Piange Edoardo Martinez. E’ normale che il nome non vi ricordi nulla, perché lui è poco più del nulla: è un semplice operaio di un dimenticato barrio di Buenos Aires. Età sulla trentina, argentino dalla nascita e tifoso del River da ancor prima di venire al mondo. Ci tiene a questa partita, lo dimostra la sua presenza al Bernabeu, dove alterna momenti di preghiera quasi liturgici ad attimi da ultras di prima categoria. Edoardo scatta foto e piange, piange e scatta foto. Il tutto per più di un’ora, suscitando la curiosità dei tifosi come lui, ai quali risponde: “Gli ultimi soldi che avevo sono stati investiti per questo viaggio. Non ho parenti e risorse economiche, da domani sera non so dove dormire. Per me, però, è un sogno poter essere qui a sostenere il River, che è la mia vita”.

Pasiòn por el fùtbol. La storia di River-Boca parte da qui.

FINAL ETERNA

Domenica 9 dicembre 2018. Un giorno che fa da spartiacque tra il prima e il dopo. Spagna. Terra arida, secca, ma non per questo priva di affollamento. E’ dicembre, ma a Madrid la temperatura è alta, si suda pure stando fermi, con il clima che si fa beffe del calendario. A riscaldare ulteriormente l’ambiente ci pensano i tifosi delle due squadre, accorsi numerosi nella capitale spagnola nonostante le molteplici avversità – come distanza, tempi e prezzi per organizzare la trasferta -. 10 mila sono i km che separano Madrid da Buenos Aires. 10 mila sono i tifosi delle due squadre arrivati dall’Argentina. Ma Madrid, lo si sa, è il paese dove si concentra la maggior colonia Argentina fuori dal paese – 350.000 persone -. Per questo l’aria che si respira è quella di casa, un po’ come avere Buenos Aires in Madrid.

Il River nella Plaza de Castilla, il Boca in Nuevos Ministerios. E’ questo il piano di sicurezza delle autorità spagnole, studiato nei minimi dettagli e realizzato alla perfezione

Due continenti e trenta giorni dopo, il super-superclasico finalmente ha da disputarsi. Il risultato dell’andata esaspera l’ansia delle due tifoserie: con il 2-2 alla Bombonera e la non-regola dei goal doppi in trasferta, questa di Madrid prende le sembianze di una finale secca, da dentro o fuori, da gloria immortale o disfatta eterna. Nell’aria si respira più paura di perdere che desiderio di vincere.

PRE-PARTIDO

Esistono tanti modi per comunicare le proprie intenzioni. Lo hanno fatto i tifosi – anche se dubitiamo si chiamino così – del River Plate lo scorso 24 novembre, rovinando e rimandando la Final del Siglo. Lo hanno fatto i supporter del Boca e Carlitos Tevez i primi per caricare la squadra affollando le strade di Buenos Aires e incitando il pullman dei giocatori Xeneizes in partenza per Madrid con cori e fumogeni; l’argentino, invece, alimentando ulteriormente la finale con dichiarazioni al veleno (“Quelli della Conmebol sono tre matti dietro a una scrivania. La verità è che ci hanno privato del sogno di trionfare al Monumental”).

Ma alla fine, chi ha definitivamente espresso il suo giudizio è stato il campo. Non il Monumental, non a Buenos Aires, non in Argentina. Ma al Bernabeu, a Madrid, in Spagna.

La coppa dei liberatori del Sudamerica si gioca nella terra dei conquistatori, in Spagna. D’altronde niente è normale quando in finale si incontrano e si scontrano River Plate e Boca Juniors, mai due squadre qualunque.

LA HISTORIA

Alla fine è successo: si sono picchiati. La violenza è tornata a fare da padrone. Questa volta, però, gli unici a darsele di santa ragione sono stati i 22 giocatori in campo, intenzionati fin dal primo minuto di gioco a far pendere il dominio territoriale dalla loro parte.

“No por favor, no por favor, no no…”

E’ la frase che si sente più e più volte bisbigliare da alcuni tifosi del Boca quando Magallàn e Andrada, difensore e portiere, gestiscono il pallone con maestria nella propria area di rigore, saltando la pressione avversaria pur non senza rischiare. La dimostra in questo modo la personalità il Boca, costruendo il gioco da dietro. D’altronde, la personalità è una caratteristica che devi per forza possedere per indossare la camiseta gialla-blu.

Ma il River è messo meglio in campo, più padrone del gioco e meglio dislocato a livello territoriale. Lo si capisce subito a vista d’occhio guardando i giocatori del Boca quasi asfissiati da una perfetta sincronia dei movimenti bianco-rossi.

Il vantaggio del Boca arriva poco prima dello scadere, con la precisione di Benedetto nello sfruttare appieno un contropiede. D’altronde, anche per tutto il resto della partita, il Boca si renderà pericoloso solo in ripartenza.

La partita la pareggia Lucas Pratto – un canterano del Boca -. E da lì in poi il River diventa sempre più schiaccia sassi, grazie anche all’espulsione di Wilmar Barrios ad inizio primo tempo supplementare che diviene come un lascia passare per le frecce di Gallardo. Fernàndez, Pity Matinez, Palacios e compagnia lacerano con il passare dei minuti un Boca intento a pareggiare il risultato luminoso sul tabellone del Bernabeu, ma ormai i ragazzi di Schelotto palesano il traballare sull’orlo di una crisi di nervi.

Ci prova Jara, colpendo il palo al 120’ e mandando in fumo le ultime speranze del Boca. Sono le 23.02, in contropiede Martinez chiude i conti con un goal facile a porta vuota sfruttando l’assenza dai pali di Andrada, in attacco per mettere centimetri in area avversaria. Il pallone della Conmebol rotola, sorpassa la linea di porta e l’arbitro Cunha – uruguagio, con la garra giusta per arbitrare questa partita – fischia la fine. Sono le 23.03, il River è ufficialmente campione per la 4° volta nella sua storia. Quattro come i tempi disputati in un Bernabeu gremito: 63’000 gli spettatori su una capienza di 80 mila. Eppure i tifosi sembrano accavallarsi uno sull’altro così come fanno i Millionarios, rimasti dentro al tempio del calcio per festeggiare ben oltre l’orario consentito.

Trionfa il River, esce sconfitto il Boca, ma sicuramente non perdono Madrid e i suoi tifosi: esemplare la capitale spagnola nelle operazioni di sicurezza, rispettoso il comportamento dei tanti appassionati al seguito, intenti per una volta a godersi lo spettacolo anziché denigrarlo. Ha vinto il River. Ha vinto el fùtebol. Edoardo Martinez continua a piangere, ma questa volta di una felicità eterna.