L’ultimo in ordine di arrivo è “Sunderland: till I die“. Avvincente e inaspettato, dopo le notevoli critiche raggiunte con le altre docu-serie sul pallone, Netflix aggiunge un ulteriore approfondimento sportivo alla propria videoteca. Il documentario in questione parla di Sunderland, del Sunderland, del calcio inglese e di come questi tre protagonisti si relazionano l’uno con l’altro. Otto episodi che raccontano la clamorosa retrocessione dei Black Cats dalla Championship alla First Division, in una stagione scelta proprio per seguire una fiduciosa promozione dei biancorossi in Premier dopo la retrocessione del 2017. Al contrario, Netflix ha dovuto gestire la travagliata stagione del Sunderland da agosto a maggio: la docu-serie riprende e annovera tutte le difficili fasi della Championship dei biancorossi, senza escludere – come già visto in altri programmi sportivi – le reazioni dei tifosi e le confessioni dei protagonisti.

Inverosimilmente, dopo i documentari sulle vittorie della Juventus e del Boca Juniors, Netflix si è ritrovato per le mani un prodotto che, pur non seguendo i piani, può comunque definirsi unico. La retrocessione dei Black Cats è stata ripresa con l’intento di testimoniare la gioia e la libidine del calcio – quella dei tifosi e dei giocatori – e non la disperazione e la tristezza. Ma proprio per questo Netflix ha permesso a molti di accedere a un altro lato del calcio, non certamente secondario, mostrando difficoltà e vulnerabilità di un club in crisi. Più che una stagione, sono i sentimenti della gente di Sunderland ad aver cambiato la direzione della serie, permettendo alla produzione di avere per le mani qualcosa di nuovo.

Netflix e il calcio

Il 2018 è stato un anno storico per il rapporto tra calcio e televisione. Il 16 febbraio 2018 Netflix lancia il primo di tre episodi di “Juventus: First Team”, includendo la vittoria del campionato italiano dei bianconeri e la dolorosa eliminazione dalla Champions League a Madrid; il 14 settembre dello stesso anno è uscito in tutto il mondo “Boca Juniors Confidential”, un lavoro molto simile a quanto prodotto sui bianconeri d’Italia ma su uno dei club più noti del Sud America, il Boca Juniors.

L’attenzione poi si è spostata su un’altra piattaforma, vale a dire Amazon Prime Video. La sezione streaming di Jeff Bezos ha lanciato sul mercato “All or Nothing”, fortunata serie tv sulla stagione 2017/2018 del Manchester City di Guardiola. Il documentario di Amazon ha riscosso così tanto successo che era in programma – per questa stagione – anche un focus sul Liverpool di Klopp, ma il manager tedesco ha rifiutato l’offerta della casa americana. Quella sul Sunderland è la terza serie tv prodotta da Netflix su un club di calcio, dopo che in primis, ancor prima della Juve, la piattaforma americana aveva reso disponibile un documentario sulla Nazionale francese (“Les Bleues”).

Oltretutto, nella videoteca di Netflix si possono trovare anche altri prodotti legati al calcio: c’è un documentario di un’ora e mezza sul caso giudiziario di Karim Benzema (“Le K de Benzema”), uno sui migliori giocatori della Premier League (“Premier League Legends”), uno sui grandi vincitori della Coppa del Mondo (“Becoming Champions”) e uno sul fenomeno degli hooligans (“The real football factories”). Poi, sparsi qua e là, compaiono altre serie tv e film con il calcio in primo piano (fra cui una biografia di Messi).

La crescita

Quando si dice che il mondo del calcio non è esclusivamente un settore sportivo si fa riferimento anche a quest’altro aspetto. Il business che avvolge leghe, competizioni e club riguarda anche l’immagine di questi, che accettano la presenza di operatori e registi all’interno delle proprie strutture. Dietro non c’è solo la pubblicità ma anche la possibilità di apparire su nuove frontiere comunicative, come appunto Netflix o Amazon, non programmate di base per la trasmissione di eventi sportivi. Proprio per questo quello che non è live stream diventa una storia lunga dodici mesi una stagione calcistica, che si interessa non solo di quello che avviene in campo ma soprattutto su quello che avviene fuori. I tifosi, il feeling con la città, le testimonianze di chi lavora nel club (cuochi, massaggiatori, segretari) o le rivelazioni dei giocatori e allenatori sono l’ingrediente più gradito a chi sceglie di guardare questi prodotti.

I giocatori si aprono e mostrano i loro lati meno palesi e questo interessa maggiormente il tifoso medio, o il bambino, a cui viene data la possibilità di vedere i propri idoli in situazioni quotidiane; poi c’è l’aspetto più intrigante e curioso che è il fattore ambientale, ovvero come sono le case e le strutture che ospitano i campioni di Juventus, Boca ecc. L’approfondimento di ciò che non è live o racchiudibile in novanta minuti si spalma su tre, sei o otto episodi incentrati in una stagione intera. Non vengono seguite tute le partite ma ci si concentra su degli eventi particolari, lasciando che il campo sia solo uno dei tanti punti di riferimento. Gli altri sono tutto ciò che il tifoso o lo sportivo non può vedere dalla televisione la domenica. Tra l’altro, i format di questo tipo di serie sono molto simili: si individuano protagonisti o punti di riferimento, ci si interessa molto alle parole dei tifosi o degli addetti ai lavori, si offrono delle inquadrature speciali su spogliatoi, campo e riunioni. Le piattaforme in sostanza offrono visuali e interviste che una volta potevano essere reperibili solo nei canali tematici delle varie società o – molto più modernamente – nei profili social dei vari club. Netflix sta rendendo la distanza tra pubblico e squadra ancor più senza veli, portando lo spettatore a capire tutto dei suoi beniamini senza eccessiva difficoltà. Anzi, direttamente dal divano di casa sua.