Il Teatro dei Sogni di Manchester non ha licenziato la sua troupe anzitempo né ha mai smesso di avere una platea da convincere. Semplicemente il periodo non era dei migliori. La gestione della compagnia teatrale una volta delle migliori d’Inghilterra ha affrontato un momento di difficoltà, superando – con convinzione – una fase storica di difficile memoria in passato; per il Manchester United l’obbiettivo di incassare una prestigiosa qualificazione europea stava sbiadendo a causa di recitazioni a dir poco scarne. Per questo i finanziatori hanno scelto di cambiare burattinaio e chiamare un regista diverso, un uomo che sa come si sta in scena, nella speranza che esso possa aizzare l’animo di attori apparentemente non più brillanti.

Dunque buona la prima per Solskjaer, e pure la seconda e la terza, fino alla quinta. La compagnia che è stata di Mourinho ha ritrovato le motivazioni per giocare un buon calcio e credere in se stessi; il norvegese ex Molde e Cardiff non ha poi modificato più di tanto i dettami tattici del Manchester, anzi, sembra piuttosto che il suo sia stato un intervento normalizzatore, senza la pretesa di scombussolare l’ambiente. In realtà il grande scacco lo ha dato la dirigenza prendendo di pancia la questione di Mourinho, sollevandolo dall’incarico prima del termine del rapporto lavorativo. Una decisione presa da pochi in passato. Eppure questo ha giovato a tutto il gruppo e il risultato – momentaneamente – ha dato ragione alla dirigenza americana del Manchester United, che ha scommesso sui suoi giocatori anziché sul proprio allenatore.

La ripresa

La risalita in classifica del Manchester United è a buon punto: dopo quattro vittorie consecutive la squadra è sesta a meno sei dal Chelsea quarto. Da quando Mourinho non è più l’allenatore del Manchester i Red Devils hanno conosciuto null’altro che la vittoria, sia in Premier League che in FA Cup. La decisione di esonerare l’allenatore portoghese ha innescato una reazione a catena di felicità nei ranghi dello spogliatoio, dove il morale era piuttosto basso anche fra i titolari. Con Solskjaer i giocatori hanno trovato un allenatore dalle scelte standard e poco elaborate, capace di esprimere un concetto di calcio semplice e senza troppe pretese: un calcio equilibrato. Senza Mou i migliori giocatori del nuovo corso norvegese sono stati proprio coloro che avevano avuto più guai il profeta di Setubal: Pogba, Rashford, Fred, Martial sono subito apparsi ridestati con Solskjaer, e Rashford in particolare ha espresso nella gara interna con il Bournemouth tutto il furore represso negli ultimi mesi.

I numeri di questo nuovo Manchester United sono un’autentica antitesi dello scarno bottino conquistato nella precedente gestione mourinhana. Ci sono 3,2 gol fatti di media in partita (Mou ne aveva 1,7) e una difesa che ha preso gol in tre partite su cinque. Ovviamente il giovane Solskjaer (43 anni) non si è dovuto scontrare con alcun mostro sacro della Premier (a meno che il sedicente Benitez non voglia esser considerato tale, e comunque, 2-0 al St Jame’s Park) ma la corrente pare proprio quella della convinzione. Il norvegese ha offerto sia il 4-2-3-1 prettamente mourinhano che un 4-3-3 un po’ meno cinico ma comunque valido dati gli elementi del roster. Il primo vero test match di livello (domenica 13, 17:30) sarà contro un maestro della filosofia calcistica contemporanea, un Mauricio Pochettino titolare del terzo posto in Premier League.
Il Manchester non poteva certamente pensare al titolo vista l’esigua spesa sul mercato e la poca convinzione con cui era iniziata la stagione. Troppe ombre su Mourinho e sui suoi concetti, sulla sua gestione, sul modus operandi attuato con i giovani – che tra l’altro proprio con Mou avevano trovato la via per una certa ascesa (come Rashford o Bailly nonché l’esordiente McTominay). Con Solskjaer c’è l’impressione che questi elementi non certo giovanissimi ma comunque under 25 possano trovare un riscatto personale che gli ultimi mesi di Mourinho non hanno potuto offrire. Perché nel caos turbolento in cui lo Special One è uscito di scena ci si è dimenticati di come molti giocatori tecnicamente nobili siano spariti in favore di muscoli e nonnismo. Giocatori come Matic, Smalling, Fellaini o Ashley Young (tutti over 30) erano diventate le vertebre della colonna vertebrale mourinhesca, con la conseguenza che ottimi giocatori come Fred (arrivato in estate per 60 milioni di euro, nemmeno 900 minuti in stagione) o Dalot hanno speso gran parte del loro tempo in panchina. Insomma l’indirizzo di Mourinho era piuttosto chiaro, quello di puntare sulla fiducia di una branca (ristretta) dello spogliatoio eludendo il resto della squadra. L’ammutinamento è stata una conseguenza inevitabile.

Con il mourinexit hanno vinto in primis Paul Pogba e Marcus Rashford. Il primo ha avuto un autentico scontro ideologico con il portoghese, mentre l’attaccante inglese ha perso lentamente la fiducia del suo allenatore: alla fine la meritocrazia era sembrata essere sempre più una speranza utopica a Carrington. Ma le prestazioni con cui sono usciti di recente i Red Devils sono un urlo di liberazione uscito da coloro che hanno sofferto l’opacizazzione di Moruinho. Pogba e Rashford possono erigersi a araldi di questa branca scontenta dello spogliatoio che adesso ha una valvola di sfogo. E soprattutto, che è pronta a scrivere un nuovo copione per il Teatro dei Sogni.