Quando si pensa all’ architettura spesso la si considera come una disciplina puramente tecnica basata su misurazioni precise e freddi dati. Quello che a volte sfugge, tuttavia, è la natura artistica che sta dietro a tale scienza: essa infatti è la coesistenza pacifica e perfetta di elementi pratici e tecnici con aspetti artistici e estetici. Creatività e genialità, quindi, entrano in contatto con calcoli perfetti e rilevamenti geometrici dando vita a vere e proprie opere artistiche. Artefici e artisti di queste creazioni sono gli Architetti, figure che abbinano fantasia alla razionalità e che sanno gestire la fase di costruzione.

I parallelismi tra il mondo dello sport e dell’arte sono tanti. In questo senso, parlando di architettura è naturale individuare un paragone tra questa disciplina e il mondo del pallone. Come l’architettura infatti anche il calcio è basato su una combinazione di aspetti geometrici e di fantasia: gli schemi e i moduli di gioco, infatti, hanno uguale importanza rispetto alla creatività e le invenzioni dei campioni. Ma restando sulla scia dei parallelismi chi sono gli architetti del calcio? La risposta è molto semplice per coloro che seguono il mondo calcistico: i registi, ovvero centrocampisti dotati di grande tecnica e di una visione di gioco unica. Ed un esempio perfetto di architetto del pallone, in questo senso, è quello di Cesc Fabregas.

MENTALITA’ INGLESE E SANGUE SPAGNOLO

Cresciuto calcisticamente nella cantera del Barcellona, il centrocampista catalano fa parte della generazione del 1987 che nel settore giovanile blaugrana si identifica in campioni quali Lionel Messi e Gerard Pique. A differenza dei due, però, il ragazzo originario di Arenys de Mar a 16 anni coraggiosamente decise di trasferirsi a Londra, sponda Arsenal, dove sotto la guida di Arsenè Wenger debuttò in League Cup pochi mesi dopo il suo arrivo. Da quel 23 ottobre 2003 cominciò un sodalizio tra lo spagnolo e i Gunners che produrrà 35 gol in 212 presenze, una Community Shield, una Fa Cup, la fascia di capitano e grande affetto tra il numero 4 e i suoi tifosi.

Anche le più belle storie d’amore, si sa, a volte sono destinate a finire. Tanti possono essere i motivi di una rottura, nel caso di Fabregas fu la nostalgia di casa e del Barcellona. Nel 2011 quindi, dopo 8 anni nella londra biancorossa, passò ai Blaugrana sotto la guida del suo idolo e mentore Pep Guardiola. Nei tre anni in Spagna aggiunse alla sua bacheca personale numerosi trofei nazionali e internazionali ma al tempo stesso perse la sua centralità tecnico-tattica che lo aveva contraddistinto all’Arsenal. Nonostante i suoi 28 gol in 96 presenze, infatti, Cesc chiuso a centrocampo nel suo ruolo naturale da mostri sacri quali Iniesta e Xavi fu spesso costretto a sedersi in panchina o costretto alla collocazione da falso nueve nel tridente con Messi e Alexìs Sanchez.

L’esigenza di ritrovarsi tecnicamente e di ritornare dove si è stati bene lo spinsero al ritorno a Londra, nel campionato inglese. “Once a gunner, always a Gunner” fu il suo saluto ai tifosi dell’Arsenal prima di partire per Barcellona: una dichiarazione di eterno amore che spinge chi non ha seguito la carriera di Fabregas a pensare che lo spagnolo sia ritornato alla sua ex squadra. Ed invece no, per uno dei più classici “verba volant scripta manent” il regista catalano passò ad uno dei nemici storici dell’Arsenal, il Chelsea guidato da Josè Mourinho. Con i Blues iniziò la sua seconda vita londinese che dall’agosto 2014 a sabato scorso ha portato in 127 presenze 1 campionato inglese, una Fa cup, una League cup e 14 gol. Il suo imminente passaggio al Monaco chiude un rapporto con il calcio inglese che ha esaltato il Fabregas giocatore e lo ha visto protagonista con più di 100 assist e più di 50 gol in Inghilterra, la sua seconda patria.

Se la mentalità del giocatore è ormai quella tipicamente british, il suo sangue è spagnolo e l’orgoglio di vestire la maglia delle furie rosse non è mai mancato. Fabregas è stato protagonista delle annate d’oro della nazionale guidata da Vincente Del Bosque che ha portato in 8 anni a Madrid, due europei e un mondiale. Fra pochi giorni si aprirà nel principato di Monaco il quarto capitolo calcistico della carriera di Fabregas. Quarto che altro non è che l’aggettivo derivato dal numero 4, il suo storico numero di maglia. Prima di altre invenzioni dello spagnolo nel campionato francese, ripercorriamo nel segno del suo numero fortunato, quattro giocate che lo hanno consegnato nell’olimpo degli architetti del calcio

UN ASSIST MONDIALE

Johannesburg. 11 luglio 2010. Finale dei mondiali. Minuto 109. Pochi minuti prima il subentrato Cesc Fabregas ha sbagliato l’ennesima occasione capitata sui piedi delle furie rosse per chiudere il discorso mondiale. Le due squadre, Spagna e Olanda, sono lunghissime e stremate da mesi di fatiche calcistiche sulle gambe ma non per questo meno desiderose di regalarsi la gioia della Coppa del Mondo. Ma torniamo al quarto minuto del secondo tempo supplementare: comincia una discesa sulla sinistra di Torres che improvvisamente sulla trequarti fa partire un cross lento in direzione di Iniesta; respinge maldestramente un difensore olandese e la palla finisce sui piedi di Fabregas che prima controlla e poi col destro spedisce prontamente la palla sui piedi del numero 8 che controlla e con un diagonale spedisce alle spalle di Stekelenburg.

In una recente intervista è stato chiesto al centrocampista spagnolo di scegliere tra i suoi innumerevoli assist quale è stato secondo lui il migliore, sin qui, della sua carriera. Nei casi dei giocatori vincenti come Cesc Fabregas nella fase di scelta la componente più importante non è tanto la difficoltà tecnica della giocata ma le emozioni che il gesto ha saputo regalargli; in questo senso, quindi, la scelta per l’assist mondiale di Johannesburg appare scontata e emozionalmente corretta.

MA È CESC FABREGAS O THIERRY HENRY?

Probabilmente è questo che si saranno chiesti i tifosi dei Gunners dopo aver visto il secondo gol di Cesc Fabregas contro l’Everton. 15 agosto 2009, si gioca il primo match della Premier League 2009/2010 e i Toffees di Liverpool ospitano l’Arsenal di Arsene Wenger. Il primo tempo della sfida si è concluso con un sonoro 3-0 per i londinesi e la seconda frazione di gioco si è aperta dopo 3 minuti con il quarto gol dei Gunners siglato da Cesc Fabregas. L’Arsenal è ormai in pieno controllo del match mentre l’Everton sembra aspettare soltanto il fischio finale cercando di limitare i danni.

La squadra di David Moyes, tuttavia, quel giorno sembrava incapace di fare anche quello. Dopo una scialba azione offensiva dell’Everton, infatti, il portiere Almunia controllò la palla e la rilanciò subito prontamente con le mani in direzione di Cesc Fabregas. Il numero 4 dell’Arsenal, completamente solo, prese palla nella sua trequarti e cominciò una cavalcata di 40 metri con il pallone tra i piedi. Seminato Fellaini, arrivò al limite dell’area e col destro lasciò partire un potentissimo diagonale rasoterra che si insaccò alle spalle di Howard. La velocità della ripartenza e l’esecuzione magistrale di Fabregas ricordò molto le famose cavalcate di Henry con la maglia dell’Arsenal che avevano infiammato Highbury. Al termine dell’azione, Fabregas corse verso la panchina e dedicò il gol a Jarque, storico capitano dell’Espanyol scomparso poco tempo prima, mostrando una maglietta con il suo nome.

UN LANCIO DA QUARTERBACK

Se Cesc Fabregas fosse nato negli Stati Uniti avrebbe probabilmente praticato il football americano. Non sarebbe stato però un runningback o un centro ma un quarterback, cervello e regista dello sport con la palla ovale. Ed il lancio che fece a Nicklas Bendtner quel 25 novembre del 2008 aveva molte caratteristiche simili ad un tipico passaggio da quarterback a differenza che il numero 4 spagnolo utilizzava i piedi e non le mani.

Minuto 87. La partita sembra destinata ad uno 0-0. Si sa, solo un’invenzione di un campione può sbloccare il risultato. Ecco, quindi, che sale in cattedra Cesc Fabregas, perno della formazione dell’Arsenal. Controlla palla sulla propria trequarti, se la sposta sul destro e da fermo fa partire un lancio millimetrico per Nicklas Bendnter che da solo davanti al portiere, controlla e sigla il gol del 1 a 0. Un’invenzione incredibile, una giocata da football americano e capace solo a chi sa cogliere una giocata prima degli altri.

UN LOB DA NUMERODIEZ

Per descrivere la completezza e la genialità di Cesc Fabregas basta guardare e riguardare il suo gol contro il Valencia in coppa del Re. Una delle più grandi doti del numero 4 è la furbizia, saper cogliere il momento giusto e colpire gli avversari quando meno se lo aspettano. Se lo abbiamo elogiato per la sua grande visione non si può non tessere le lodi anche della sua grande capacità di inserimento. E il gol all’Estadio Mestalla in questo senso è una combinazione di genialità e grande capacità d’inserirsi.

Messi prende palla sulla trequarti del Barcellona e lascia partire con il sinistro un lancio millimetrico per il numero 4 che, nel frattempo, era scattato sulla fascia. Lo spagnolo lascia rimbalzare il pallone una volta, poi due volte ed una volta entrato in area con un dolcissimo tocco morbido con la punta del piede supera il portiere del Valencia per il gol del 2-0. Messi lancia Fabregas e non il contrario. Caratteristica che sottolinea perfettamente la forza e la completezza dei due, entrambi determinanti sia in zona gol che nelle vesti di assist-man.

 

Quattro giocate di un numero 4 che ha scritto e sta scrivendo, tutt’ora, la storia di questo magnifico sport. Un architetto del calcio che fa dei suoi piedi gli artefici delle sue invenzioni calcistiche , degli scarpini matita e compasso e del campo di calcio il suo tavolo da disegno. Da Arenys del mar, El Arquitecto, Cesc Fabregas.