Una carriera enciclopedica, guidata dal talento. A 46 anni, Rivaldo Vitor Borba Ferreira ha deciso di ripartire dalla terza categoria marocchina.

Non calcherà i campi africani come fatto in passato quando decise di portare il suo talento in Angola. Svolgerà un ruolo da consulente tecnico nello staff dello Chabab Mohammedia. Primo passo di un progetto più grande, quello che lo porterà ad allenare il club marocchino la prossima stagione.

Prima servirà però che il brasiliano ottenga il patentino di allenatore, potendo così dare inizio a una nuova vita dopo l’addio al calcio giocato annunciato nel 2015.

UN BRASILIANO GIRAMONDO

Ultima tappa di una carriera da giramondo, con Rivaldo che in Brasile è nato ma che tra i continenti è cresciuto. Paulista e Santa Cruz i primi club che gli hanno dato fiducia. Il Mogi Mirim la squadra alla quale ha legato gran parte della sua vita calcistica.

Lì si è fatto conoscere prima di vestire le maglie più prestigiose di Corinthians e Palmeiras. Lì è tornato una, due, tre volte.

Nel Mogi Mirim si è sempre sentito a casa. Ci ha giocato, ha ricoperto il ruolo di presidente. Ha annunciato il proprio ritiro nel 2014 salvo poi ripensarci per tornare in campo a 43 anni e ritirarsi definitivamente nell’agosto del 2015.

Nel mezzo il ricordo più prezioso di una carriera costellata di successi. Era il 14 luglio di quattro anni fa e nel 3-1 contro il Macaé riuscì a segnare nella stessa partita in cui il figlio, Rivaldinho, realizzò una doppietta. Un traguardo storico, mai raggiunto da nessun altro nel calcio professionistico.

Scendere in campo al fianco del sangue del suo sangue, gonfiare la rete e veder segnare il figlio. La soddisfazione più profonda in oltre 24 anni di carriera.

Anche più di un Mondiale, con la Coppa del Mondo vinta nel 2002 con i verdeoro. Più di un Pallone d’Oro, conquistato nel 1999 dopo una stagione da fuoriclasse con il Barcellona. Più di una Champions League, alzata al cielo con il Milan nel 2003 pur non scendendo in campo contro la Juventus a Manchester.

UN GENIO CONCRETO

Maestro di genialità, abile giocoliere. Rivaldo da calciatore è sempre riuscito a unire spettacolarità e concretezza. Memorabili le sue chilene, le più note quelle contro Valencia e Manchester United. Decisivi i suoi gol nel primo biennio al Barcellona per portare due Liga in due anni ai Blaugrana.

Un numero diez che in Spagna ha imparato a essere decisivo nel Deportivo La Coruna. I galiziani lo hanno prelevato dal Palmeiras nel 1996 e con il Depor Rivaldo è riuscito a realizzare oltre 20 gol in una quarantina di partite. Era il più talentuoso del gruppo, l’uomo chiamato a risolvere il risultato quando ce n’era più bisogno.

Un ruolo di salvatore che ha ricoperto spesso anche nel Barcellona, di Robson prima e di Van Gaal poi. Con i catalani ha vinto due campionati e una Coppa di Spagna, preludio della conquista individuale del Pallone d’Oro e del FIFA World Player nel ’99.

È riuscito soprattutto ad affermarsi come un vero diez del calcio europeo, capace di capire quando inventare per i compagni e quando prediligere la soluzione personale. Merito di un piede sinistro consapevole della propria superiorità.

Alto, slanciato, dalla gambe esili ma scattanti. Con il suo oltre un metro e ottanta era anche un abile colpitore di testa.

A San Siro ha lasciato un ricordo incompiuto. Una sola stagione con il Milan dopo essersi congedato dal Barcellona a parametro zero, una coppa dalla grandi orecchie conquistata senza brillare e un rapido ritorno in Brasile. Scelse il Cruzeiro, dopo poco tempo cambiò idea e firmò con l’Olympiakos per rilanciarsi in Grecia.

Tre campionati consecutivi all’ombra del Pireo, due coppe di Grecia e la riacquistata consapevolezza di potersi regalare ancora sprazzi di lucida genialità in una carriera ormai avviata verso il declino.

Poi una breve parentesi all’AEK Atene prima di una nuova avventura in Uzbekistan, nelle fila del Bunyodkor. Giusto il tempo necessario per vincere altri due titoli nazionali e un’ultima coppa.

Frenetico, dinamico, avverso all’immobilità. Si è tolto anche lo sfizio di indossare per poco tempo la prestigiosa maglia del San Paolo prima di trasferirsi in Angola.

Lì ha firmato per il Kabuscorp, scelta dettata da una motivazione più grande del calcio.

“Tutti mi chiedono perché sono venuto qui. Non avremo nulla dopo la morte ed è per questo che dobbiamo aiutare Dio per avere la vita eterna”.

Comprò un terreno, vi costruì una chiesa evangelica. Iniziò a pensare a cosa avrebbe potuto fare una volta appesi gli scarpini al chiodo. Una volta che il suo miracolo si fosse esaurito. Perché è così che Rivaldo ha sempre definito la propria vita da calciatore:

“Ho costruito la mia carriera su un miracolo, ho visto il mio sogno diventare realtà senza alcun ricorso a soldi o a manager e procuratori ma soltanto grazie all’apporto della mia famiglia”.

FINE E INIZIO

Nel 2013 l’ennesimo capitolo brasiliano. Il Sao Caetano gli offrì un contratto, prima del ritorno nel suo Mogi Mirim.

La presidenza, il ritiro, l’occasione di giocare insieme al figlio. La possibilità di condividere con lui l’ultima fase della sua carriera.

Da diez al fianco di Ronaldo nel Mondiale della rivincita brasiliana, a diez al cospetto di Rivaldinho nelle ultime gare prima di dare l’addio.

Non ha saputo tagliare del tutto i rapporti col pallone. Si è tenuto in forma con il calcetto. Come quando a Londra ha capitanato il Brasile nel torneo ‘Star Sixes’, mostrando ai presenti di saper ancora dare del tu a quella sfera di cuoio che da giovane lo aveva sottratto alla povertà.

Ora in Marocco sogna di scrivere le prime pagine di un nuovo capitolo della sua vita da sportivo. L’occasione gliel’ha offerta il Chabab, club che in questa stagione punterà alla promozione in seconda divisione e squadra in cui Rivaldo spera di poter compiere i primi passi da allenatore.

Una nuova avventura per quel diez giramondo che nell’ultimo ventennio è stato capace di brillare sui palcoscenici di quattro continenti.