La “coppa del popolo” che coinvolge i campioni della massima serie e i sognatori delle squadre cadette. Un evento che fa della tradizione e della continuità i suoi marchi di eccellenza. Capace di sopravvivere a due guerre mondiali, dal 1922 ad oggi la Coppa Italia ha subito continui cambiamenti, vivendo un ciclico susseguirsi di alti e bassi.

Competizione dall’esito molto spesso scontato (la Juventus ha vinto 13 edizioni, seguono Roma e Inter rispettivamente con 9 e 7 vittorie), la “Tim Cup” ha anche saputo regalare emozioni uniche ed appassionanti. Nel segno di clamorosi risultati e cammini di squadre capaci di trasformare i sogni in realtà.

Numero Diez racconta in questo articolo alcune delle storie di Coppa Italia più suggestive e romantiche.

PIACENZA-MILAN 1993 (1-0)

L’edizione della Coppa Italia 1993-1994 potrebbe essere riassunta con l’espressione “serie cadetta al potere“. La riscossa di provinciali in cerca di gloria. Dal Venezia che sconfisse ai quarti di finale la Fiorentina al sorprendente Ancona, che passò il secondo turno ai danni del Napoli e approdò in finale (perdendo poi contro la Sampdoria).

Ma un match in particolare merita attenzione. Il Milan di Capello e di Campioni del calibro di Maldini, Boban e Costacurta affronta agli ottavi di finale il Piacenza di Mister Cagni. Il risultato sembra già scritto. Del resto i rossoneri quell’anno vinsero la Serie A e la Champions League sconfiggendo il Barcellona per 4 a 0 in quel di Atene. Ma la Coppa Italia ebbe un finale ben diverso per il Diavolo.

La partita d’andata si conclude con un sorprendente pareggio a San Siro: solo 1 a 1 fra le due formazioni. Il match di ritorno ha invece il sapore di quelle grandi sfide che si ricorderanno a lungo. E così fu, sia per i milanisti che per i piacentini. La squadra di casa affronta con coraggio e a viso aperto l’incontro, nonostante i campioni che si trovano di fronte, idolatrati da milioni di tifosi che sognano ad ognuna delle loro giocate.

Il Calcio è bello ed emozionante perchè sa sorprendere, colpire ed far gioire, in un infinito susseguirsi di colpi di scena che hanno dell’incredibile. Al 90‘ il bomber piacentino Giampietro Piovani porta in vantaggio i padroni di casa. Il Leonardo Garilli esplode, i Campioni d’Italia sono sconfitti, quegli alieni intoccabili vengono battuti da chi ci ha creduto di più. Al turno successivo il Piacenza uscirà contro il Torino in un carambolante 4 a 3 per i piemontesi, ma il miracolo è già stato compiuto. Con gli appassionati di calcio che ringraziano per le emozioni offerte.

 

ROMA-SPEZIA 2016 (2-4 AI CALCI DI RIGORE)

Fra le diverse sorprese dell’edizione 2015-2016 due spiccano fra tutte. L’incredibile cammino dell’Alessandria, sconfitta in semifinale dal Milan, nel segno di un’eroica marcia verso lo Stadio Olimpico, e un match in particolare andato in scena proprio nello stadio della capitale. Roma-Spezia, ottavo di finale di Coppa Italia di qualche anno fa. Senza dubbio il punto più basso dell’era Garcia. Match tanto sottovalutato dai giallorossi quanto sofferto e combattuto dagli ospiti, i cui sforzi sono stati premiati.

Uno 0 a 0 durato ben 120 minuti nel segno della paura di alcuni e del sacrificio di calciatori dati alla vigilia per spacciati. Ma attenzione: la qualificazione dello Spezia è più che legittima e figlia di un atteggiamento tattico, quello di Di Carlo, prudente al punto giusto, senza dimenticare le puntate offensive.

Un nome su tutti. Gennaro Acampora, classe 1994, nato a Napoli: è lui che fa la storia. Alla lotteria dei rigori segna il gol decisivo e regala al suo pubblico i quarti di finale. L’inserimento dei titolari (Florenzi, De Rossi e Digne) non è servito a cambiare l’esito di un incontro nefasto per i giallorossi. Gli errori di Pjanic e Dzeko al dischetto entrano negli incubi dei romanisti, che vedono la propria squadra uscire clamorosamente agli ottavi di finale. Un qualcosa che non accadeva dal 2001.

Finisce 2 a 4 ai calci di rigore. Una lotteria tanto crudele agli uni quanto benevola agli altri, dove il Caso e la Fortuna divengono padroni della scena nel rettangolo di gioco. Ma il Calcio è figlio di una sola legge: quella del pallone, dall’esito incerto in ogni incontro, dal risultato prestabilito inesistente. Dopotutto è questo a renderlo speciale.

ANCONA-NAPOLI 1993 (3-2)

Torniamo all’edizione 1993-1994, una delle più incredibili della storia della Coppa. Il secondo turno di ottobre offre la sfida fra Napoli e Ancona. La squadra di Lippi è una formazione esperta e preparata ed è alla ricerca di emozioni vere in Coppa Italia. Ma l’Ancona di Vincenzo Guerini non è da meno e si prepara a vivere la stagione migliore della sua storia. Agostini contro Di Canio, Capitan Ferrara contro Bruniera, non c’è storia almeno sulla carta. Ma la carta a volte sembra esistere proprio per essere smentita e stracciata a pezzi, lasciando il posto alla sorpresa e all’emozione, che in questi casi prende il sopravvento.

Nell’incontro di andata conclusa senza reti la squadra di Guerini dimostra un’organizzazione di gioco sorprendente. I giocatori sono in perfetta sintonia col gioco del mister, attento nel rispetto della forza dell’avversario ma all’occorrenza capace di sorprendere e colpire. La squadra di Lippi si trova a che fare con un’avversario ostico, questo è certo. Lo 0 a 0 dà fiducia alla formazione cadetta in vista dell’altra gara.

Il ritorno vede il miracolo dei marchigiani cominciare a prendere forma, verso un sogno chiamato Finale impensabile per questa squadra, ma che diverrà realtà. Il ritorno è l’antitesi dell’andata: il Napoli in luna storta, l’Ancona in stato di grazia ma che rischia sul finale, in una pioggia di gol. E pensare che l’incontro si era messo sul risultato di 3 a 0 per i marchigiani, che sul finale rischiano il tracollo. Gadda e la doppietta di Agostini regalano il sogno ai ragazzi di Guerini, Caruso e l’autogol di Mazzarano sul finale rischiano di infrangerlo.

Ma il miracolo è servito. Passa l’Ancona, che verrà fermato nella sua cavalcata trionfale solo dalla Sampdoria, vincitrice per la quarta volta nella sua storia.

NAPOLI-SPAL 1962 (2-1)

L’edizione della Coppa Italia del 1961-1962 fu la quindicesima. Ciò che sorprende in questa annata è il cammino delle finaliste.

Il Napoli, al tempo nella divisione cadetta, è protagonista di un percorso straordinario: negli ottavi prima e nei quarti di finale poi, sbanca i campi rispettivamente di Torino e Roma, giungendo in finale. L’altra finalista, la SPAL, questa volta veste i panni della “big” militando in Serie A. La “provinciale” ferrarese giunge a sua volta inaspettatamente all’atto conclusivo, dopo aver eliminato in semifinale la ben più blasonata Juventus, sorprendendo e incantando tutti.

Il Napoli di Pesaola contro la SPAL di Montanari. Lo Stadio Olimpico è il teatro della prima finale in assoluto della competizione fra le due formazioni. La partita se la aggiudica il Napoli grazie ai gol di Corelli e Ronzon, inutile di fatto la rete di Micheli per la SPAL. Una vittoria che si trova ancora oggi negli almanacchi dei tifosi più romantici e tradizionalisti. Il Napoli infatti compì un’impresa storica vincendo la Coppa senza militare in Serie A. Lei e il Vado sono le uniche squadre a essere riuscite in questo traguardo che ha dell’incredibile. I partenopei lo stesso anno raggiunsero la promozione nella massima divisione, nel segno di un’annata eccezionale e indimenticabile.

VADO-UDINESE 1922 (1-0)

La più sconosciuta delle squadre vincitrici della Coppa Italia. La prima, vera vincitrice della competizione. Il Vado è il primo club ad aver vinto la coppa nazionale, trionfando contro un Udinese sulla carta lanciato verso la vittoria.

Il Vado finalista nel 1922.

Un miracolo calcistico a tutti gli effetti, quello della squadra rossoblù. Vado Ligure è diventata ormai la periferia industriale di Savona nonostante abbia caratterizzazioni storiche e etniche tutte sue, ma può vantare un traguardo raggiunto da un elitè scelta di squadre. Di certo questa fu la vittoria più sorprendente. Primo nel girone G della Promozione Ligure e nel girone finale, è promosso in Prima Categoria per la stagione successiva. E la raggiungerà portando con sè il trofeo col tricolore strappato ai friulani.

E’ il 16 luglio 1922 in piena epoca fascista. Al “Campo di Leo“, stadio ufficiale del Vado, va in scena una finale dall’esito scontato in teoria. L’Udinese è la grande favorita per la vittoria. Sotto sotto tutti speravano che i friulani, compagine della massima serie, strappasse il trofeo come da pronostico salvando il prestigio della nascente competizione. Ma non fu così. Dopo 90 minuti la partita è ancora sullo 0 a 0.

Succede tutto nei supplementari. I friulani sperano di poter concludere con un pareggio l’incontro, in modo da poter rigiocare la finale a Udine (al tempo non c’era la lotteria dei rigori).Ma al minuto 127 l’allora giovane Levratto fa partire un tiro che si infila in rete. Riporta la cronaca del tempo “la palla carica d’effetto saetta lungo lo specchio della porta, si infila alta nell’angolo sinistro, squarcia vistosamente la rete”.

 

L’Udinese finalista nell’edizione della Coppa Italia del 1922.

Fu addirittura scritto un libro sull’impresa dei liguri. “Il grande Vado” (Daner edizioni), scritto da Claudio Caviglia e Nanni De Marco con una prefazione di Gianni Minà, ricostruisce tutti i dettagli di quel torneo che portò i rosso-blu savonesi a comparire tra Juve e Inter, Samp e Roma nell’albo d’oro della Coppa Italia.