“Innanzitutto c’è da fare i complimenti ai ragazzi.” Quante volte abbiamo sentito Massimiliano Allegri – o altri allenatori, magari con un diverso accento – elogiare i propri calciatori alla fine di una partita, dando loro gran parte del merito?

È una scena a cui si assiste continuamente nelle interviste post-partita, nonché uno degli argomenti preferiti dagli allenatori. E quando si dice che il merito sia al 50% della squadra e al 50% del mister non si fa altro che osservare la punta dell’iceberg: dietro ogni partita, infatti, non ci sono solo gli allenamenti, gli schemi o la tecnica individuale, ma c’è uno studio approfondito che tocca numerosi aspetti del calcio, uno dei quali è quello tattico, che, ormai imprescindibilmente passa dalla video analisi.

La figura del match analyst, infatti, sta prendendo sempre maggiore importanza nel calcio e ormai nessun allenatore non può farne a meno.

CHI SONO E DA DOVE VENGONO

I match analysts sono, come detto ieri durante un incontro a Coverciano dei tattici di Serie A e Serie B da Maurizio Viscidi, coordinatore delle nazionali giovanili, “i radiologi del calcio”, nel senso che analizzano la squadra e segnalano cosa non va bene, ma non intervengono, lasciando il compito al “medico”, ovvero il mister. I match analysts studiano i propri calciatori e quelli avversari, analizzando migliaia di dati e fornendo video alla squadra , cercando di capire quali possono essere le soluzioni migliori per scendere in campo contro il prossimo avversario.

“Io utilizzo una mia metodologia personale, ma poi cerco di andare incontro il più possibile alle esigenze del mister, con l’obiettivo di rendere la sua attività più semplice. Si parte con l’analisi delle 2-3 partite precedenti del prossimo avversario, poi realizzo un video da mostrare alla squadra, a cui si aggiungono dei disegni e lavagna tattica. A quel punto consegno il materiale all’allenatore, con cui ci si confronta per capire se possano emergere altre idee importanti.”

– Jacopo Gornati, match analyst del F.C. Sion

La figura del match analyst è stata introdotta in Italia da Marcello Lippi in occasione dei Mondiali del 2006, quando portò con sé Adriano Bacconi e Simone Beccaccioli (oggi alla Roma), che contribuirono alla vittoria finale degli azzurri. L’anno seguente toccò alla Serie A, con Claudio Ranieri che da neo allenatore della Juventus volle introdurre questa figura nel circolo dei propri collaboratori. Oggi tutti gli allenatori hanno almeno un match analyst (Pioli ne porta addirittura due con sé) e nessuno può fare a meno del grande supporto di questi individui che, però, agiscono nell’ombra, dietro ai riflettori.

Simone Beccaccioli, match analyst per l’Italia ai Mondiali del 2006

DATI ALLA MANO

Per fare qualche esempio pratico si può parlare di passaggi. Viscidi ieri ha introdotto il concetto di “passaggio chiave”, ovvero quel passaggio che permette di superare la linea di pressione avversaria. Nella stagione 2017/18 il maestro di questi passaggi è stato Jorginho, con una media di 9,3 passaggi chiave a gara, seguito da Veretout (6,1), Badelj e Pjanic (6,0), Bonucci (5,8) e Brozovic (5,7). Un altro dato importante è l’indice di pericolosità, che consiste nell’efficacia del gioco offensivo; questo dato si calcola con un punteggio ottenuto sommando i punti assegnati a vari eventi, legati alla possibilità di fare gol, per esempio: occasione da gol 10 punti; rigore 15; tiro dall’area 1,3; tiro da fuori 0,7; cross 0,2; ecc. Studiando questi numeri emerge che in media si arriva al gol ogni 30/33 punti. Avendo dati come questi alla mano si capisce come sia molto più facile per gli allenatori preparare una partita in base all’avversario che si affronterà, adattando la propria squadra di volta in volta. Ma sarà anche possibile evidenziare i punti deboli della propria squadra, dove poi si andrà a lavorare per sistemare le imperfezioni.

CURIOSITÀ

Il record di solidità difensiva lo ha stabilito – manco a dirlo – la Juve di Allegri nella stagione 2016/17, quando era necessario raggiungere un’indice di pericolosità di ben 46 punti per farle gol, molto al di sopra della media.

Il Manchester United ha chiuso la scorsa Premier League con 28 gol incassati, numeri che sono valsi ai Red Devils il titolo di miglior difesa. Ma se si vanno ad analizzare i dati si scopre che, in base all’indice di pericolosità, avrebbero potuto prendere anche 12 gol in più, il che significa che la differenza non l’ha fatta la difesa di Lindelof e compagni ma i miracoli di De Gea, che hanno nascosto una fase difensiva non così perfetta.

La Nazionale di Mancini è stata oggetto di critiche per lo scarso cinismo sotto porta e i dati lo confermano: gli azzurri, infatti, nelle ultime partite hanno trovato il gol intorno ai 60/70 punti di indice di pericolosità, sicuramente un aspetto da migliorare.

Secondo uno studio, se una squadra chiude una partita con 30 punti di pericolosità, nel 90% dei casi ha ottenuto una vittoria, nel 7% un pareggio e nel 3% una sconfitta. Ovviamente questi dati sono solo indicativi e non possono “prevedere il futuro”, perché, come ben si sa, ci sono delle partite in cui una squadra crea tantissimo e poi viene punita alla prima occasione dagli avversari. Ma il calcio è bello anche per questo.

Mai sottovalutare il lavoro e la preparazione che ci sono dietro ad una partita dunque, perché le vittorie arrivano anche grazie al lavoro dei match analysts, gli invisibili del calcio che tra una seduta di allenamento e una seduta al computer aiutano la squadra a studiare se stessa e gli avversari, dando all’allenatore una grossa mano per preparare le numerose partite che si susseguono durante una stagione.

“Con i ritmi di oggi i tecnici diventano ‘vecchi’ in fretta, hanno troppe cose da seguire e in un un anno fanno solo un paio d’ore di aggiornamento. Voi dovete essere i loro aggiornatori, i loro occhi sul mondo del calcio.”

– Maurizio Viscidi