Calcio e politica, politica e calcio. Un binomio che nel mondo e soprattutto nel nostro paese non è mai stato considerato politically correct ma che ci ha fatto vivere momenti di vero scontro, rendendo il campo di calcio una vera e propria arena politica. E’ quello che è successo a Sergio Pellissier in un intervista rilasciata recentemente a Radiorai all’interno del programma ‘Un giorno da Pecora’:

Mussolini? Secondo me ha fatto delle cose buone, come le bonifiche e le opere architettoniche, ma anche cose davvero brutte.

Una frase destinata a sollevare un polverone mediatico a cui l’attaccante del Chievo ha prontamente risposto con un post:

Le frasi pronunciate a Radiorai sono state travisate. Se andiamo ad ascoltare tutta l’intervista si nota come io non abbia fatto riferimento al regime come una cosa buona ma che anzi abbia sottolineato come tantissime opere del fascismo non siano minimamente difendibili. Ho però evidenziato come tante infrastrutture sono ancora oggi parte della nostra nazione e che questo è e rimane un dato di fatto. Io non sono di sinistra, ma nel nostro paese oggi non bisogna più guardare agli schieramenti politici, ma solo a chi ha buone idee per risollevare l’Italia.”

POLVERONE

Un Pellissier in grande spolvero in queste settimane che – a 39 anni – fa ancora parlare di sé in campo e fuori. Il grande polverone mediatico nato da questa sfortunata dichiarazione permette però di evidenziare quanti, fra quelli che hanno calcato i campi della Serie A, portandoci un pizzico di politica, hanno rivendicato il proprio diritto a pensare.

2008 – CHRISTIAN ABBIATI

Parlando di Fascismo non si può non citare Christian Abbiati, ex portiere del Milan, che in un’intervista rilasciata a Sport Week nel 2008 ha candidamente dichiarato come la sua fede politica sia vicina al fascismo mussoliniano per ciò che riguarda l’ordine e la sicurezza. Si discosta, nell’intervista, dalle leggi razziali e dall’alleanza con i nazisti:

Del fascismo rifiuto le leggi razziali, l´alleanza con Hitler e l´ingresso in guerra, ma mi piace la capacità che aveva di assicurare l´ordine, garantendo la sicurezza dei cittadini.”

2005 – PAOLO DI CANIO

Quel tatuaggio fa parte del mio passato e non voglio pagare per qualcosa che non appartiene più al mio essere odierno. Rimuoverlo? Non ci ho mai pensato, sarebbe come rimuovere parte della mia esistenza e parte dei miei errori. Ora spero di avere un’altra possibilità per dimostrare chi sono, le mie figlie lo sanno, di me sono orgogliose.”

Si riferiva al tatuaggio con la scritta “Dux” per il quale nel 2017 Sky si trovò costretta ad interrompere il suo show sulla Premier League perché la comunità ebraica si era sentita offesa dall’esposizione mediatica di tale scritta. Non era però un mistero che Di Canio fosse in passato legato ad ideologie fasciste: nel 2005 durante un derby tra Roma e Lazio l’attaccante biancoceleste esultò dopo un goal con il saluto romano verso la Curva Nord dei suoi tifosi, generando reazioni incontrollate da parte di chi quel gesto lo condanna come apologetico del regime fascista. Non ci interessa in questa sede discutere delle sanzioni e delle conseguenze a cui andò incontro Di Canio, ma del gesto politicamente orientato che il calciatore portò in un luogo dove la politica ha sempre fatto fatica ad entrare, quanto meno in maniera così diretta. L’intervista, rilasciata nel gennaio 2017 ad un giornalista del Corriere della Sera, prosegue con la lettera inviata da Di Canio all’Unione delle comunità Ebraiche italiana così motivata:

Mia moglie mi dice che Ludovica, la nostra primogenita che studia a Londra, fa finta di niente perché mi vuole bene, ma soffre come una bestia. Mi chiedo cosa posso fare, a chi posso spiegare una volta per tutte il mio pensiero. La comunità ebraica è stata la più toccata da quella involontaria apparizione. Sono persone davanti alle quali posso solo chinare il capo. Ho preso carta e penna.”

Paolo Di Canio, West Ham United

ANCORA LA LAZIO

Era il 1974, la Lazio era prossima alla conquista del suo primo scudetto e Giorgio Chinaglia giocava in attacco nella formazione biancoceleste. Il tifo, da sempre connotatosi con una forte impronta di destra, ha prodotto nel tempo varie evoluzioni di questa inclinazione verso le frange più estreme a livello politico e Chinaglia, ottimo attaccante, se ne ritrovò risucchiato.

Io non ero fascista, insomma con Mussolini e quelle cose lì non c’entravo niente. Di politica non ci ho mai capito nulla, non mi è mai interessato niente, destra, sinistra o centro per me era la stessa cosa. Ma mi piaceva Giorgio Almirante: poco politicante, così fuori dagli schemi. Un po’ tutta la mia Lazio, se vuoi aveva quello spirito: forte, aggressiva e sfacciata. E, soprattutto, fuori dal Palazzo.

(Tratto dal libro di Guy Chiappaventi ‘Pistole e Palloni’)

Insomma, dichiarazioni riguardo il candidato Giorgio Almirante fatte nel 1974 da giocatore della Lazio gli valsero l’etichetta del fascista anche se, forse, non era sua intenzione dichiararsi tale. Da sempre fuori dagli schemi convenzionali, Chinaglia fu l’eroe del primo scudetto biancoceleste e al centro di una polemica agli inizi degli anni settanta.

1970: SOLLIER E LA SINISTRA

Anche la sinistra ebbe i suoi alfieri sui campi da calcio e il primo a rendersi noto al pubblico per il gesto dei ‘Pugni chiusi’ fu Paolo Sollier, ex attaccante del Perugia di combattimento e lotta in mezzo al campo ma di pensiero e forte volontà fuori dal rettangolo di gioco. Noto scrittore con il testo edito a stampa “Calci e sputi e colpi di testa” che gli valse un deferimento dalla FIGC (descriveva il mondo del calcio in modo differente, visto con occhi distanti dal quotidiano), si fece riconoscere grazie al saluto rivolto ai suoi tifosi ai tempi del Perugia con il pugno chiuso. Tale saluto gli provocò l’antipatia dei tifoserie come quella della Lazio, opposte per idee politiche in un periodo storico, gli anni ’70, dove la società stava cambiando e una presa di posizione politica fatta da un personaggio così mediaticamente esposto era, come oggi, un qualcosa che destava scalpore. Anni dopo lo stesso Sollier spiegherà il gesto:

Non era propaganda. Non era un gesto indirizzato ai tifosi ma a me stesso, per ricordarmi ogni volta chi fossi e da dove venivo. E per far sapere ai miei amici che restavo quello di sempre. Il ragazzo che al campetto, tanti anni prima, così si rivolgeva a loro. Con quello che per noi era un segno di riconoscimento.”

Stesse parole usate da Di Canio per raccontare il suo saluto romano alla curva della Lazio: un senso di appartenenza che coinvolge però simboli e gesti ad alta risonanza. Sollier commentò così questo accostamento:

Quel pugno era la conseguenza del mio percorso, di uno che ha iniziato nei movimenti cattolici del dissenso come il Gruppo Emmaus o Mani Tese e poi è passato alla militanza politica. Se il suo gesto aveva la stessa genesi, allora, pur rimanendo agli opposti, non ho nulla da dire. Diverso, invece, se lo ha fatto per accattivarsi consensi da parte dei tifosi.”

Niente strumentalizzazioni ma solo espressione del sé uomo oltre che del sé calciatore, per il primo fra coloro che calcarono un campo di calcio a portare la politica nel rettangolo verde.

CRISTIANO “IL CHE” LUCARELLI

L’ultimo caso è quello di Cristiano Lucarelli, ex attaccante del Livorno che nel 1997, dopo aver segnato in una gara dell’Under 21, alzò la maglietta mostrando l’immagine del Che Guevara. La F.I.G.C. liquidò la cosa come un episodio da non ripetersi mai più, ma a distanza di vent’anni l’attaccante è tornato a parlare sottolineando come la sua manifesta appartenenza alla sinistra ne abbia condizionato la carriera:

Essere comunista, nel calcio, non è un vantaggio. Per me di certo non lo è stato. Ma io sono così, e non sono neanche un attivista. Ho le mie idee, e questo è tutto. Nel calcio c’è sempre qualcuno che è interessato a quello che succede fuori dal campo. Questo è anormale. Essere normali, nel calcio, è anormale.”

Era il 2017 e a Valentin Pauluzzi di So Foot, Cristiano Lucarelli raccontava il suo disagio nel constatare come le sue idee politiche si siano scontrate con il mondo nel quale ha vissuto: un’intervista che fece scalpore, a sottolineare una volta di più il forte legame tra il rettangolo di gioco e ciò che succede al suo esterno.

METAFORA DELLA VITA

Così lo definì Jean Paul Sartre nel corso del secolo scorso, metafora della vita e, aggiungiamo noi, amplificatore dei fatti del mondo. Proprio per questo i palcoscenici dove stelle mondiali del calibro di Neymar, Messi e Cristiano Ronaldo diventano arene nelle quali un messaggio veicolato nel modo sbagliato può essere mal interpretato da milioni di persone. E’ quello che recentemente è successo a Xakha e Shaqiri nel corso dell’ultimo Mondiale di Russia: dopo aver segnato i goal che permisero alla Svizzera di avere ragione sulla Serbia, i due calciatori hanno mimato il gesto dell’Aquila con le mani, chiaro rimando all’Albania e ai dissidi con la Serbia. Solo un altro esempio di come il mondo del calcio non è mai stato estraneo ai fatti politici e di quanto possa diventare potente e virale un gesto fatto su un palcoscenico mondiale come un campo di calcio.