Mentre il calcio nostrano è occupato a riconquistare credito e seguaci, soprattutto per quanto riguarda le coppe e supercoppe nazionali che sono da tempo argomento scomodo. I nostri cugini d’oltralpe hanno, con semplicità, sempre avuto appeal quanto la loro coppa, senza sconfinare dalle proprie terre: come? Con un tabellone all’inglese che includa “tutto il paese”, perché trionfare in Coupe de France significa prima di tutto affrontare qualsiasi livello calcistico che scorre nelle vene di ogni quartiere, partendo dalle squadre di distretto sino ad arrivare a quelle di Ligue 1. Da anni le sorprese non stentano ad arrivare, soprattutto quando si arriva ai trentaduesimi di finale, ovvero nel nono turno della competizione, quando le milionarie di Ligue 1 entrano nel tabellone e possono affrontare qualsiasi squadra di qualsiasi divisione in qualsiasi stadio (federazione e regole permettendo). Il bello risiede nel vedere interi distretti farsi forza, supportarsi e riempire gli stadi, nel più classico dei Davide contro Golia dove tanti ragazzi giocano spesso la partita della vita pur di regalarsi un sogno da raccontare per decenni. È qui che i vari Neymar, Mbappé, Payet e tutti gli altri marziani devono tornare sul pianeta terra, pensare e giocare diversamente per una notte, rivedersi i ragazzini di quartiere che con le loro giocate hanno scalato il mondo giocando un calcio più di categoria e di intensità per andare avanti nella competizione. Perché lo studente, l’uomo della sicurezza o il professore di educazione fisica sono lì per giocarsi un sogno e non se lo faranno strappare via così facilmente.

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Erano questi i mestieri dei ragazzi del Pontivy, battuti al Moustoir di Lorient dal PSG (0-4) dopo aver tenuto in scacco la squadra di Tuchel per un tempo, andando sì sotto ma a causa soltanto di un autogol. E, per una squadra di National 3 (la nostra eccellenza) che arresta la sua corsa, ce ne sono altre che in questo weekend hanno fatto l’exploit eliminando dei club di Ligue 1.

ANDRÉZIEUX

La copertina va sicuramente all’Association sportive forézienne Andrézieux-Bouthéon, squadra di National 2 (Serie D) residente nell’omonimo paese situato nei pressi di Saint-Etienne. È proprio nel Calderone verde che la squadra di Jean Nöel Cabezas batte il Marsiglia per 2-0 con una prestazione pulita in difesa e spietata davanti: il lionese Ngwabije, classe 1998, guida la difesa con maestria e segna di testa il gol dell’1-0, su calcio d’angolo, mentre il figlioletto del coach, il piccolo Noe, dimostra di essere in campo non da raccomandato ma da dieci puro. Magrolino e con la faccia da liceale, il classe 2000 delizia tutti prima di uscire dal campo e dire ai microfoni “stiamo tenendo bene, mentalmente siam forti” come fosse un professionista.

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Il piccolo Noe tra i grandi, Payet e Germain.

Ci penserà il suo compagno, Florian Milla, cognome importante e qualche presenza in Europa League col Mlada Boleslav, in Reppublica Ceca, a chiudere i conti dopo un contropiede magistrale.

VIRY-CHÂTILLON

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Seppur inferiormente mediatico, il colpo dell’Entente Sportive Viry-Châtillon, squadra di R1 (sesta divisione, la nostra Promozione) ai danni dell’Angers rappresenta un qualcosa di ancor più magico: il club dell’Essonne, non distante da Parigi, rifila un 1-0 alla squadra di Stéphane Moulin nel suo stadio, l’Henri Longuet, impianto da 5700 posti.

L’eroe, l’autore del gol, il 22enne franco-maliano Mahamadou Sacko, ha fatto di tutto per essere della contesa dopo un infortunio alla caviglia di un mese. Mi sono preparato solo perché volevo accorciare i tempi dell’infortunio ed essere al livello di questa partita: fisicamente ci ho messo tanto di mio“.  I sedicesimi sono ormai storia, da condire magari con un altra partita di livello da giocarsi fino in fondo.

LES HERBIERS, ANCORA LORO..

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Stéphane Masala, coach italo-francese dei Les Herbiers, aveva affermato durante un’intervista prima della storica finale di Coppa di Francia dello scorso anno: “Calcisticamente mi sento italiano, sono cresciuto guardando le partite della Juventus con mio padre” . Di sicuro avrà appreso come giocare le partite secche, un approccio perfetto puramente italico. Perché i suoi uomini di Vandea, dopo la finale contro il Paris Saint Germain dello scorso anno, superano il turno contro il Tours dopo essere retrocessi in National 2 lo scorso anno avendo ceduto dopo un impegno tanto importante come quello dello Stade de France. Adesso sono di nuovo ai sedicesimi e la società conferma la saggezza nell’aver mantenuto lo stesso equilibrio dello scorso anno. Nel 2018 ai sedicesimi arrivarono i bretoni del Saint-Lô, chissà che l’urna non sia positiva anche quest’anno.

Da segnalare anche le imprese dei club di terza divisione come Lyon Duchère (3-0 al Nîmes) e Entente Sannois Saint-Gratien (1-0 al Montpellier).

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I ragazzi del Lyon Duchère festeggiano la vittoria contro il Nimes

 

SE DA NOI FOSSE COSÌ?

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L’Alessandria di Gregucci, una delle ultime sorprese di Coppa Italia, nel 2016 arrivò sino in semifinale contro il Milan.

Ciò che dovrebbe far riflettere noi italiani è proprio il termine della coppa in sé per sé: denominata Italia, da anni è diventata schiava del suo stesso meccanismo che non permette, se non in poche occasioni, a squadre di livello inferiore di arrivare a giocarsi un sogno. Le nostre serie minori sono al livello di quelle francesi, ma è il distaccamento tout court tra Coppa Italia (dalla A alla C) e Coppa Italia Serie D, a creare una vera e propria barriera immotivata tra il professionismo ed il resto del paese. Eppure le realtà di Serie D, con alcune importanti squadre, e quella di Eccellenza, Promozione e via dicendo, meriterebbero un’occasione di mettersi in mostra, di far vedere che il buon lavoro, che la sagacia tattica e tecnica dei giovani, parte proprio da lì e crea quell’italian job che tanto viene imitato dal calcio estero. Riformulare le cose, partendo davvero dai campi di provincia, assicurerebbe ad una competizione “dormiente” lo splendore che il nostro paese merita.