destro liftato, con una capigliatura insolita di colore arancione, o ritirandosi ad altra vita a nemmeno 30 anni.

Ha preferito il sakè, la celebre bevanda giapponese, e la sua salvaguardia: gira il mondo promuovendo e difendendo una delle “armi” più forti della tradizione culinaria nipponica, senza ricercare l’attenzione delle telecamere, della stampa, soltanto per il bene del suo paese.

Ha letto saggi di ogni genere, per conoscere il mondo: proprio per questo motivo, appese le scarpette al chiodo, ha preso aerei e pagine bianche da riempire, viaggiando in lungo ed in largo per conoscere, apprendere, e vivere tutto quello che il calcio ti toglie. La libertà di essere “normale”. Si è interessato alla moda, si è appassionato di tutto quello che non aveva visto quando doveva indossare pantaloncini e maglietta numerata: Nakata ha scelto di essere a 30 anni un curioso, uno spettatore interessato di ciò che lo ha sempre circondato e di ciò che non aveva mai visto.

Non guardava partite prima, non le guarda oggi. Ha giocato la sua partita di addio due anni dopo il suo ritiro ufficiale, quasi più per una necessità degli sponsor che propria.

Perchè Hide è una mosca bianca, e non è un caso che da calciatore abbia indossato la maglia numero dieci, quella che ti differenzia da tutti gli altri.

Ho smesso perché non mi piaceva più l’ambiente. Quando ho lasciato poi mi sono messo in viaggio. Ho girato in tutto il mondo, cento nazioni in tre anni. Dopo una carriera di soli hotel e stadi, volevo vedere nuovi posti. Ovunque mi riconoscevano non tanto perché fossi famoso io, quanto per la popolarità planetaria del calcio. Ho capito la grandezza di questo sport, la sua forza comunicativa. Mi sono detto: devo usarla per scopi benefici. Così ho creato una fondazione, dove lavoriamo con le onlus locali. Poi dovevo conoscere il mio paese. Mi chiedevano spesso del Giappone e io ne sapevo poco. Spesso mi vergognavo di questa mia ignoranza. Così decisi di scoprirlo a fondo, in questi anni l’ho setacciato tutto. Non il volto iper tecnologico delle città. Volevo conoscere quello della tradizione, del saper fare artigianale…”

Un ringraziamento speciale agli amici di “Riserva di lusso” per la grafica del protagonista di oggi.