Il calcio è ormai nel nostro tempo una componente culturale fondamentale. L’espressione è solo un gioco ha ormai fatto il suo tempo, per una serie di fattori. Quello culturale, in primis, ma anche per meccanismi socio-economici innescati soprattutto nell’era consumistica del calcio, quella moderna. Oggi parlare di gioco è davvero troppo riduttivo, perché un pallone che rotola su un prato verde porta con sè significati ben più ampi, impossibili da racchiudere in 90 minuti. Come altri fenomeni di massa che hanno segnato indelebilmente la nostra storia, si pensi alla tv, al cinema o alla musica, il calcio è diventato, tra le altre cose, un elemento educativo. E proprio su questo nesso andremo a ragionare, quello che lega il pallone alla formazione di una nuova generazione sempre più legata culturalmente a questo sport

LA CADUTA DELLE IDEOLOGIE

Il calcio in Italia viene praticato con costanza da ormai più di un secolo. Nonostante sia sempre stato una componente importante nella vita degli italiani, negli ultimi decenni ha acquisito una centralità inaudita. Come si spiega tutto ciò? La risposta è da identificare in un processo che si è innescato sul finire del secolo scorso ed è letteralmente esploso nel XVI secolo: la caduta delle ideologie. Dagli anni ’90 in poi la società italiana è cambiata radicalmente, è diventata più individualista e soprattutto ha acquisito uno sguardo più disincantato sul mondo. Ciò è dovuto a diversi fattori, ma due sono estremamente centrali: la caduta della prima Repubblica e la commercializzazione berlusconiana della politica – e, a livello internazionale, la fine della politica dei blocchi. Al di là di convinzioni individuali, Tangentopoli ha dato una dura botta ai partiti di massa, spazzando via l’intero ordinamento precedente. Il risultato di questo ciclone è stato un regime politico che ha portato alla creazione di una società ultraconsumistica e di conseguenza ultraindividuale.

Crollate le ideologie politiche, occorre trovare qualcosa in cui credere. Per una società fortemente individualista niente di più facile che gettarsi tra le braccia di una componente che ci contraddistingue da altri gruppi: il tifo. La disillusione di Tangentopoli ha portato a non credere più nel sistema e l’interesse si è rivolto, molto spesso, altrove. La svolta definitiva verso la fede assoluta nel calcio è stata data poi dalla crisi economica del 2008, che ha ulteriormente smontato la fiducia delle persone verso chi li rappresenta. Nelle difficoltà tantissima gente ha trovato un porto sicuro nel calcio, un tempo sospeso in cui potersi godere la propria squadra senza pensare agli affanni della vita. Così in circa 30 anni il calcio ha sostanzialmente sostituito la politica per milioni di italiani come punto di riferimento ideologico, con enormi conseguenze sul ruolo culturale del pallone nella penisola.

NUOVI VALORI E NUOVI MODELLI

Le conseguenze più interessanti riguardano l’impatto del calcio sulle nuove generazioni. Un fenomeno di massa così esteso deve avere necessariamente, come detto, un ruolo educativo importante. Ma questo ruolo è affidato ad un elemento che non rientra tra i canonici strumenti educativi, o almeno non in toto. Lo sport è in realtà un momento formativo molto importante, ma la dimensione sportiva nel calcio di oggi è paradossalmente ridimensionata. Il calcio di oggi si basa su altri valori, nonostante le numerose campagne volte a recuperare gli insegnamenti tradizionali. Il calcio di oggi è un business, giocato all’insegna dello spettacolo e del consumo. E in questa logica si colloca il ruolo formativo del pallone. I valori trasmessi non sono quelli tipici dello sport (aggregazione, lealtà, impegno e così via), ma quelli della competizione e della lotta per la vetta. La società consumista alimenta il calcio e il calcio alimenta la società consumistica. Come un criceto in una ruota, come un serpente che si morde la coda. Questo nesso è inscindibile ed è direttamente proporzionale all’importanza che il calcio riveste nella società.

L’altra conseguenza considerevole riguarda i modelli con cui le nuove generazioni crescono. Un ragazzino di dieci anni probabilmente conoscerà a memoria l’undici titolare di almeno la metà delle squadre di Serie A, ma altrettanto probabilmente non conoscerà nemmeno uno dei presidenti della repubblica della nostra storia. Cosa vuol dire? Vuol dire che i modelli di riferimento sono totalmente stravolti. Il calciatore oggi non è solo un’atleta, ma è un personaggio pubblico. In quanto tale ha dei doveri, quantomeno morali, nei confronti soprattutto delle migliaia di bambini che lo prendono come esempio. Troppo spesso si parla di calciatori che non danno il giusto esempio, probabilmente a ragione, ma non si considerano alcune attenuanti. I calciatori sono, e questo va sottolineato, loro malgrado delle figure educative. Nessuno di loro, o quasi nessuno, ha chiesto di rivestire questo ruolo e la gran parte subisce questa dimensione pubblica. D’altro canto non possiamo pretendere da dei ragazzi, specialmente sotto i 30 anni, di essere dei perfetti modelli educativi. Il problema non sono tanto i calciatori che non danno il giusto esempio, ma il fatto che ci si aspetti questa dimostrazione da loro.

Questo è forse l‘effetto collaterale più grande di questa trasformazione del calcio. Ragazzi normalissimi che da un giorno all’altro si ritrovano catapultati in un mondo in cui vengono osservati in ogni loro aspetto. Ragazzi da cui non dovremmo attenderci una funzione educativa, ma da cui invece la pretendiamo. Perché oggi le nuove generazioni si formano guardando a questi modelli, ma è un meccanismo fallace di per sé, senza che la colpa sia effettivamente di nessuno. È un processo sbagliato quanto inevitabile, che ancora una volta può solo che aumentare in maniera proporzionale alla spettacolarizzazione del mondo del pallone.

EFFETTI SOCIO-ECONOMICI E CULTURALI

Nuovi modelli e nuovi valori che portano ad un ridisegnamento della società, a partire dalle fondamenta. In che modo questi nuovi equilibri hanno inficiato poi in modo effettivo nella formazione delle nuove generazioni? Basta prendere come esempio il luogo d’istruzione per definizione, la scuola, per osservare gli effetti. Innanzitutto è impossibile negare che il calcio, attraverso il tifo, inneschi dei meccanismi di inclusione ed esclusione. Identificarsi con la propria squadra crea spesso delle spaccature, accentuando da una parte un positivo senso di appartenenza ed aggregazione, dall’altra una preoccupante ostracizzazione della controparte. Se in tenera età questi meccanismi sono ingenui, col passare degli anni tendono ad accentuarsi, divenendo spesso fautori di divisioni anche violente.

Questi meccanismi hanno favorito d’altro canto un mescolamento sociale senza eguali. Il gruppo del tifo è un gruppo socialmente disomogeneo, una vera e propria novità in Italia. Le aggregazioni prima avvenivano soprattutto per ideologia politica o economica, e quindi sulla base di una stratificazione sociale. Il tifo sconvolge l’ordinamento sociale, perché non fa distinzione e abbraccia verticalmente ogni classe. I ragazzi acquisiscono queste logiche di comportamento e di pensiero a scuole e le riversano poi in ogni contesto della vita quotidiana. Così il calcio forma le nuove generazioni, in modo ancora una volta inevitabile.

Oggi non si può parlare di calcio decontestualizzandolo. Occorre riconoscere il ruolo centrale che riveste e piuttosto che ostacolare un processo ormai in corso e, come detto più volte, inevitabile, c’è bisogno di limarne il più possibile gli aspetti negativi. Il calcio è ormai uno strumento di formazione e come tale va trattato. Lavorare per renderlo uno strumento efficiente deve essere la sfida per addetti ai lavori e non. D’altronde non è niente di nuovo, la funzione di cui oggi parliamo è simile a quella che negli anni ’60 ha svolto la rivoluzione portata dalla televisione. Le implicazioni sono enormi, e ci siamo limitati ad osservare solo quelle generate dal tifo, tralasciando quelle inerenti al calcio giocato, ad ogni livello, vero e proprio. Riflettere significa iniziare già ad agire. Una presa di coscienza è comunque un punto di partenza.