Alle ore 17.00 di questo pomeriggio si affronteranno Manchester City e Chelsea. Sfida di vertice del calcio inglese ormai da qualche anno, ma che un tempo altro non era che una partita ordinaria tra una squadra in costante lotta per il titolo (i blues) e una nobile decaduta in lotta per mantenere la permanenza al massimo grado del calcio inglese.

Queste sfide le ha vissute, con entrambe le maglie, Shaun Wright-Phillips. Un ragazzo che ha vissuto gli anni peggiori e gli anni della rinascita dei citizens, ha vinto tutto (o quasi) sotto la guida di José Mourinho e il cui talento forse è rimasto più inespresso, e inapprezzato, di quanto non dicano trofei e premi individuali.

IL PRIMO CICLO DI MANCHESTER

Era il 1984 quando la madre di Shaun Phillips conobbe il padre adottivo che l’avrebbe cresciuto per il resto della sua vita. E non un padre qualunque, ma un Ian Wright che dì li a pochi mesi avrebbe ripreso la sua carriera di calciatore firmando con il Crystal Palace. Pochi anni prima, infatti, Wright era stato mandato per due settimane in prigione per diverse multe non pagate e, di conseguenza, rifiutato dai club inglesi che volevano offrirgli il primo contratto da professionista.

Nato a Greenwich nel 1981, Shaun è calcisticamente cresciuto al Nottingham Forest. Il suo primo ciclo al Manchester City si è aperto nel ’99, appena maggiorenne. I citizens di allora, come potete immaginare, non erano minimamente al livello di quelli odierni: l’ultima Premier League l’avevano disputata nel 1996, e dopo un anno di permanenza in First Division erano retrocessi in Second Division (la nostra Serie C). Il Manchester City in cui Shaun mosse i primi passi era appena stato promosso in seconda divisione ed era in lotta per tornare nella massima serie. Obiettivo che venne raggiunto, senza che il ragazzo potesse dare un grande contributo: appena 5 presenze tra tutte le competizioni, che però gli valsero il premio di “Miglior Giovane dell’Anno” della squadra.

Premio che si assicurò anche la stagione successiva, in cui ottenne maggior spazio (16 presenze) ma in cui il City retrocesse nuovamente. Mentre la squadra però attraversava alti e bassi, Wright-Phillips viveva un’ascesa costante: 8 gol alla sua terza stagione al City (con una nuova promozione in Premier League e un altro premio individuale come miglior giovane) e i primi gol e assist nella massima categoria l’anno dopo, in cui il City riuscì a mantenere la categoria. Una crescita di cui dare merito anche al suo allenatore di allora, Kevin Keegan, che intuì di sfruttare al meglio il ragazzo usandolo stabilmente come esterno offensivo. Un ragazzo per cui non ha mai mancato, a dispetto di quanto faceva solitamente, di spendere belle parole.

“Ha molte delle qualità del padre e se mai imparerà a finalizzare come lui, diventerà davvero qualcuno. E suo padre è esploso tardi, quindi Shaun è già più avanti di lui nella crescita”.

Parole che in qualche modo divennero realtà nei successivi due anni, gli ultimi della sua prima esperienza nella sponda blu di Manchester: 20 gol in due stagioni, due salvezze tranquille e l’ingresso stabile nel giro della Nazionale maggiore.

Ma non solo: nell’estate del 2005 arrivò la chiamata del Chelsea di José Mourinho, fresco campione d’Inghilterra.

MANCHESTER-LONDRA E RITORNO

Wright-Phillips giunse nella creme de la creme della Premier League come uno dei migliori talenti del calcio inglese: estremamente rapido in corsa e nell’uno contro uno, gran controllo del pallone e cresciuto nettamente sotto il profilo realizzativo. Ma il nativo di Greenwich doveva fare i conti con una competizione interna ben diversa da quella che viveva a Manchester: dalle sue parti giocavano due come Duff e Robben, già protagonisti nella vittoria del titolo durante la stagione precedente. Il suo primo anno non a caso, nonostante la vittoria della Premier, fu piuttosto tribolato: 40 presenze, molte delle quali a gara in corso, ma 0 gol a referto.

Eppure, pur con la chance di acquistare Joaquin nell’estate successiva, Mou scelse di dare fiducia al ragazzo, che voleva provare di valere l’investimento fatto su di lui dalla società (21 milioni di sterline). La crescita, almeno nei numeri, ci fu sia al terzo e ultimo anno di Mourinho (6 gol e 7 assist) che nell’anno sotto la guida di Scolari (4 gol e 5 assist). Nonostante un talento rimasto non del tutto inespresso, Wright-Phillips riuscì a lasciare un bel ricordo di sé nell’ambiente, tanto che lo Special One in un’intervista di qualche anno dopo lo descrisse così:

“Penso che la prima stagione non fosse stata facile per Shaun. Nella seconda ebbe una grande crescita. È un uomo-squadra e penso si meriti tante belle cose. È il tipo di ragazzo che se le merita. Alcuni giocatori, dopo una brutta stagione voglio andarsene. Ma lui ha sempre creduto in sé stesso. Lo spogliatoio lo adorava perché faceva gruppo e rimaneva sempre la stessa persona, sia che partisse dall’inizio o dalla panchina”.

L’estate 2008 fu l’estate del suo grande ritorno a Manchester.

Partito in alto nelle gerarchie, di lì a poco il suo ruolo di protagonista nella squadra sarebbe stato messo fortemente in discussione, dato che con l’arrivo della proprietà emiratina molti campioni si sarebbero accasati nella sponda blu di Manchester. Dopo due stagioni ai suoi livelli (15 gol e 16 assist nelle prime due stagioni), venne messo rapidamente da parte per fare spazio a David Silva, Milner e un promettentissimo (almeno allora) Adam Johnson.

Ed è qui che comincia il suo declino.

IL TRAMONTO

La parentesi più felice dell’ultima fase della carriera di Wright-Phillips è probabilmente quella tra il 2015 e il 2016, quando con la maglia dei New York Red Bulls ha l’opportunità di giocare con il fratello Bradley.

La rimpatriata nella Grande Mela però non aiuta Shaun a “mettere le ali” e, dopo la parentesi in MLS e un trascorso ai Phoenix Rising in seconda divisione (squadra in cui ha militato anche Drogba), Wright Phillips ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo nel dicembre 2017.


Ha chiuso la sua carriera quasi nel silenzio generale, forse perché a differenza del fratello, che oggi regala spettacolo in MLS nei suoi ultimi anni di carriera, ha attraversato il declino quando poteva ancora dare qualcosa. Se però oggi il Manchester City è una delle realtà calcistiche più importanti al mondo, e quella attualmente più importante in Inghilterra, lo si deve anche a lui: citizen fino in fondo.