28 dicembre 1993. Sono passati esattamente 25 anni da quando Roberto Baggio è stato nominato il calciatore più forte al mondo, vincendo il Pallone d’Oro.

Una stagione trionfale che permise al Divin Codino di porre in bacheca anche il FIFA World Player of the Year e l’Onze d’or, gli altri due importanti riconoscimenti personali conquistati da Baggio in quella magica annata.

La Coppa UEFA alzata al cielo con la Juventus fu invece il trofeo di squadra che il genio di Caldogno riuscì a portare a Torino. Un gol nel 6-1 contro l’Anorthosis, una doppietta nella semifinale di andata contro il Paris Saint-Germain guidato da George Weah e altri due centri nel primo atto della finale contro i tedeschi del Borussia Dortmund.

Un 3-1 al Westfalenstadion che spianò la strada ai Bianconeri verso il titolo. Arrivato poi grazie al 3-0 nella gara di ritorno, con un Baggio ancora protagonista ma questa volta nelle vesti di assist-man, con due passaggi vincenti.

CHIAMATA AL MONTE OLIMPO

Un’annata di successi che, con una vittoria al Mondiale di USA ’94, gli avrebbe forse permesso di essere ricordato come il giocatore più forte della storia. Sulla scia di Maradona e Pelé. Al pari di Cruijff e Messi. Perché Roberto Baggio è stato il numero diez italiano per eccellenza, un fantasista unico capace di far innamorare tifosi di squadre rivali e di rendere la maglia della Nazionale la prima pelle indossata per l’intera carriera.

“Quando si dice che la maglia azzurra è il punto di arrivo per ogni giocatore, si dice solo la verità”.

Ha sempre ricordato Baggio. Un punto d’arrivo che nella mente del Divin Codino è stato però sempre anche uno spunto dal quale ripartire. Come quando lasciò il Milan per unirsi al Bologna con l’obiettivo di conquistarsi una convocazione nei 22 per il Mondiale di Francia ‘98.   

Chiamata arrivata grazie ai 22 gol realizzati in una brillante stagione con i rossoblu, record personale di marcature in Serie A. Con la Juventus, sempre nel 1993, si era infatti fermato a 21.

Una carriera di cadute e di riprese, di coraggio e devozione per uno sport che gli ha dato tanto, che gli ha dato tutto.

PALLONE D’ORO

Papà Florindo lo avrebbe forse voluto vedere in sella a una bicicletta, visto il suo enorme amore per il ciclismo. Lui, Roberto, non ha però mai avuto dubbi sulla sua vera vocazione. Doveva fare il calciatore e il calciatore è quello che ha fatto. Con un pallone tra i piedi è diventato leggenda. Dai lampioni colpiti da bambino per strada mentre si allenava a calciare le punizioni, al Pallone d’Oro riportato in Italia nel 1993.

Quarto italiano capace di conquistare il trofeo. Omar Sivori, Gianni Rivera e Paolo Rossi i suoi predecessori. Fabio Cannavaro l’unico seguace.

142 voti ottenuti contro gli 83 di Dennis Bergkamp e i 34 di Eric Cantona. Un trionfo certificato dai numeri in un’annata capace di raccogliere 5 calciatori italiani nella lista dei primi 30 candidati al Pallone d’Oro, con ben 14 giocatori militanti in Serie A.

Era il periodo di grande splendore del calcio italiano. L’inizio dell’era Baggio, il calciatore più iconico degli anni ’90.

 

TUTTO O NIENTE

Il Vicenza a tredici anni lo vestì di biancorosso, portandolo a giocare in C1. La Fiorentina nel 1985 lo convinse a proseguire la sua crescita in toscana prima della consacrazione trovata dalle parti di Torino nella Juventus di Trapattoni. Poi gli alti e bassi tra Milan, Bologna, Inter e Brescia.

Lippi l’allenatore con il quale ha avuto i maggiori contrasti, prima alla Juventus e poi all’Inter. Mazzone il maestro trovato al termine della carriera.

Un amore a prima vista, con il tecnico romano affascinato dalla grandezza del suo numero dieci:

“Roberto Baggio è stato il miglior fantasista italiano. Era meglio di Meazza e Boniperti ed era al pari dei migliori di ogni epoca, subito dietro a Maradona, Pelé e forse Cruijff. Senza gli infortuni alle ginocchia, credo che sarebbe potuto diventare il calciatore più forte della storia”.

Ebbene sì, perché chissà cosa sarebbe potuto essere il Divin Codino se quelle ginocchia non fossero state così fragili. Giocava sul dolore. Affondava gli scarpini nel terreno, stringendo i denti a ogni scatto.

Dopo la firma con la Fiorentina la sua carriera sembrava infatti già finita. Rottura del crociato e del menisco della gamba destra in un Rimini-Vicenza a due giorni dal nuovo contratto con i viola. Un colpo devastante che lo spinse a pensare di smettere di giocare. Il buddhismo lo aiutò a ritrovare la pace. Fece chiarezza, tornò ad allenarsi dopo la riabilitazione.

Da lì l’avvio di una carriera che in otto anni lo ha portato alla conquista del Pallone d’Oro prima di un nuovo doloroso stop otto stagioni dopo. La rottura del ginocchio sinistro nel 2001, ai tempi del Brescia, non gli permise infatti di essere convocato per il Mondiale di Corea e Giappone dell’anno successivo.

DA ALLIEVO A MAESTRO

Una vita di alti e bassi, dalla quale Baggio ha saputo trarre però solo insegnamenti positivi.

Come ha provato a spiegare qualche anno fa sul palco dell’Ariston di Sanremo con una lettera rivolta ai più giovani.

“Coloro che fanno sforzi continui sono sempre pieni di speranza. Abbracciate i vostri sogni e inseguiteli. Gli eroi quotidiani sono sempre quelli che danno il massimo dalla vita”.

Le ultime parole recitate dal Baggio in quell’occasione.

Un eroe contemporaneo. Un genio capace di illuminare le domeniche di tutti gli amanti del calcio. Come cantava Cesare Cremonini in ‘Marmellata #25’:

“Ah, da quando Baggio non gioca più…Oh no, no! Da quando mi hai lasciato pure tu, non è più domenica…”

Lucio Dalla con il suo nome intitolò addirittura il brano ‘Baggio Baggio’.

Una leggenda del calcio inglese come Frank Lampard lo ha invece etichettato come il massimo modello al quale si è ispirato.

Il noto anime giapponese ‘Holly e Benji’ lo ha celebrato infine inserendolo in una delle puntate della serie.

Tanti omaggi per quel calciatore capace 25 anni fa di riportare in Italia un Pallone d’Oro che mancava ormai da 11 anni.

Per quel Numero Diez il cui codino non verrà mai dimenticato.