Nell’arco di poco più di tre mesi l’ecosistema Monaco ha subito un deciso quanto inaspettato scossone. Una squadra costantemente ai vertici della Francia, e che poco meno di due anni fa sognava il tetto d’Europa, con una precisa identità e modus operandi, ha perso via via le sue certezze e stravolto il proprio modo di agire. Da quel 13 ottobre in cui Thierry Henry diventò ufficialmente manager dei monegaschi alle ultime ore, la realtà del Principato sta cercando di uscire dalla crisi in modo del tutto inedito rispetto agli ultimi anni.

ALL’INTERNO DELLA CRISI

Che la si guardi nel contesto della Ligue 1 o, in via ipotetica, in un campionato ultra competitivo come quello della Premier League, la rosa del Monaco non si può certo definire al di sotto degli standard necessari ad evitare la retrocessione. Eppure, i monegaschi oggi occupano la penultima piazza del campionato francese, a -4 dal 16° posto e con un’impegnativa trasferta al Velódrome di Marsiglia in programma per domani sera.

I nodi vengono facilmente al pettine se si guarda la formazione con cui i monegaschi si presentarono all’ottavo di finale di Champions League contro il Manchester City due stagioni fa:

Tralasciando la difesa (reparto che ha subito meno defezioni, tra cui quella non indifferente di Mendy) e ovviamente l’addio multimilionario di Mbappè, è il centrocampo il reparto che ha subito lo stravolgimento maggiore: Bernardo Silva e Bakayoko hanno lasciato la scorsa estate, mentre Fabinho e Lemar nell’ultima sessione estiva, insieme a Joao Moutinho che dal 2013 vestiva i colori biancorossi. Il fulcro cardine di ogni squadra, il cuore del gioco, ha perso 5 elementi uno più importante dell’altro nell’arco di sole due estati. E nonostante la presenza di alcuni talenti internazionali, come Tielemans e Golovin, il nuovo reparto non ha potuto, inevitabilmente, reggere il confronto.

La cattiva sorte ha avuto la sua parte, dato che per diversi mesi ha privato la squadra di alcune colonne tecniche e carismatiche come SubasicRony Lopes (15 gol nella scorsa Ligue 1) e Sidibé, uno degli ultimi superstiti di quel Monaco. Non fa più notizia il fisico cristallino di Jovetic (infortunatosi prima alla coscia e poi al polpaccio), ma anche questa è una perdita decisamente pesante. Privato in estate di un altro talento come Keita, l’attacco si è dovuto appoggiare interamente sulle spalle, larghe ma invecchiate, di Falcao.

In una situazione così delicata, anziché optare per un traghettatore esperto, si è deciso di optare per Thierry Henry: una figura ben nota ed amata nel calcio transalpino e al Monaco in particolare (lui che lì è cresciuto calcisticamente), ma probabilmente fin troppo acerbo per sedere su una panchina tanto prestigiosa quanto bollente in quel momento. La sua esperienza di allenatore, prima di allora, contava di un anno trascorso da manager dell’Under 19 dell’Arsenal e due anni come assistente di Martinez nella nazionale belga. I tanti giovani del roster biancorosso sono stati lanciati prematuramente nella mischia e i risultati sono venuti di conseguenza: 3 vittorie in 14 partite.

IL CASO RYBOLOVLEV

Una crisi così improvvisa e profonda non poteva che essere condizionata anche da una dirigenza, alle spalle, non forte come un tempo. Il ritorno in auge del Monaco era partito dal 2011, quando i monegaschi (allora reduci dalla retrocessione in Ligue 2) furono acquisti dall’imprenditore Dmitrij Rybolovlev.

I primi anni sotto la dirigenza russa portarono grandi nomi, da Ranieri per la panchina a James Rodriguez, Falcao, Joao Moutinho, Ricardo Carvalho e così via per il campo. A seguito però del divorzio con la moglie Elena, che nel 2015 costò al patron russo ben 564 milioni di franchi, Rybolovlev ha iniziato a pensarci due volte prima di mettere mano al portafoglio, anche dopo le cascate di milioni incassate dalle cessioni dei pezzi pregiati della squadra. E in poco tempo il Monaco si è trasformato in un club “di passaggio” per giovani talenti, prima di compiere il grande salto.

A tutto ciò si aggiungono i fatti dello scorso novembre: poco prima del calcio d’inizio del match di Champions League contro il Brugge, il presidente viene arrestato. Il russo è indagato per corruzione e “negoziazione attiva e passiva”, nell’ambito di un’inchiesta di un anno prima. Fatto che non è direttamente collegato al club, ma che certo destabilizza ulteriormente l’ambiente. Si sa che per un club vincente le fondamenta partono dalla dirigenza: parte di quella del Monaco, attualmente, è in manette.

COME USCIRNE

Quel che resta, invece, della dirigenza russa sta sfruttando il mercato invernale per cogliere delle buone occasioni per il club monegasco. Se da sulla panchina siede una figura come Henry, che conosce a pieno i giovani e i valori del club, sul campo servono anche leader in grado di guidare tecnicamente e caratterialmente una squadra in parte molto acerba e disorientata. Ecco che il mercato che sta attuando il Monaco sta andando esattamente nella direzione opposta a quella intrapresa negli scorsi anni, all’assidua ricerca di nuovi, giovani talenti da coltivare.

Pochi giorni fa è stato ufficializzato l’acquisto del 36enne Naldo dallo Schalke 04 (eletto “Miglior giocatore” della scorsa Bundesligaed è in dirittura d’arrivo l’affare per Pepe, svincolatosi poche settimane fa dal Besiktas. Ieri, invece, ha giocato la sua ultima partita con il Chelsea, in FA Cup, Cesc Fabregas: lo spagnolo sarà la guida del centrocampo monegasco, quanto mai necessaria dopo la diaspora delle ultime due stagioni.

Tre acquisti over 30: non accadeva, per quanto riguarda i giocatori di movimento, dal 2013, quando il neo promosso Monaco acquistò Toulalan, reduce da una grande stagione con il Malaga di Manuel Pellegrini.


Dalla vittoria della Ligue 1 alla lotta per la salvezza, da fucina di talenti a ultima spiaggia degli highlanders: in pochi mesi il Principato si è capovolto.