Una delle domande che con maggiore frequenza rimbalza nella mente dei giocatori che si accingono ad abbandonare il calcio è: “Cosa farò da grande?”. Mentre alcuni decidono di chiudere il rapporto con il pallone il giorno della loro ultima partita, altri non sono in grado di privarsene e, in un modo o nell’altro, lo mantengono al centro delle proprie vite. C’è chi si inserisce nell’organigramma della società iconica della sua carriera, chi si avventura nel mondo televisivo come opinionista e chi, invece, spinto da quella che tutti definiscono una vocazione decide di avventurarsi in una carriera da allenatore.

Seppur la maggior parte degli allenatori più vincenti ed emblematici della storia del calcio siano stati ex centrocampisti o, per essere più precisi, calciatori estremamente cerebrali, oggi vi proponiamo una serie di allenatori che, nella loro precedente vita calcistica, sono stati attaccanti.

JOHAN CRUIJFF

Per mille motivi non può che essere il suo il primo nome di questa lista. Uomo, prima che calciatore, rivoluzionario nell’approccio al gioco, punta di diamante dell’Ajax e dell’Olanda ’74, fine pensatore ed anche allenatore del Barcellona che dal 1988 ha cominciato ad incantare il mondo.

Qualsiasi contesto che ha visto la sua presenza al centro del progetto tecnico ha subito una rivoluzione calcistica condizionante per gli anni avvenire. Comincia nell’Ajax, in cui il suo mentore Rinus Michels – poi ritrovato anche in Nazionale e al Barcellona – lo rende un giocatore universale, capace di concludere le azioni da vero numero 9 e rifinirle da 10. Poi con Stefan Kovacs, sempre alla corte dei tulipani, completa l’hattrick di Champions in 3 anni ed entra nella leggenda. Ed infine Barcellona, la prima grande esperienza calcistica fuori dall’Olanda, in cui ad onor del vero va detto che inciderà più quando siederà per dodici stagione in panchina.

Se la finale del Mondiale del ’74 resterà il più grande rimpianto della sua trionfale carriera, il Dream Team formato in Catalogna, la conquista della prima Champions della storia degli spagnoli e l’aver fatto crescere all’ombra del suo pensiero Pep Guardiola hanno delineato in maniera ancor più netta i tratti che lo rendono un genio indiscusso di questo sport.

JUPP HEYNCKES

Uomo culto dell’Allianz Arena e allenatore che, dopo 12 anni di astinenza e due finali perse, ha riportato la Champions League in Baviera. Prima di lasciare il calcio e il timone del Bayern Monaco nelle mani giovani di Niko Kovac, Heynckes è riuscito ad arricchire la bacheca dei tedeschi anche con il quarto Meisterschale della sua carriera.

Ma prima di conquistare Monaco nelle vesti di allenatore, Heynckes è stato uno degli attaccanti più prolifici della storia del Borussia M’Gladbach (218 gol), squadra con cui ha segnato un’epoca vincendo quattro campionati, una coppa di Germania e una coppa Uefa. I successi con la squadra di Mönchengladbach non possono però essere paragonati ai pezzi pregiati del palmares del 73enne tedesco: la vittoria dell’Europeo nel ’72 e, soprattutto, il trionfo al Mondiale nel ’74. Il primo vinto da protagonista con la nomina nella Top 11 e il secondo da gregario, alle spalle dell’intoccabile Gerd Muller.

ROBERTO MANCINI

Schopenauer diceva che il genio ti permette di colpire bersagli che nessun altro può vedere e probabilmente non esiste frase migliore per descrivere il Mancini calciatore. Numero 10 prima della Sampdoria e poi della Lazio, società alle quali ha regalato trofei e lampi di autentica bellezza.

Differentemente, è difficile trovare una frase o un aggettivo per descrivi la natura del Mancini allenatore. Ogni esperienza non ha fatto altro che certificare la sua reticenza verso un’idea singola o un dogma al quale sottostare. La sua forza – e in questo ricorda anche il modo in cui si destreggiava in campo – è sempre stata quella di trovare la soluzione giusta in base al contesto nel quale si trovava. Lo ha fatto nell’Inter post-Calciopoli, nel Manchester City di Dzeko e Aguero e lo sta facendo, con apparente successo, anche con la Nazionale Italiana.

JURGEN KLINSMANN

Anche chi mastica poco calcio ricorderà con un sorriso il nome di Jurgen Klinsmann. Il tedesco sedeva sulla panchina della Germania durante il Mondiale del 2006 e il suo volto affranto dinanzi alle prodezze di Grosso e Del Piero non può che rispolverare la nostra memoria.

Però, prima di sedere sulla panchina della Nazionale, Klinsmann è stato un attaccante giramondo, che tra le tante ha vestito anche le maglie di Inter e Sampdoria. Seppur il suo rapporto con l’Italia si sia definitivamente rovinato in quella notte di Dortmund, l’attuale allenatore degli Stati Uniti lega ad Italia ’90 l’impresa più grande della sua carriera: la vittoria del Mondiale.

FILIPPO E SIMONE INZAGHI

Sul prato verde è difficile anche proporre un confronto, mentre da allenatori, almeno fino ad ora, Simone si fa preferire.

Pippo, in controtendenza rispetto quello che è stato il suo ruolo e mestiere per più di vent’anni, si sta conquistando la nomea di allenatore più attento alla fase difensiva che a quella offensiva. Va detto che sia a Bologna che a Venezia la qualità della rosa non permetteva, e non permette, la creazione di un’idea di gioco proattiva o brillante ed efficace, ma la sua indole e il suo mantra (principalmente difesa a 3) parlano chiaro.

Simone, probabilmente seguace della filosofia del “carpe diem“, ha colto al volo l’occasione di allenare quella Lazio alla quale era legato anche da calciatore e in due anni ha plasmato una squadra perfettamente aderente alla caratteristiche dei calciatori a disposizione.

Anche nel modo di stare in panchina i due fratelli sembrano essersi scambiati le personalità. Pippo, calciatore iperattivo ed istintivo, incarna la figura dell’allenatore serafico e lucido. Simone, calciatore poco sopra le righe, si trasforma in un diavolo appena mette piede nell’area tecnica.

ERNESTO VALVERDE

Originario di Estremadura, comunità autonoma nel Sud della Spagna, Ernesto Valverde legherà la sua carriera da allenatore e giocatore ad un’altra terra indipendente: i Paesi Baschi.

Sul rettangolo di gioco il suo percorso si limita ai 44 gol segnati con la maglia dell’Athletic Bilbao, mentre da allenatore i successi sono – e probabilmente saranno – tanti. Tra Valencia e, soprattutto, Athletic centra ripetutamente l’accesso in Europa, con i baschi addirittura in Champions League. Con lui l’epica dell’imperforabile San Mamés assume contorni mistici e il punto più alto della sua epopea lo raggiunge con la vittoria per 4 a 0 nella Supercoppa del 2015 contro il Barcellona.

Barcellona. Nel 2017 Valverde prosegue il suo tour distante dalla corona di Spagna abbracciando la causa di un’altra comunità autonoma: la Catalogna. Il suo approccio al mondo blaugrana è intelligente e non banale. Mantiene il possesso e il dominio del gioco in cima alle priorità ma proponendo una squadra più equilibrata e pragmatica. Vince la Liga al suo esordio con la seconda miglior difesa e, prima del crollo subito all’Olimpico, il suo Barça aveva subito solo 3 gol in 7 partite di Champions.

VINCENZO MONTELLA

Attaccante rapido e istintivo, bomber ineffabile, ma allenatore ancora poco costante nel rendimento e nella gestione del gruppo. Le esperienze a Milano e Siviglia hanno momentaneamente eclissato ciò che, Vincenzo Montella, aveva fatto a Firenze e Catania.

A 22 anni appena compiuti segnava 22 gol con la maglia della Sampdoria durante la sua stagione d’esordio in Seria A, mentre a 44, ancora pochi per un allenatore, ha già allenato da Nord a Sud Italia e fatto un’esperienza in una squadra di medio/alto livello europeo. L’esperienza accumulata è sicuramente inversamente proporzionale a quelli che sono stati fino ad ora i risultati ottenuti, ma l’impressione è che l’anno sabbatico al quale sta andando incontro possa permettere all’ex Aeroplanino di riaccendere il motore e cominciare a decollare anche dalla panchina.