Un inglese che gioca come uno spagnolo e pensa come un olandese. Phil Foden è tutto questo. Un “dono, come lo aveva definito Pep Guardiola dopo un’amichevole estiva contro il Manchester United. Un ragazzo “cresciuto nell’Academy, che ama il club e che tifa per il Manchester City”.

Per ogni Jadon Sancho che parte, c’è un Phil Foden che resta. Per ogni Brahim Diaz che saluta, c’è un Phil Foden che resta. Sempre lui, solo lui. Il Manchester City ha già deciso che il futuro del club passerà per i suoi piedi. Non è sacrificabile, non è cedibile. Lo ha ribadito Guardiola, quando pochi giorni fa ha escluso ogni possibilità di vederlo lasciare il club a gennaio per unirsi in prestito a qualche altra squadra:

“No way! No, impossibile. Foden rimarrà con noi per molti, molti anni”.

Lo ha ribadito il club stesso, convincendolo lo scorso dicembre a firmare un prolungamento di contratto fino al 2024.

DA MANCHESTER A MANCHESTER

Un’infanzia spesa a indossare la maglia dei Cityzens, con quel sogno di poter essere un giorno il diamante più prezioso in una collana di perle.

Non lo è ancora ovviamente. Come è normale e giusto che sia. Può concretamente pensare di diventarlo però, perché madre natura gli ha regalato tutto il necessario per poterlo essere.

Un inglese che gioca come uno spagnolo e pensa come un olandese. Uno scioglilingua complicato, il miglior modo di spiegare la natura calcistica di Phil Foden.

L’Inghilterra gli ha dato i natali. Nato a Stockport, nella Greater Manchester, è cresciuto col pallone tra i piedi. A sei anni la prima avventura con i Reddish Vulcans, squadra satellite del Manchester City. A otto il passaggio negli Sky Blues.

Non ha mai avuto dubbi, nel cuore solo il Manchester City.

“Quando giocava per i Vulcans c’erano sempre osservatori di altre squadre ma non c’è mai stato alcun dubbio sul fatto che avrebbe firmato per il City”.

Lo ha detto Joe Makin, coordinatore degli scout del club inglese. Uno dei suoi primi ammiratori, uno degli uomini a cui Phil deve molto.

STILE EUROPEO

Di uno spagnolo ricorda il modo di giocare. Di muoversi in campo. Agile, tecnico, sopraffino nel palleggio. Dal fisico minuto ma con un sinistro che incanta. Non disdice concludere a rete ma sa che il suo compito è quello di fornire la palla perfetta ai compagni. Un giovane Iniesta, come dei temerari profeti si sono azzardati a definirlo. Un ragazzo capace di fare ciò che gli si richiede: illuminare il gioco con la sua abilità.

Di un olandese ha la testa. È ordinato, rigoroso, duttile e prezioso. Sa giocare da esterno di centrocampo, da trequartista. Pure da interno. È il perfetto esempio del centrocampista totale. Cambiategli pure la posizione in campo e otterrete lo stesso risultato: la qualità. Perché è questo che Foden sa sempre regalare.

NELLA MANI DI PEP

Classe 2000, a 17 anni aveva già vinto un Mondiale U17 con l’Inghilterra. Doppietta in finale, miglior giocatore di quel torneo. Un anticipo di quello che potrà fare “da grande”, quando il suo compito sarà quello di guidare la Nazionale dei Tre Leoni alla conquista della tanto amata Coppa del Mondo.

Con il City ha già vinto una Coppa di Lega, una Supercoppa d’Inghilterra e una Premier League. Anche se al collo non ha mai potuto porre una medaglia che testimoniasse la conquista del campionato, per via di quell’unica presenza mancante necessaria a raggiungere le cinque che gli avrebbero regalato l’oro.

Non importa, avrà molte occasioni in futuro. Forse già in questa stagione, nella quale sta diventando uno dei protagonisti del centrocampo del City.

17 presenze e 3 gol. Un totale di 650 minuti giocati. Pochi? No, se hai 18 anni e condividi il ruolo con dei certi David Silva e Kevin De Bruyne. Da loro ha imparato tanto. Li ha ammirati da allievo e continua a studiarli da compagno. Ha capito quando sfruttare il suo momento, abile nel farsi trovare pronto quando è chiamato a farsi notare.

Lo ha fatto in Champions League nel 2017, quando alla prima stagione con la squadra maggiore ha fatto il suo esordio contro il Feyenoord. Subentrò a Yaya Toure a pochi minuti dalla fine. Stupì tutti per la sicurezza da subito mostrata sul palcoscenico più importante.

Lo ha fatto poi in Coppa di Lega inglese contro l’Oxford lo scorso settembre, quando riuscì a segnare la sua prima rete con maglia del Manchester City.

Una giornata che Foden ricorderà per sempre, da professionista e da tifoso. Mosso dall’amore per quel club che lo ha sempre ricambiato.

Un momento speciale, come quello vissuto il 6 gennaio contro il Rotherham United in FA Cup. 7-0 per gli uomini di Guardiola, primo gol all’Ethiad per il giovane Phil. Un’esplosione di gioia, un’esultanza sfrenata.

“Sembrava che avesse segnato nella finale del Mondiale”.

Ha commentato il tecnico catalano. Dimostrazione dell’immenso amore che l’inglese prova per la squadra del cuore.

Una sensazione riprovata pochi giorni dopo, stavolta in Coppa di Lega, nel 9-0 contro il Burton Albion. La seconda rete in pochi giorni. La dimostrazione che il 2019 potrà essere l’anno giusto per togliersi soddisfazioni importanti con il Manchester City.

Perché Phil Foden non ha alcuna intenzione di partire.

Pioveranno offerte, riceverà inviti. In molti potrebbero provare a convincerlo a lasciare i Campioni d’Inghilterra per ottenere spazio in club che possano regalargli maggior minutaggio.

Lo ha già fatto il Borussia Dortmund con Jadon Sancho due anni fa. Lo ha appena fatto il Real Madrid con Brahim Diaz.

Nel caso di Foden però, ogni tentativo pare vano.

“Ognuno è diverso e io mi vedo giocare nel Manchester City. Abbiamo i migliori giocatori e lo staff migliore, quindi sono nel posto giusto. Imparo da loro ogni giorno e non potrei essere in un posto migliore”.

Lui vuole restare, il City lo vuole tenere. Guardiola ha già capito come farlo sbocciare. Il futuro di Foden è e continua a essere a Manchester, dove “il piccolo squalo”, come lo chiamano i compagni, è cresciuto.

Dove ha conosciuto il calcio e si è fatto conoscere.

Dove lui si è innamorato di tutto e tutti si sono innamorati di lui.