La storia di Davide, il piccolo pastore giudeo che, armato solo di fionda, combatte contro il potente gigante Golia, sconfiggendolo, non è solamente uno dei racconti biblici più noti: è spesso utilizzata come la perfetta rappresentazione di un confronto che vede miracolosamente vincitore il più debole. Eppure, pensare che colui che appare più svantaggiato lo sia veramente, potrebbe rivelarsi un errore fatale.

Nonostante la Bibbia e la storia insegnino che imprese che possono sembrare impossibili tutto ad un tratto possano invece non esserlo più, in Inghilterra, i Golia della situazione, ovvero i top team della Premier League, sembrano non aver recepito mai la preziosa lezione. I teatri o i campi di battaglia di queste brusche cadute dei giganti della prima divisione inglese, sono i terreni di gioco dell’arcinota FA Cup.

Creata da Charles Alcock nel 1871 con il fine di istituire una competizione che potesse consentire la partecipazione di tutte le squadre affiliate alla federazione, la FA cup per quasi 140 anni ha avuto lo stesso regolamento: nessuna testa di serie, partite ad eliminazione diretta e replay dell’incontro in caso di pareggio. Recentemente invece per le big del calcio inglese è stata decisa la loro entrata nella competizione a partire dal terzo turno, solitamente disputato agli inizi di gennaio. Nonostante questa agevolazione, tuttavia, non si sono evitati alcuni brutti scivoloni delle big contro squadre di serie inferiori come quello dello scorso anno del Manchester City contro il Wigan o quello del Chelsea nel 2015, con Mourinho alla guida dei Blues, contro il modesto Bradford.

Queste frequenti manifestazioni di forza delle piccole squadre contro i colossi vengono definite in Inghilterra “Giant Killing” (tradotto con “uccidere il gigante”) proprio in riferimento al celebre racconto biblico. Nell’attesa del turno di coppa che si disputerà questo weekend, ripercorriamo 5 imprese storiche che hanno segnato la storia di questa incredibile competizione.

La regina Elisabetta consegna la Fa cup.

 

CLAMOROSO AL MANOR GROUND

 Se Sandro Ciotti, celebre radiocronista italiano, si fosse trovato ad Oxford quel famoso 15 Febbraio 1964 avrebbe sicuramente ripetuto la celebre esclamazione che fece al Cibali per la vittoria del Catania sull’Inter. Ed effettivamente quello che accade tra l’Oxford United e il Blackburn Rovers ha del clamoroso: i padroni di casa, modesta squadra di Division Four ospitavano niente meno che la seconda in classifica della First Division, oggi Premier League; sostanzialmente un po’ come se oggi una qualsiasi squadra di serie D affrontasse il Napoli di Ancelotti.

Il divario tecnico tra le due squadre era abissale: per la squadra di casa giocatori mediocri quali Maurice Kyle, Tony Jones e Ron Atkinson mentre per gli ospiti alcuni dei nomi più importanti della nazionale inglese dell’epoca come Bryan Douglas, Mike England e Fred Pickering. I 21.504 oxfordiani quel giorno andarono allo stadio per osservare dal vivo i grandi campioni del Blackburn, senza nutrire grande fiducia per il passaggio del turno. Gli unici a crederci veramente probabilmente erano gli uomini di coach Turner, che avevano preparato maniacalmente la partita.

E l’approccio dei padroni di casa al Match lo dimostra: arriva un inaspettato doppio vantaggio con le reti di Longbottom e Jones che portano sul 2-0 lo United, rendendo l’impresa, tutto d’un tratto, possibile. La reazione degli ospiti, tuttavia, non si fa attendere e dopo un lungo assedio alla porta difesa da Fearnley, accorciano le distanze smorzando il clima festoso sugli spalti del Manor Ground. La squadra di Turner però non si scompone e con un contropiede magistrale trova il gol del 3-1 con Bill Calder che mette il punto esclamativo sul match. L’Oxford compie un’impresa memorabile, passando alla storia come la prima squadra di Fourth Division a raggiungere il sesto round di qualificazione. Qualcosa di clamoroso.

 

IL “GIANT KILLING” PERFETTO

Avete presente quando nei film polizieschi o nei romanzi gialli si decanta il tanto famoso “delitto perfetto”? La perfezione dell’esecuzione sta nelle modalità e nell’organizzazione di quest’ultima da parte del killer. Ecco se dovessimo trovare un parallelismo con le cocenti eliminazioni delle big inglesi dalla FA cup, il “Giant killing” perfetto, in questo senso, sarebbe rappresentato dalla partita tra Hereford United, squadra dilettantistica e il Newcastle United, celebre formazione di prima divisione.

All’Edgar Street di Hereford quel freddo 5 Febbraio 1972 si gioca infatti il replay della sfida: all’andata al St. James’s Park, la partita era finita sul 2-2 con il pareggio siglato all’ultimo da un bolide dalla distanza di Colin Addison, player-manager della squadra. Durante la settimana di avvicinamento alla sfida Malcom Macdonald, centravanti del Newcastle, si era fatto fotografare con le dieci dita delle mani bene in vista ad indicare, secondo lui, i gol che avrebbe segnato alla piccola squadra dilettantistica.

Colin Addison, allenatore- giocatore dell’Hereford.

Colin Addison, nonostante la negatività dell’ambiente, sapeva che la spinta del piccolo stadio di Hereford sarebbe potuta essere determinante per il passaggio del turno e cominciò così una sorta di campagna promozionale per invitare la gente allo stadio perché quel giorno a detta sua, sarebbe “passato alla storia”. E la risposta del pubblico fu sensazionale: esauriti in un battibaleno i 14.313 seggiolini, le restanti 2000 persone si appollaiarono letteralmente sugli alberi e sui pali della luce intorno all’impianto sportivo.

La partita si dimostrò subito complicata per gli ospiti: l’Hereford chiuso ottimamente in difesa, ripartiva in maniera pericolosa mettendo i brividi alla squadra di Joe Harvey. Terminata la prima frazione di gioco sullo 0-0, anche la seconda parte dell’incontro sembrava essersi incanalata su questo risultato quando all’82’ gli ospiti trovarono il gol del vantaggio con un’incornata di testa proprio di Macdonald. Solitamente questo sarebbe il classico colpo del ko, quello che spezza in due una squadra desiderosa di fare risultato. Solitamente, per l’appunto, ma non quel giorno a Edgar Street. Il Player-Manager Addison cambiò il difensivo Griffiths per Ricky George e la partita svoltò: tre minuti dopo, infatti, la squadra di casa trovò il gol del pareggio con un bolide della distanza di Radford che mandò la partita all’Overtime e nei tempi supplementari trovò il gol del definitivo 2-1 con proprio il neo-entrato Ricky George. L’invasione di campo al fischio finale, con il tripudio di sciarpe sul terreno di gioco, rimane l’immagine più significativa di un’impresa memorabile.

UN’IMPRESA DEGNA DI UN BEST-SELLER

Se Nick Hornby, celebre scrittore e sceneggiatore inglese, cita l’impresa del Wrexham ai danni del suo Arsenal nel suo Best-seller, Fever Pitch, evidentemente questa partita ha qualcosa di memorabile. Ed effettivamente la sconfitta dei Gunners al The Racecourse Ground è passata alla storia come una delle più clamorose batoste nella storia del club londinese. Il divario tra le due squadre era a dir poco abissale: l’Arsenal, nella stagione precedente era stato campione d’Inghilterra mentre il Wrexham era terminato ultimo in quarta divisione ed era rimasto in Football league solo perché quest’ultima era stata allargata.

Quel giorno allo stadio 13.343 persone possono quindi affermare di aver assistito a qualcosa di memorabile. La partita, tuttavia, iniziò in discesa per l’Arsenal: un minuto prima della fine del primo tempo i Gunners trovarono il vantaggio con Adams che diede la giusta sicurezza per affrontare il secondo tempo. Nella ripresa la partita sembrava essersi direzionata verso questo risultato quando all’82’ cominciarono i due minuti più celebri nella storia del club: prima Mickey Thomas segnò il gol di un insperato pareggio e due minuti dopo i padroni di casa trovarono il gol del 2-1 con Steve Watkin.

Una vittoria incredibile. Un trionfo unico. Un successo, per l’appunto, degno di essere citato in un best-seller scritto da un autore che quel giorno ha subito una clamorosa sconfitta.

UNA BATOSTA A WEMBLEY

 Se in finale si trovano di fronte due squadre di cui una ha un valore complessivo della rosa dieci volte più grande dell’altra, l’esito appare scritto. Se nell’ultimo atto di un torneo si fronteggiano due formazioni di cui una è stata campione d’Inghilterra la stagione precedente e l’altra è una neopromossa sul punto di retrocedere, il risultato sembra ovvio. Tuttavia in questa analisi superficiale dimentichiamo un aspetto molto importante: nel calcio non c’è nulla di scontato. E considerato il risultato della finale, di questa importantissima regola sembrarono essersene dimenticati i Citizens di Roberto Mancini ed invece sapientemente ricordati i giocatori del Wigan di Roberto Martinez.

Nell’ultimo atto della FA cup, di fronte agli occhi della famiglia reale inglese, si affrontano il Manchester City ed il Wigan. La classifica in campionato vede le due squadre agli antipodi: una seconda, l’altra terzultima. Questa coppa per i light blues di Manchester sarebbe una buona consolazione per il campionato perso ai danni dei cugini dello United mentre per i Latics, rappresenterebbe un trionfo storico che allieverebbe il dolore della retrocessione. La partita vede subito, come previsto, il City all’attacco con Tevez e Aguero che impensieriscono più di una volta il portiere avversario Joel, ma il Wigan risponde sull’attenti con due nitide occasioni per McManaman.

La prima frazione di gioco termina in pareggio ma dà la consapevolezza che la squadra di Roberto Martinez c’è e fa sul serio. Il secondo tempo, infatti, è una fotocopia del primo con entrambe le squadre che cercano il gol vittoria. All’84’, tuttavia, ecco l’episodio che cambia la gara: McManaman in contropiede riparte velocissimo involandosi da solo verso la porta di Joe Hart e per questo Zabaleta è costretto a fermarlo con un intervento che gli costa l’espulsione.

Il Manchester City è psicologicamente distrutto da questo cartellino rosso. Il Wigan vede possibile un’impresa che fino a poche ore prima non lo era. Ultimo minuto. Calcio d’angolo per i Latics: dalla destra parte un cross sul primo palo che Watson infila di testa nella porta difesa da Joe Hart. Incredibile. Inspiegabile. Commovente. L’esultanza dei giocatori del Wigan lo conferma. Roberto Martinez e la sua squadra hanno compiuto qualcosa di memorabile e per giunta all’ultimo minuto dell’ultimo atto della competizione. E se molti abitanti di Wigan erano festanti per le strade della città, il resto dei cittadini sicuramente era anch’esso a festeggiare ma nel reparto di Cardiologia dell’ospedale cittadino perché quello dei Latics era un trionfo da far saltare le coronarie.

IL SEGRETO DIETRO AL TRIONFO? UN’APP

 Nella recente storia del calcio inglese il divario che c’è tra i campioni della Premier League e i semi-professionisti potrebbe essere paragonato alla distanza tra la centralissima Piazza San Babila e Quarto Oggiaro, quartiere della periferia di Milano. Ci sono alcuni luoghi, tuttavia, in cui queste realtà così distanti possono incontrarsi e fronteggiarsi: gli arcinoti campi della FA cup. E’ successo in uno dei più recenti “Giant killing” della competizione, ovvero la burrascosa caduta del Burnley, club di Premier League, per mano dei non professionisti del Lincoln City appartenenti alla quinta divisione. Se qualche sceneggiatore di Hollywood appassionato di calcio fosse alla ricerca di un’idea per un nuovo film, beh, l’impresa della piccola squadretta per retroscena e dettagli potrebbe essere una trama perfetta.

Ma prima del racconto del match è bene concentrarsi su alcuni dei protagonisti della partita andata in scena al Turf Moor di Burnley. Partiamo dagli artefici dell’impresa: i fratelli Cowley. Danny e Nicky  sono da qualche anno alla guida del Lincoln e all’interno di questo club non professionistico hanno portato competenza e serietà. Appena arrivati hanno assoldato alcuni ragazzi dell’Università locale per curare la preparazione fisica dei giocatori, hanno creato una saletta per analizzare tramite alcune riprese i match dei loro avversari e si sono affidati ai dati statistici tramite l’app Football Manager. Secondo i due fratelli, la nota applicazione sportiva è stata molto utile per i recenti successi perché li ha aiutati nella correzione di alcuni difetti di squadra. Un altro aspetto determinante per la loro squadra e per il loro gioco è individuabile in un altro dei protagonisti del trionfo: “Big Matt” Rhead. 

Credits Daily Mail.

Rhead è il centravanti della squadra, pesa 106 chili ed è alto quasi due metri. Fino a poco tempo prima lavorava in una fabbrica di ruspe mentre ora fa l’attaccante a tempo pieno per il suo Lincoln. Contro il Burnley la sua fisicità incredibile nel gioco aereo è stato uno degli aspetti fondamentali nella vittoria insieme alla sua leadership caratteriale, che lo ha aiutato per tutta la partita nello scontro con Joey Barton. Sì proprio quel Joey Barton con precedenti penali e che Marianella definì, in un Manchester City- QPR di qualche anno fa, per l’appunto “un criminale”. Ma arriviamo alla partita: il match è molto combattuto fisicamente e non vede grandi occasioni nel primo tempo, infatti la prima frazione di gioco termina con un pareggio. La ripresa riporta un atteggiamento simile delle due squadre pertanto si pensa ad un probabile replay della partita ma qualcosa di storico accade un minuto prima della fine. Da un calcio d’angolo come molti in quella partita parte un traversone su cui si avventa l’enorme Matt Rhead che di sponda appoggia per la conclusione vincente di Sean Ragget. Qualcosa di irreale che prende corpo solo quando l’arbitro fischia tre volte. Una squadra di lavoratori che giocano a calcio per piacere personale ha eliminato dei professionisti. Come direbbe John Motson, storico telecronista inglese, “Unbelievable”.

Sabato pomeriggio, se non sapete cosa fare, vi diamo un consiglio: accendete la Tv, sintonizzatevi sulla Fa Cup e godetevi lo spettacolo. Non ve ne pentirete.

This is why we love the FA Cup.