Massimo rappresentante di una Dieci viola da tempo in vagabondaggio, è uno dei giocatori più amati da chi la viola l’ha vissuta e la vive tuttora.

Storico capitano, bandiera, emblema di un’ epoca passata. Capostipite di un calcio che rappresentava il popolo, un calcio in cui gli uomini, ancor prima che i calciatori, erano pronti a legarsi in eterno ad una città. Ha giocato con Graziani, Cabrini, con Paolo Rossi e con il primo Baggio. Ha vinto una Coppa Italia ed una Coppa di lega italo-inglese, un Campionato del Mondo con la Nazionale Italiana, nel 2017 gli è stato riconosciuto il ”Collare d’oro al Merito Sportivo”, insieme a tutti gli altri rappresentanti di quello storico ’82.

È ad oggi il giocatore con più presenze in maglia viola nella storia del suo club: 341 gare disputate e con le 73 uscite in Nazionale è anche il giocatore della Fiorentina con più comparse in azzurro. Nel 2010 è stato premiato per la sua carriera con il Golden Foot.

Il Diez di oggi è ”l’uomo che gioca guardando le stelle”, cosi’ lo definì Vladimiro Caminiti sulle pagine di Tuttosport il giorno dopo il suo esordio. Il Diez di oggi è ”Antonio”, il soprannome di una vita a Firenze. Il Diez di oggi è Firenze, è la Fiorentina del decennio ’70-’80 e non solo.

Il Diez di oggi è Giancarlo Antognoni.

IL ”GIOVANE RIVERA”

Perugino di nascita, Giancarlo Antognoni a 15 anni si ritrovo a giocare in Piemonte, con il Torino, dove però ebbe il tempo di giocare solo un’amichevole, per poi passare all’ Asti Ma.Co.Bi in Serie D.

L’amore con la Fiorentina fu quasi immediato: il presidente viola Ugolino Ugolini lo vide giocare e lo volle subito a Firenze, tanto che nel 1972 lo prelevò per la cifra di 435 milioni di vecchie lire. A Firenze poi, Antognoni ci rimase per sempre.

Era una persona timida, non molto estroversa, ma capì ben presto che era un campo da calcio il luogo in cui avrebbe potuto trovare la sicurezza di fare ciò che volesse lui, non gli altri. Ciò che volesse lo fece, già all’esordio a Verona, con la maglia numero 8. Tanto che il giorno dopo, l’allora diciottenne, fu esaltato dalla critica giornalistica: il Corriere dello Sport lo definì ”Un giovane Rivera”, lui che, milanista di famiglia, quasi ironicamente, Rivera lo sognava:

”Era il mio idolo. A Perugia mio padre gestiva un bar che era anche sede di un Milan Club, squadra in cui da piccolo sognavo di giocare.”

Lo si capiva subito che Antognoni non fosse un giocatore comune: elegante, con la sua corsa leggera ha incantato generazioni. Dai 16/20 metri era letale da calcio piazzato. ”Il piede o ce l’hai o fai fatica a costruirlo” dirà lo stesso Giancarlo anni dopo in un’intervista, e lui il piede ce l’aveva, era una cosa naturale e lo sapeva, tanto che un suo rimpianto è ad oggi quello di non essersi mai allenato bene per perfezionarsi ancor di più.

”Antognoni è uno dei grandi 5 nella storia capaci di passare a 40 metri, non lanciare, il lancio è quasi a casaccio. Lui faceva cadere la palla sui piedi del compagno, come lui solo Puskas, Dino Sani a Milano ed altri pochi. Neanche Cruijff, lui arrivava a 30.”

Marcello Giannini

Nel 1975 Antognoni vinse la Coppa Italia a Roma contro il Milan proprio di Rivera e la Coppa di lega italo-inglese contro il West Ham. Nel ’78 ereditò la fascia da capitano da Ennio Pellegrini, da lì non la tolse più.

Nel 1980 portò dopo un decennio la Fiorentina a lottare per uno scudetto, fermandosi ad un passo dal successo nella stagione ’81/’82, annata in cui a vincere il titolo fu la Juventus, all’ultima giornata.

”Per quel campionato perduto grido ancora vendetta. Arrivammo ad un punto dalla Juve e all’ultima giornata a Cagliari ci annullarono  un gol regolare di Graziani, mentre la Juve vinse a Catanzaro con un rigore, che c’era.

Forse non doveva finire con uno spareggio perchè c’era il Mondiale che incombeva e in Nazionale eravamo in cinque della Fiorentina e in sette o otto della Juventus”

Mondiale che, come vedremo, Giancarlo vivrà da protagonista.

 

UN GIOCATORE ”SFORTUNATO”

”Nei momenti cruciali la sfortuna mi ha sempre colpito. Vuol dire che era destino…”

Non è stata una carriera fortunata quella di Giancarlo Antognoni: il 22 Novembre del 1981 il primo infortunio, il più grave.

Fiorentina-Genoa, a Firenze, al decimo minuto della ripresa, con i gigliati in vantaggio per 2-1, tutta l’Italia trema. Antognoni è a terra, immobile, per qualche secondo il suo cuore non batte. Era solo dinanzi al portiere genoano Silvano Martina, e con un colpo di testa si era portato in avanti il portiere, proprio per superare l’estremo difensore che, in uno scellerato tentativo di recupero, aveva colpito con un calcio la tempia del 10 viola.

Quel giorno Giancarlo rischiò la vita e di quei dieci maledetti minuti non ricorda nulla, tranne la faccia della moglie al suo risveglio negli spogliatoi. Il Comunale di Firenze è il silenzio, qualcuno piange, qualcuno si mette le mani tra i capelli, i calciatori  capiscono subito la gravità della situazione. Il massaggiatore della Fiorentina, ”Pallino” Raveggi, pratica la respirazione bocca a bocca, mentre il medico del Genoa, il  professor Gatto, tenta un massaggio cardiaco. Il giocatore è salvo, riprende a respirare e viene trasportato in ospedale: trauma cranico, diverse fratture, ma Antognoni si riprende e torna in campo a fine stagione, pronto per il Mondiale dove però, purtroppo, sarà costretto a vive un altro infortunio.

Nostante tutto l’esperienza in Spagna non sarà negativa…

 

TRIONFO MONDIALE

Spagna ’82, chi l’ha vissuta la ricorda sempre con amore e nostalgia. Quello azzurro era un gruppo unito, costituito già nel ’78: Cabrini, Tardelli, Rossi, Antognoni. Quattro anni dopo, con lo stesso allenatore, Bearzot, un comunicatore, il gruppo nelle partite importanti è venuto fuori.

Era un Mondiale insperato: Brasile ed Argentina nel girone, due delle squadre più forti del monto. Lo stesso Antognoni ammetterà che superati loro, divenne tutto più facile.

Giancarlo fu già titolare stabile in Argentina nel ’78 prima e in Italia per i Campionati Europei dell’ ’80 poi. Nell’ ‘ 82 fu riconfermato. In terra iberica, già contro il Brasile, segnò il suo primo gol, annullato poi per un fuorigioco inesistente. Fu protagonista di una cavalcata colossale, ma, colpito dalla solita sfortuna di cui prima, la sua avventura terminò in semifinale, contro la Polonia, quando un fallo di Waldemar Jozef Matysik lo costrinse alla tribuna: un altro infortunio.

”A parte quella partita di Cagliari che ci costò lo scudetto, la finale del Mundial spagnolo che non mi fu possibile giocare fu la più grande delusione della mia vita. Quella volta mi girarono parecchio le scatole. Vidi Italia-Germania dalla tribuna stampa”

Quell’Italia Germania 3-1 che tutti ricordiamo…

 

GLI ULTIMI ANNI A FIRENZE E LA SVIZZERA

Tornato dalla Spagna, nel 1983, Giancarlo Antognoni fu vittima di un altro infortunio: lo scontro con il difensore della Sampdoria Luca Pellegrini gli costa un frattura scomposta di tibia e perone,  il dieci salterà l’intera stagione per tornare solo nell’ ’85, quando l’allora allenatore della Fiorentina, Aldo Agrobbi, fu aspramente criticato ed addirittura aggredito, accusato di aver voluto ratificare il ritorno del capitano viola.

Nell’ ’86, Antognoni, vittima di un altro infortunio in Coppa Italia, rientrò nel girone di ritorno e, con l’aiuto del bomber argentino Ramon Diaz, trascinò la sua Fiorentina ad una salvezza insperata.

Segnò la sua ultima rete in maglia viola nell’ ’87 in un derby contro l’Empoli e lasciò la Fiorentina a fine stagione, giocando la sua ultima partita al fianco del ”primo” Baggio che, proprio in quella partita al San Paolo, segnò il suo primo gol.

Era il classico passaggio di consegne. Entrambi sono la storia del calcio, la storia della Nazionale, la storia della Fiorentina. Entrambi assillati da infortuni gravi.

Giancarlo Antognoni si trasferì, finita la sua avventura a Firenze, a Losanna, in Svizzera:

”A Losanna volevo staccare, avevo bisogno di pace, poi lì è nata mia figlia Rubinia, ci sono legato sia calcisticamente che emotivamente. La Svizzera è tranquilla.”

Tornerà a Firenze nel ’90, ricoprendo diversi incarichi societari, tra cui l’allenatore ad interim nel 1993. Nel 2001 si dimise dal club in seguito all’abbandono della panchina da parte di Fatih Terim e strinse un contratto con la FIGC come collaboratore.

Dal 2017 è club manager della Fiorentina. D’altronde, certi amori non finiscono…

”Sono contento di quello che ho fatto, ho solo il rimpianto di aver vinto poco con la mia squadra, ma dopo 20 anni l’affetto dei tifosi vale come tanti scudetti. Quando vado a Firenze, per i fiorentini è come se giocassi ancora.”

IL DIECI VAGANTE

Con una 10 vagabonda, così avevamo iniziato il racconto.

Da Ruben Oliveira a Pjaca, passando per Aquilani ed Eysseric, con l’unica speranza di poter vedere Bernardeschi in viola a lungo (il seguito è storia conosciuta), il prestigio di quella maglia tanto ambita sembra essere da un paio di anni a questa parte destinato a Federico Chiesa, lui che a Firenze c’è legato con il sangue (il padre Enrico ha lasciato un bel ricordo dei sui anni in viola a cavallo tra i millenni), ma che è ambito in mezza Italia e non solo.

Chi sarà degno di quella maglia ce lo saprà dire solo il futuro, ma ad ora una cosa è certa:

”Antonioni, come numero Dieci, è sopra tutti.”

Marcello Giannini